«Turning Point», tra fumo, lacrime e sana autocritica

la recensione

Disponibile da alcuni giorni su Netflix, la serie TV ripercorre nell’arco di cinque episodi la storia dell’11 settembre 2001 - L’opera è un raro documento di analisi senza eccessivo patriottismo - GUARDA IL TRAILER

«Turning Point», tra fumo, lacrime e sana autocritica
© EPA/Tannen Maury

«Turning Point», tra fumo, lacrime e sana autocritica

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Che strumento inaffidabile, la memoria. Quanto spesso fa cilecca, intralciata dall’incedere del tempo o, semplicemente, dalle preoccupazioni quotidiane che catalizzano tutta la nostra attenzione, facendoci rapidamente scordare persino quanto portato in tavola poche ore prima. Ci sono eventi, però, che restano impressi nella mente, indelebili. Un matrimonio, un funerale, il primo giorno di lavoro, la nascita di un figlio. O l’11 settembre 2001. Non si scappa: chi, allora, era al mondo, ricorda esattamente dove si trovasse nell’attimo in cui la notizia l’ha raggiunto: «World Trade Center e Pentagono sono sotto attacco. Le Torri Gemelle stanno crollando». Un momento dall’immensa portata storica, al quale Netflix ha deciso di dedicare una miniserie di cinque puntate della durata di un’ora: Turning Point: l’11 settembre e la guerra al terrorismo. A pochi giorni dal ventennale dei terribili attacchi, la piattaforma streaming ha pubblicato un’analisi, quella del regista statunitense Brian Knappenberger, in grado di andare oltre la mera funzione memoriale o cronografica. Dopo una prima parte dai contenuti soprattutto commemorativi, la docuserie evolve infatti in un’equilibrata lettura degli anni seguenti l’attentato, quelli delle guerre in Afghanistan e Iraq. E, a garanzia di una certa obiettività, lo fa proponendo una serie di interviste a personalità provenienti da più fronti, non solo quello statunitense.

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Il pianto degli USA

Chi sono gli attentatori che hanno colpito il World Trade Center e il Pentagono? Perché lo hanno fatto? Ma soprattutto: «Per quale motivo ci odiano?». Queste, secondo Bruce Hoffman, membro senior del Consiglio statunitense per le relazioni estere interrogato in Turning Point, le domande passate nella mente degli americani negli attimi che hanno seguito gli attacchi dell’11 settembre. Domande che dominano le prime due puntate, nelle quali lo shock subito dal Paese viene sapientemente ricreato grazie a filmati di chi, nelle strade di New York o Washington, ha assistito agli attentati, ai video d’archivio di numerosi media e alle testimonianze sparse di sopravvissuti e famigliari di coloro che, invece, non ce l’hanno fatta. Due pugni allo stomaco, questi episodi, che non perdonano chi tra gli spettatori ha la lacrima facile. E nonostante la creazione di una cornice dai tratti, non lo nascondiamo, decisamente patriottici, Knappenberger riesce sul finire di questa prima parte dell’opera ad aprire a un nuovo filone, più distaccato, che governerà i capitoli successivi della miniserie. Uno che non teme di dar voce anche a chi non risparmia critiche alle azioni di intelligence e alle autorità statunitensi prima e dopo l’11 settembre 2001.

Guerre e torture

Punto di svolta è probabilmente la testimonianza dell’allora (e ancora) rappresentante alla Camera per lo Stato della California Barbara Lee. Nei giorni seguenti l’11 settembre, la 75.enne fu l’unica, in Congresso, a votare contro l’Authorization for use of military force (AUMF), risoluzione congiunta poi divenuta legge con la quale ai presidenti statunitensi sono concessi pieni poteri decisionali riguardo l’uso di «forza necessaria e appropriata» contro coloro che hanno «pianificato, autorizzato, commesso o aiutato» gli attacchi, o che a queste persone o gruppi hanno dato rifugio. Una legge definita da Lee «un assegno in bianco» per il rischio (poi divenuto realtà, con l’invasione dell’Iraq e altri interventi in Medio Oriente e in Africa) che venisse utilizzata per scopi diversi da quelli direttamente legati al settembre 2001 e all’Afghanistan. E nelle puntate seguenti il dibattito prende il volo: il programma Stellar Wind e gli spionaggi della NSA, le torture a Guantanamo, Obama e gli attacchi indiscriminati con i droni, gli scarsi risultati delle operazioni in Afghanistan. Turning Point non ha paura di mettere l’America davanti alle proprie responsabilità.

Ospiti illustri e la «Pace»

Numerose personalità illustri appartenenti agli ambienti più disparati vengono interpellate nel corso della docuserie. Dalla già citata Barbara Lee al signore della guerra Gulbuddin Hekmatyar, dall’ex procuratore generale Alberto Gonzales al politico Ahmad Zia Massoud (fratello del «Leone del Panjshir»), dai civili afghani ai comandanti talebani. Alla luce dei recenti avvenimenti in Afghanistan, però, a colpire maggiormente sono le parole di alcuni membri dell’esercito afghano. «Finché avremo sangue in corpo, difenderemo la nostra terra. Non consegneremo il nostro Paese ai talebani», afferma una soldata. «A pochi mesi dall’intervista, sarà ancora viva?», non possiamo fare a meno di chiederci. Negli ultimi minuti, Turning Point accenna con un semplice messaggio scritto agli eventi di agosto e alla caduta di Kabul. Come continuerà la storia? Ne saremo tutti testimoni. La speranza, trasmessa dal messaggio dell’imam Feisal Abdul Rauf che nella serie tv ha (letteralmente) l’ultima parola, è una: «Pace».

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