Il ricordo

«Era una bella anima esposta»

Il giornalista Giorgio Terruzzi, autore del libro «Suite 200. L’ultima notte di Ayrton Senna», racconta del suo profondo rapporto con il pilota

«Era una bella anima esposta»

«Era una bella anima esposta»

Giorgio Terruzzi da anni racconta la Formula Uno sulle reti Mediaset. Nel 2014 ha scritto, per 66thand2nd, il libro Suite 200. L’ultima notte di Ayrton Senna. Appunto, l’ultima notte di Ayrton Senna. Come l’ha ricostruita? Mettendo assieme la storia del pilota brasiliano e gli elementi del rapporto, più intimo, che aveva precedentemente costruito con lui. «Ci sono state delle curiose circostanze, che hanno fatto sì che il nostro rapporto di lavoro, io giornalista, lui pilota, diventasse qualcosa di più», ci racconta Terruzzi. «Un mio caro amico, tanto per cominciare, decise di andare a vivere in Brasile negli anni Ottanta, senza una lira. Io andai a trovarlo per dargli una mano. Era la fine del 1984. Senna aveva appena concluso la sua prima stagione in Formula Uno. Lo chiamai. “Forse non ti ricordi di me, ci siamo conosciuti in pista...”. Beh, il mio amico era a Rio, lui era a San Paolo. Mi invitò a casa sua. Poi ci sono state altre amicizie in comune, che hanno provocato altri incontri casuali al di fuori del circuito. Ci fu persino una guida al Brasile, scritta con il mio amico, per la quale lui, Senna, scrisse la prefazione».

Fino a quel viaggio...
«Sì, un ulteriore colpo di fortuna. Anni dopo, in un viaggio da Rio a Milano, un caso di overbooking fece sì che mi spostarono in business, proprio accanto a lui. Io ho preso tantissimi aerei nella mia vita e non ho mai dormito un solo minuto. Piuttosto mi ritrovo, in volo, con l’emotività allertata. Fatto sta che mi ritrovai a fargli una lunga serie di confessioni sulla mia vita personale. Gli confessai che ero molto attento alla sua persona, come se sentissi un’affinità particolare. Mi resi conto: stavo esagerando. Tirai il freno, scusandomi. Lui a quel punto mi disse “no, parlami di questa cosa, mi riguarda”. Un volo notturno di grande confidenza, che in effetti ha spostato un po’ le dinamiche del nostro rapporto, facendo sì che anche in altre occasioni ci trovassimo a parlare dei fatti nostri, non di macchine e gran premi. Alle otto di sera nei parcheggi. I piloti allora non erano come questi di oggi. Con loro ancora si poteva parlare. Lui era una persona curiosa e interessante, e così simile a me, a noi, che diceva cose che riguardavano tutti, il sentire di ognuno. Proprio questo mi ha in qualche modo fatto sentire autorizzato a scrivere questo libro. Un arbitrio, pensare una persona da sola nella propria stanza. Ho creduto di sapere, di capire, che razza di panorama si fosse trovato davanti quell’uomo lì, quella notte».

La copertina del libro «Suite 200. L’ultima notte di Ayrton Senna» (ed. 66th and 2nd)
La copertina del libro «Suite 200. L’ultima notte di Ayrton Senna» (ed. 66th and 2nd)

Che persona era, Ayrton Senna?
«Una persona con la quale arrivavi facilmente a una confidenza più intima, una persona con una bella anima esposta. Una persona capace di manifestare i propri sentimenti. E questo è ciò che conta, è ciò che caratterizza i rapporti importanti delle nostre vite. Era una persona con cui si poteva avere qualità nella relazione, una qualità superiore alla media, un’anomalia persino. È questo il motivo per cui quell’uomo continua a gironzolare da queste parti».

Lei spesso ha parlato di un fascino che nasceva da un doppio aspetto: da un lato il talento, unico, e dall’altro le sue ombre, che lo rendevano appunto comune.
«Qui abbiamo un uomo che per un verso faceva cose lontanissime dal nostro fare, con un coraggio lontanissimo dal nostro – un pilota, gente lontana appunto – ma che per un altro verso diceva o faceva cose molto comuni, che riguardavano e riguardano tutti. Magari parlava di una paura, di un turbamento, di un’emozione, una commozione, un sentimento umanissimo. Quando succede questa cosa, l’incontro diventa memorabile. E quando pensi che il tuo interlocutore non abbia nulla in comune con te, lo scopri invece vicino. Ciò porta a un’affezione, a una compagnia, a farsi compagnia persino con un personaggio così, di un’altra dimensione, stratosferica e preclusa».

Provava gioia nella velocità? O quel velo di malinconia che sembrava sempre permearlo era autentico?
«Partiamo da una certezza: era un agonista ferocissimo, con una voglia di vincere straordinaria. Era una voglia però non fine a se stessa, bensì il traguardo di una persona che aveva bisogno di essere perfetta. Ciò aveva a che fare con la sua vita, con la sua ombra, già citata. Viveva il suo presente come un’opportunità avuta grazie al talento e al denaro della famiglia, un’opportunità che lo obbligava a restituire un comportamento ineccepibile. Era un monaco da lavoro, da corsa. Non godeva poi tanto, quel ragazzo. Era diverso da tanti altri campioni. La vittoria non sedava quella sua sete. Si sentiva destinato più che altro alla restituzione. E lì la vita si complica un po’».

«Era una bella anima esposta»
La sua era una natura molto spirituale. Sentiva il bisogno di avere un riferimento più alto. Poi con Dio faceva strani patti, a proprio vantaggio

La sua fede. Che ruolo aveva?
«Era un’aspirazione. La sua era una natura molto spirituale. Sentiva il bisogno di avere un riferimento più alto. Poi con Dio faceva strani patti, a proprio vantaggio. Era talmente severo con se stesso, e lucido, che quando arrivava all’azione, Dio poi gli dava ragione. Lui era talmente certo di aver fatto bene i compiti che si aspettava poi il dieci in pagella. Era un po’ una contraddizione. Da una parte c’era la fede vera, dall’altra la convinzione di essere talmente un “bravo bambino” da meritare il suo premio. Quando andò contro Prost, nel 1990, buttandolo fuori volontariamente e vincendo il Mondiale, beh, era d’accordo con Dio, dal suo punto di vista. Secondo lui quello era un atto di giustizia, verificato dall’alto dei cieli. Si confrontava e poi Dio gli diceva “certo, è giusto così”. Insomma, forzava un po’ la mano. Aveva un tale rigore, una tale etica del fare, che poi era certo che Dio fosse dalla sua parte».

In merito a quell’ultimo fine settimana...
«Fu un fine settimana unico nella storia della Formula Uno. Se ne sono in effetti sentite di tutti i colori, come se avesse preavvertito qualcosa. Rivedendo le immagini, post mortem, certo, sembrava preoccupato solo lui di quanto stesse accadendo. Ma lo erano tutti. Per un pilota quella della corsa però è una dimensione diversa. Un pilota deve correre e corre. A Imola, nel 1994, non era l’unico alle corde. Lui però era molto sensibile, colpito anche da vari elementi riguardanti la sua vita privata. Lì c’è il senso del mio libro, in effetti. Non c’era solo il morto del giorno prima, bensì dei nodi della propria esistenza che andarono a coincidere con i fatti della gara. Pensieri complessi, oltre alle normali preoccupazioni. E qui mi fermerei».

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