«El Potrillo» dell’Argentina che fece grande il Torino

Calcio

Ricorrono i quarant’anni dalla morte di un oriundo entrato nella storia del calcio italiano

«El Potrillo» dell’Argentina che fece grande il Torino
Julio Libonatti, il bomber sudamericano del Torino. / © Web/thesefootballtimes.co

«El Potrillo» dell’Argentina che fece grande il Torino

Julio Libonatti, il bomber sudamericano del Torino. / © Web/thesefootballtimes.co

Nell’ottobre di cent’anni fa, a regalare all’Argentina la sua prima Copa America fu Julio Libonatti, che era figlio di calabresi e da poco aveva compiuto vent’anni.

Il gol con cui superò il portiere uruguaiano nell’ultima e decisiva partita fece del ragazzo un eroe nazionale da portare in trionfo per ogni quartiere di Buenos Aires, come un novello Libertador. Gli argentini, del resto, tenevano moltissimo a quel successo: nelle prime quattro edizioni del trofeo continentale (3 successi uruguagi e uno brasiliano) avevano infatti rimediato soltanto figuracce.

Detto El Potrillo (il puledro) per quanto tenace e indomabile si mostrava in campo, Libonatti si vide offrire cifre stratosferiche dai maggiori club porteños, intenzionati ad impedirgli di saltare sul treno che dalla capitale l’avrebbe riportato nella natìa Rosario. Il professionismo per la verità in Argentina sarebbe stato sdoganato quasi una decina d’anni dopo, ma di grana sottobanco ne girava già parecchia. El Matador (di epiteti non si faceva certo economia) optò ad ogni modo per la fedeltà al Newell’s. Ma quando nel 1925 ricevette dal Torino la classica offerta che non si può rifiutare, abbandonò i rossoneri per attraversare l’Atlantico lungo la rotta contraria a quella seguita dai suoi genitori un paio di decenni prima.

L’offerta del Torino
Enrico Marone Cinzano - titolare della famosa azienda di liquori e marito di una figlia del Re di Spagna - era da poco diventato presidente del Toro e quell’estate si trovava in Argentina per affari. Già che c’era, si mise alla ricerca di calciatori e ne portò in Italia un paio. Me lo racconta con cadenza veneziana Alberto Facchinetti - classe 1982 - scrittore, editore e giornalista per Foglio, Fatto quotidiano e Guerin Sportivo. Su Libonatti ha scritto un’avvincente biografia nel 2014. Il conte Cinzano - prosegue - con Julio fece un affare perché diventò subito un giocatore imprescindibile, e lo fu per parecchi anni.

Cittadinanza italiana
Grazie a una legge varata dal regime fascista, che consentiva ai discendenti degli emigranti di riacquistare automaticamente la cittadinanza italiana, Julio fu dunque il primo calciatore reimportato nel Belpaese dal Sudamerica. Il calcio in Italia a quei tempi era solo agli albori, in clamoroso ritardo tecnico-tattico rispetto a quello giocato dai maestri britannici, a quello danubiano e al fùtbol che si praticava sulle due sponde del Rio de La Plata, e l’ingaggio di una stella come Libonatti permise al Toro di fare la differenza. Dopo una prima stagione di ambientamento (18 reti in 22 presenze), l’oriundo trascinerà i granata alla conquista di due scudetti consecutivi (1 poi revocato) - i primi della sua storia - mettendo a segno la bellezza di 56 gol in 59 partite. Non molto alto, ma dotato di tecnica e forza fuori del comune, Libonatti era un centravanti atipico, capace di arretrare parecchio in cerca del pallone, che poi serviva con intelligenza ai suoi due compagni più estrosi - Rossetti e Baloncieri- che dovevano solo spingerlo in porta.

Il Trio delle meraviglie
Baloncieri è stato probabilmente il più forte del trio, annota Facchinetti. Del resto, Gianni Brera lo considerava il più talentuoso della sua generazione. Nato in Italia, aveva passato alcuni anni dell’infanzia in Argentina, prima di rientrare nella madrepatria al seguito dei genitori. Fatto sta che il Trio delle meraviglie trasforma il Torino in una fabbrica di gol impressionante: nel 1929 la squadra segnò 117 reti in 33 gare, cifre che nemmeno il Grande Torino di Valentino Mazzola, tre lustri più tardi, riuscirà ad eguagliare. Notevoli pure i numeri di Julio in maglia azzurra, con cui vinse una Coppa Internazionale, l’antenata dell’Europeo: 15 gol in 17 presenze.

Celebre viveur
Allegro, spendaccione, appassionato di automobili e bei vestiti, Libonatti a Torino non disdegna soubrette e night-club, che frequenta spesso in compagnia di un altro celebre viveur, vale a dire Renato Cesarini, anch’egli ex nazionale argentino, giunto da Buenos Aires alla Juventus sul finire degli anni ’20 e divenuto famoso per il vizio di segnare gol negli ultimi minuti di gara, unità temporale poi passata alla storia - appunto - col nome di Zona Cesarini.

Campioni sudamericani
Le altre squadre infatti, sull’esempio del Toro si erano date da fare, saccheggiando nel giro di pochi anni il calcio sudamericano dei suoi migliori talenti dal cognome italiano. Una pratica promossa e incoraggiata dallo stesso Mussolini, che aveva presto capito - come consoli e imperatori romani prima di lui - che il consenso poteva essere guadagnato anche offrendo al popolo spettacoli d’intrattenimento di alto livello. I campioni sudamericani, argentini soprattutto, servirono alla nazionale italiana per vincere due titoli mondiali, conferma l’autore de «Il romanzo di Julio Libonatti». I regimi del resto traggono vantaggio sempre dalle vittorie sportive di un Paese.

I valori aggiunti
Nella selezione guidata da Vittorio Pozzo che vinse il Mondiale del 1934, in effetti, figuravano gli ex nazionali argentini Monti, Guaita, Demarìa e Orsi - oltre al brasiliano Guarisi - mentre l’uruguagio Andreolo si unì al gruppo in occasione del bis iridato del 1938. E da Montevideo provenivano anche Fedullo, Sansone, Faccio e Mascheroni (campione del mondo nel ’30 con la Celeste), tutta gente che ha vestito le maglie di due diverse Nazionali. Da qualche decennio non è più permesso, ma nel passato era un fenomeno frequente come l’emicrania.

I nuovi oriundi
La seconda ondata di oriundi investì il calcio italiano verso la fine degli anni ’50, con l’arrivo dei campioni del mondo Schiaffino e Ghiggia (Uruguay ’50), Altafini (Brasile ’58) e degli «Angeli dalla faccia sporca» Maschio, Angelillo e Sivori, vincitori della Copa America con la maglia dell’Argentina nel 1957. Tutti purosangue che presi uno alla volta non avevano rivali, ma che riuniti nella scuderia azzurra ruppero clamorosamente: l’Italia fallì infatti con vergogna la qualificazione al Mondiale del 1958 e fece comunque fiasco in Cile 4 anni dopo.

I più fortunati
Maggior fortuna ebbero alcuni decenni più tardi giocatori come Camoranesi -colonna portante dell’Italia iridata di Lippi nel 2006- e gli attuali campioni d’Europa Jorginho, Emerson e Toloi: per farsi invitare al galà, insomma, è ancora sufficiente vantare un trisnonno imbarcatosi 150 anni fa, ma oggi quantomeno sono esclusi dal ballo coloro che hanno già vestito la maglia di un altro Paese.

Ritorno in patria
Tornando a Libonatti, il 1938 fu l’anno in cui, dopo nove stagioni al Torino, due al Genoa (ribattezzato Genova in quegli anni di autarchia anche linguistica) e un campionato a Rimini da allenatore, Julio decise di tornarsene in Argentina, preceduto di qualche settimana da moglie e figli. In realtà in quei mesi furono moltissimi gli italo-argentini che abbandonarono il Paese - precisa Facchinetti.

Senza più un soldo
Con le leggi razziali, era cambiato il rapporto con gli oriundi, i quali fra l’altro, sentendo odore di guerra, temevano probabilmente di essere arruolati. Quando Libonatti si imbarcò a Genova alla volta di Montevideo, malgrado i lauti stipendi ricevuti in quella dozzina d’anni, in tasca non aveva più nemmeno una lira. Vero, Julio non sapeva risparmiare e poi era molto generoso con gli altri. Alberto Libonatti, il figlio, ha detto anche che il padre raccontava di aver consegnato al regime fascista gioielli di valore, ma che, al momento della partenza, gli vennero restituiti solo quelli di materiale non prezioso. Un mistero. Tornato a Rosario, non visse una vita agiata, ma nemmeno in povertà assoluta.

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