Quando serie TV e colonne sonore non vanno più d’accordo

il caso

A causa di problemi di licenza, molti show hanno dovuto fare a meno, negli anni, delle loro musiche più iconiche - Il caso di Dawson’s Creek, che per la distribuzione su Netflix ha abbandonato la famosa I Don’t Want to Wait in favore di Run Like Mad

Quando serie TV e colonne sonore non vanno più d’accordo
© Wikipedia / Dawson’s Creek

Quando serie TV e colonne sonore non vanno più d’accordo

© Wikipedia / Dawson’s Creek

Diciamolo, chi non si è mai alzato al mattino canticchiando l’insulsa musichetta di quella famosa «réclame» passata la sera prima in televisione? Il nostro cervello funziona così: «registra» i suoni e li lascia in un angolo della mente, pronti per una futura (spesso involontaria) consultazione. E su questo processo gli spot ci giocano parecchio.

Ad utilizzare questo meccanismo fidelizzante non sono però solo le pubblicità, ma anche le serie tv, che spesso fanno della sigla musicale il proprio cavallo di battaglia. Il problema, fa notare il New York Times in un articolo pubblicato un paio di giorni fa, è che non sempre il matrimonio tra colonna sonora e serie tv è destinato a durare.

Il caso di Dawson’s Creek

Lo sanno bene i fan di Dawson’s Creek, serie tv andata in onda negli Stati Uniti tra il 1998 e il 2003, la cui celebre theme song I Don’t Want to Wait di Paula Cole è stata sostituita per la distribuzione su Netflix da un altro pezzo: Run Like Mad di Jann Arden. Un fatto per nulla apprezzato da chi lo show lo aveva già potuto apprezzare in tv.

Alla base dell’avvicendamento vi sarebbe un semplice problema di previdenza. Chi poteva immaginare negli anni ‘90, al momento della firma per i diritti musicali di I Don’t Want to Wait, che la serie tv avrebbe avuto oltre vent’anni di vita, ringiovanita dallo streaming? Solo qualche visionario. E per questo gli anni di diritti musicali acquistati all’epoca erano generalmente pochi: solo quelli sui quali si stimava si sarebbe protratta la distribuzione televisiva. Con queste licenze temporanee, le produzioni riuscivano a sborsare solo il 5% di quanto sarebbe costata invece una licenza perpetua, il cui valore si aggira mediamente attorno ai 30-40 mila dollari.

Tra le vittime illustri di questa scarsa lungimiranza anche altre celebri serie tv come Scrubs, Bones, X-Files, Felicity: tutti show nati tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio dei 2000.

Il peso dei fan

Parlavamo di musica e fidelizzazione. Il processo mentale innescato con I Don’t Want to Wait ha funzionato bene, forse anche troppo. Dopo insistenti lamentele, sembra infatti che i fan di lunga data di Dawson’s Creek abbiano convinto Sony (la multinazionale che detiene i diritti di distribuzione) a tornare sui propri passi. E benché la notizia non sia ancora stata confermata dalla compagnia giapponese, l’autrice di I Don’t Want to Wait ha commentato sulle pagine del New York Times: «Si tratta di una rivincita per me, per i fan e per tutti gli artisti».

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