Schumacher, l’uomo e la leggenda

Netflix

La piattaforma streaming ripercorre la carriera del campionissimo con un documentario di quasi due ore: da una parte la guida aggressiva sempre al limite, dall’altra la calma e l’amore della famiglia

Schumacher, l’uomo e la leggenda
© Motorsport Images

Schumacher, l’uomo e la leggenda

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L’incidente. Sugli sci, nel 2013 a Méribel. Da allora, il nulla. O quasi. Michael Schumacher, il campionissimo, non è più apparso in pubblico. Il suo stato di salute, beh, appartiene alla sfera privata, famigliare. Ci ha pensato Netflix, allora, a parlare e far parlare di «Schumi». Con un documentario, intitolato semplicemente Schumacher, consacrato all’uomo capace di vincere sette titoli mondiali fra il 1994 e il 2004. L’uscita non è casuale: trent’anni fa, il tedescone di Hürth vinceva il suo primissimo Gran Premio, in Belgio. Era l’agosto del 1991, l’inizio di una lunga e prosperosa carriera nella quale ha inanellato qualcosa come 91 vittorie.

© Famiglia Schumacher
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L’okay della famiglia
Il documentario sfiora le due ore e, soprattutto, è «il solo approvato dalla sua famiglia» fanno sapere gli ideatori. La ricetta è più o meno la solita: un classico resoconto sportivo che ricalca la carriera fuori dal comune di un campione altrettanto straordinario. I ritmi, folli, del circuito sono alternati a momenti calmi, rilassati e intimi. Nei quali, appunto, compaiono gli affetti di Michael. Il materiale d’archivio è imponente e importante. A completare l’opera, svariate interviste: alla moglie Corinna, ai figli Gina e Mick e, ancora, a papà Rolf.

Ci sono, altresì, i protagonisti del paddock di quegli anni. A cominciare da Jean Todt, l’ex direttore della Ferrari e amico di Schumacher nonché presidente della Federazione internazionale dell’automobile. Ci sono pure i rivali storici di Schumacher: Damon Hill e Mika Häkkinen. E ci sono gli eredi, se così vogliamo chiamarli, come Sebastian Vettel. Un altro tedesco pluricampione.

Escludere la paura
Il documentario ripercorre, dicevamo, una carriera senza eguali. Dal 1991 al 2006, con la parentesi in Mercedes nel 2010. Ma la storia parte da lontano, quasi lontanissimo, dall’infanzia di Michael passata sui kart. Quando la Formula 1 era solo un possibile orizzonte. Anche perché lui, Schumacher, arrivava da una famiglia modesta. Correva con gli equipaggiamenti meno cari, sistemava le gomme vecchie. Quelle che per altri erano da buttare. Eppure, vinceva. Tanto. Sempre.

Vinceva, e ha vinto, fra i grandi. Merito di una guida aggressiva e di accese rivalità. La prima, per quanto corta, con il compianto Ayrton Senna.

La presenza del brasiliano apre un discorso più ampio. Legato al rischio. E alla morte. «Il peggio – le parole di Schumacher all’epoca – furono le due settimane successive al suo incidente. Quando dovetti accettare veramente la morte di Ayrton Senna. Era totalmente insensato».

Quindi, l’amore di una vita: la Ferrari. Un amore non privo di pressioni. «Se non vinci qui, passi per idiota» racconta Luca Di Montezemolo, presidente della scuderia all’epoca di Schumacher, davanti alla telecamera. Non a caso, il titolo del 2000, il primo con la Rossa, ha il sapore della liberazione per «Schumi». A Maranello ne conquisterà altri quattro.

L’uomo e il campione
Detto dei successi, delle pressioni e dei rivali, Schumacher traccia anche un profilo psicologico del campione e dell’uomo. Emerge, infatti, il campione competitivo, intrepido, desideroso di spingersi sempre e comunque oltre il limite. Ma anche il padre e marito protettivo. «In pista escludeva la paura» ricorda proprio Häkkinen. «Una volta gli ho detto: non puoi bloccarmi così, non puoi farmi questo a 300 km all’ora».

Schumacher, sopra ogni cosa, quando correva era un perfezionista. Se la Ferrari è tornata a vincere un titolo mondiale, beh, è perché c’era lui al volante. Michael ha contribuito attivamente allo sviluppo della vettura, come Niki Lauda o Alain Prost prima di lui. «Riflettevo spesso su come permettere alla macchina di andare più veloce» diceva il tedesco.
Sorprende, al netto del tifo e degli sciovinismi, il modo in cui i parenti parlano di Schumacher. Al passato, sempre e comunque. Non sorprende, per contro, il fatto che non trapeli nulla circa l’attuale stato di salute del campionissimo. La sua voce, certo, permea l’intera produzione. Ma parliamo di estratti di vecchie interviste. Solo la moglie Corinna e il figlio Mick dicono qualcosa. «È diverso, ma è sempre qui» dice lei. «Ci capiamo sempre, anche se in maniera differente» racconta Mick. Erede nel vero senso della parola, visto che anche lui è pilota in Formula 1. «Michael ha sempre vegliato su di noi, ora tocca a noi vegliare su di lui» conclude Corinna.

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