I giovani leggono, eccome

«Esserci con il corpo. Facendo file, pagando biglietti, praticando il rivoluzionario atto della presenza. Rimane, anche quest’anno, questa polvere magica addosso, dopo le giornate sempre gremite del Salone del libro di Torino». Le parole sono di Concita De Gregorio, reduce dalla trentottesima edizione della kermesse torinese conclusasi la scorsa settimana. Dalle colonne del quotidiano italiano La Repubblica, la giornalista e scrittrice italiana si sofferma su quello che appare come un piccolo miracolo: la presenza.
Non quella simulata dagli avatar, non quella premiata dai like. Quella fisica, sudata, con le scarpe che fanno male dopo ore nei padiglioni. Chi ha avuto la fortuna di visitare il Lingotto, se n’è accorto di persona: la scorsa settimana c’era il mondo nei suoi mille spazi espositivi torinesi. Sono stati oltre ducentocinquantamila i visitatori, un numero molto più alto dello scorso anno, quando erano stati ducentotrentunmila. Ma ad aver fatto la parte del leone, sono stati i ragazzi, ai quali era dedicata questa trentottesima edizione. File di giovani con borse di tela e zainetti colmi di libri freschi di stampa. Non esattamente l’immagine di una generazione che ha smesso di leggere.
Le statistiche parlano chiaro: un visitatore su quattro aveva meno di venticinque anni, e uno su due era un under trentacinque. I giovani non sono stati dunque soltanto protagonisti simbolici del Salone, ma una parte integrante e viva della manifestazione. I giovani di oggi non sono dunque tutti persi nei loro schermi, lontani anni luce dal libro di carta. La realtà è più complicata ed interessante. Oggi i libri si scoprono non più soltanto il libreria, ma anche sui social e nei podcast. Ne è un esempio eloquente il Romance Pop, andato sold out in entrambi i giorni di programmazione torinese. Le sue storie d’amore travolgenti, il ritmo veloce, e la diffusione capillare attraverso i social hanno permesso a questo nuovo genere di lettura di costruire comunità virtuali vastissime, formate soprattutto da giovani donne tra i 16 e i 35 anni. Un fenomeno nato sugli schermi che ha trovato al Salone la sua dimensione fisica. L’impressione è che il digitale non ha sottratto lettori alla carta, gliene ha restituiti.
Ma sono soprattutto le code interminabili formatesi per scambiare due battute con gli autori ad aver colpito Concita De Gregorio. Code di gente in carne ed ossa, non in formato pixel. «L’incantesimo si ripete da molti anni - annota la scrittrice - nessuna intelligenza artificiale riesce a spezzarlo. File di ore per entrare a sentire Emmanuel Carrère o Bernie Sanders nella Sala Auditorium. Posti in piedi per l’ultimo libro di Zadie Smith che parla di «nostalgia del welfare», Leila Guerriero che racconta il monumentale lavoro di inchiesta che sta dietro il suo La chiamata, storia di una desaparecida argentina liberata che sconta il sospetto di collaborazionismo. Il cerchio di affetto senza fine attorno a Luca Carboni che abbraccia Jovanotti. Tutti seduti insieme in un silenzio protetto dai rumori di fondo; bellissima esperienza stare da soli con la voce dell’interlocutore ma insieme, invece, nello spazio: e guardarsi, toccarsi, commuoversi». Secondo De Gregorio «molto, moltissimo altro che non si sente né si vede nelle storie su Instagram, non entra nemmeno in queste parole scritte perché accadeva lì, in quel momento, nello scambio chimico che solo la prossimità restituisce. Lo sforzo atletico, a tratti olimpionico, dell’attraversamento dei padiglioni. Avanti e indietro, con le buste di stoffe piene di libri. Una frenesia che però parla del bisogno di rallentare, di fermarsi. A leggere, ascoltare, poter dire «io c’ero».
C’è una parola che si ripete in tutto questo: bisogno. «Più viviamo e costruiamo e disegniamo la nostra vita su Instagram, TikTok o WhatsApp, più abbiamo bisogno di una specie di controbalzo. Un movimento opposto e contrario con cui fare largo alla disconnessione e lasciar entrare l’imprevisto. Non c’è contraddizione tra il boom della socialità digitale e quello degli eventi live». È una tesi che i numeri del salone sembrano confermare con una certa ostinazione. Tuttavia, il vero dato importante di questa edizione non è quanta gente ci fosse, ma perché ci fosse. In un’epoca in cui tutto è a portata di clic, fare ore di fila per ascoltare uno scrittore è un atto quasi sovversivo. Il Salone lo sa. E i duecentocinquantamila che hanno varcato i cancelli del Lingotto pure.
