Diego, un anno dopo la morte tra polemiche e ricordi indelebili

paso doble

Alla dipartita del «Diez» ha fatto seguito una serie di diatribe legali ancora irrisolte, legate soprattutto alla sua eredità - Il lascito di quanto trasmesso da Maradona nel corso della sua carriera e della sua vita, invece, non ha mai smesso di far sognare i suoi ammiratori.

Diego, un anno dopo la morte tra polemiche e ricordi indelebili
©AP PHOTO/Alessandra Tarantino

Diego, un anno dopo la morte tra polemiche e ricordi indelebili

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Alla dipartita del «Diez» ha fatto seguito una serie di diatribe familiari ancora irrisolte, legate soprattutto alla sua eredità. Il lascito di quanto trasmesso da Maradona nel corso della sua carriera e della sua vita, invece, non ha mai smesso di far sognare i suoi ammiratori.

Diego è morto un anno fa, un 25 novembre, proprio come il suo amico e sestante politico Fidel Castro e come George Best, suo maestro di deboscia e di cirrosi. Per il 60. compleanno, il 30 ottobre, aveva ricevuto decine di migliaia di auguri da ogni angolo del mondo, ai quali però i cortigiani che gli stavano attorno in quelle ultime settimane gli avevano impedito di rispondere, per evitare che si affaticasse e affinché nessuno, sentendo una voce oltremodo affaticata, capisse la reale gravità del suo stato di salute. El Pibe infatti era a pezzi, depresso all’inverosimile, terrorizzato da coronavirus e fantasmi plurimi. Per quel compleanno così rotondo, dunque, non era stato organizzato nulla di grandioso: erano ormai lontanissimi i tempi delle feste lunghe tre giorni e accompagnate da ogni condimento immaginabile. Maradona aveva soltanto accettato una targa, una fetta di torta e lo sparo di un paio di mortaretti da parte dei dirigenti del Gimnasia y Esgrima, la squadra di cui in teoria era ancora allenatore. A soffiare a fatica sulle candeline era stato un Diego dallo sguardo spento, lento nei movimenti e triste per l’assenza dei suoi molti figli, tenuti lontani dai litigi, da antichi rancori, dall’intenzione del padre di diseredarli e - ufficialmente - dalle norme anti-covid.

Un intervento discusso

Passati pochi giorni, dopo l’ennesima crisi nervosa, i pretoriani l’avevano accompagnato in una clinica, dove nel corso di accertamenti era emerso un vasto ematoma fra cranio e cervello. I familiari avevano cercato di opporsi all’idea di un intervento chirurgico da loro ritenuto troppo precipitoso, ma Diego - convinto che non volessero farlo curare soltanto per accelerare la sua morte e metter le mani sull’eredità - aveva optato per l’operazione, che peraltro a detta dei medici riuscì benissimo. Tornati sgomitando e mordendo a ristabilire il controllo sulle sorti del patriarca, i parenti - contro il parere dei cerusici - avevano allora deciso di farlo dimettere con sciagurato anticipo, in pratica appena applicati i punti di sutura. Lo portarono a casa, lo affidarono alle cure di personale sanitario di capacità assai dubbie - ma assai prodigo nella somministrazione di psicofarmaci - e un paio di settimane più tardi il suo cuore si fermò per sempre. Chissà, forse timori e sfiducia del Pibe nei confronti dei suoi congiunti non erano del tutto ingiustificati.

Dal dolore alle malelingue

Incredulità, dolore e cordoglio universale per la scomparsa del genio del fùtbol durarono soltanto poche ore: illazioni, accuse, sospetti e speculazione (un paio di sciacalli diffusero in rete immagini della salma) presero infatti presto il sopravvento, proprio com’era avvenuto durante l’intera sua vita. Nemmeno in quel frangente, col cadavere ancora caldo, i detrattori del Pibe - che sono tanti almeno quanti i suoi adoratori - riuscirono a trattenere ingiurie, anatemi e scomuniche. E ancora oggi, a distanza di un anno, mentre la giustizia argentina cerca di far luce su colpe e responsabilità (qualcuno rischia anni di galera) il resto del mondo, invece di magnificarne la grandezza palla al piede, ancora dibatte sui difetti di Maradona con una morbosità mai riservata a nessun altro atleta nella storia dello sport.

A Diego, infatti, non si perdona nulla. Era l’incarnazione del male - latrano i secondini della morale - barava in campo, fiutava coca, evadeva il fisco ed era, naturalmente, camorrista e maschilista. Come se, fra i suoi accusatori, non ci fosse nessuno che imbrogliasse giocando a biglie e a poker, o che non abbia mai ceduto davanti a whiskey o altri stupefacenti. Gli stessi eccessi tollerati o perfino ammirati presso altre icone pop, a Maradona vengono invece ferocemente rinfacciati, come se fosse l’unica star a cui sia capitato di tirar mattina in compagnia di narcotrafficanti, pornostar e dittatori sanguinari. Il suo peccato capitale, dicono ipocritamente i bidelli dell’etica, fu di essere pessimo esempio per i ragazzini. Come se farsi carico dell’educazione dei loro figli non toccasse a scuola e famiglia, ma a gente come Diego, Mike Tyson o Dennis Rodman.

Un uomo libero

Altri invece stigmatizzano la mancanza di cultura che si palesava, dicono, ogni volta che El Pibe apriva bocca, come se fosse un delitto o come se ai calciatori fosse richiesta l’erudizione di Bertrand Russell. Innegabilmente ignorante per natali sfortunati - nella bidonville di Villa Fiorito vivevano in dieci senza acqua corrente - Diego non era però stupido come qualcuno lo dipinge. Anzi, sul piano dell’intelligenza pura, nel suo ambiente pochi riuscivano a stargli dietro, proprio come quando decideva di andarsene in porta dribblando l’intera Nazionale inglese, Margaret Thatcher compresa. La verità è che a qualcuno resta indigesta l’idea che Maradona fosse un uomo libero, e la libertà - lo sappiamo - è difficile da raggiungere e quasi impossibile da farsi perdonare. Figli della libertà - e di null’altro - sono infatti i paradossi che l’hanno scortato durante l’intera sua vita. Non fosse stato tanto libero, mai avrebbe potuto professarsi al contempo comunista e timorato di Dio, marxista ma nazionalista, ultrà della famiglia ma pronto a figliare con almeno quattro donne diverse. E nemmeno avrebbe potuto sfoggiare orologi da mezzo milione sullo stesso braccio dove si era fatto tatuare il volto di Che Guevara. Non fosse stato così libero, infine, mai avrebbe potuto amare - e odiare - in modo così sincero.

Una divinità molto umana

Detestava Passarella, che era stato il cocco della sanguinaria giunta militare, si portava a letto le mogli dei compagni di squadra e spifferava ai giornalisti i segreti dello spogliatoio. E amava invece Menotti perché, quando lo aveva escluso con l’ultima scrematura dalla Seleccion che nel ’78 avrebbe vinto il Mondiale casalingo - procurandogli il dolore più grande della carriera - lo aveva fatto guardandolo negli occhi. Odiava Blatter e Ferlaino - che trattavano il football come fosse un loro affare privato - e adorava argentini e napoletani perché erano poveri come lo era stato lui. E dai peones, in genere, era riamato: per le sue giocate al limite del paranormale e perché in lui potevano in qualche modo identificarsi, dato che era poco più di un nano e tendeva a metter su pancia. Diego era un Dio, certo, ma aveva debolezze e sembianze umane.

Poco importa se, come tutte le divinità, Maradona viene a volte bestemmiato, del resto è la sorte che tocca agli imperituri. Ai mortali spettano invece la prosaicità dei processi penali per stabilire se il suo decesso poteva davvero essere evitato e le bassezze messe in campo da figli e parenti stretti che - un anno dopo l’ultimo dribbling terreno di Diego - combattono senza esclusione di colpi la guerra per accaparrarsi la parte più cospicua di un’eredità materiale potenzialmente principesca, ma che forse ammonta a molto meno di quanto si potrebbe credere. Il fatto che due case, qualche automobile e diversi cimeli sportivi appartenuti al Pibe - trofei, maglie, lettere autografe di Fidel e Chavez - siano stati messi all’asta in fretta e furia lascia infatti sospettare che gran parte della sostanza, forse, è già stata dissipata.

Una questione di soldi

Del resto, Diego per decenni ha dovuto mantenere e foraggiare un codazzo inimmaginabile di familiari, amanti, e valletti. Centinaia di persone - senza esagerare - e quindi è facile pensare che, insieme a ottimi guadagni, anche la voce delle spese fosse piuttosto consistente nel libro mastro maradoniano. El Pibe era insomma costretto a far cassa di continuo, monetizzando ogni sua dichiarazione, ogni apparizione pubblica, ogni ospitata sotto i riflettori dello show business. Soldi che, di colpo, hanno smesso di entrare, mettendo in ambasce i numerosi beneficiari. I più scafati dei quali, c’è da scommettere, si inventeranno di tutto pur di continuare a massimizzare gli introiti, magari chiedendo e ottenendo che un obolo venga loro versato ogni volta che qualcuno, per diletto o per mestiere, sarà costretto a scrivere o a pronunciare le parole Diego, Armando e Maradona.

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