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I 70 anni di Hitzfeld, il vincente

L’allenatore germanico li festeggerà dopodomani - I numerosi trionfi, la delusione rossocrociata e i commenti mai banali sui colleghi

I 70 anni di Hitzfeld, il vincente
Le due Champions alzate con il Borussia ed il Bayern. (Foto Internet)

I 70 anni di Hitzfeld, il vincente

Le due Champions alzate con il Borussia ed il Bayern. (Foto Internet)

I 70 anni di un maestro del calcio. Dopodomani, sabato 12 gennaio, Ottmar Hitzfeld ne avrà di candeline da soffiare. Poco più del doppio dei trofei vinti in carriera: 31, tra campo e panchina. Un palmares invidiabile che lo rende uno dei mister più vincenti al mondo degli ultimi cinque decenni. L’ultima partita del germanico, ahinoi, è stata quella del 1. luglio 2014, quando la Nazionale rossocrociata venne sconfitta dall’Argentina agli ottavi di finale dei Mondiali brasiliani. La rete di Di Maria ad un nonnulla dai calci di rigore mandò in ginocchio l’intero Paese, non soltanto il risoluto uomo nato a Lörrach. Ancora una volta la Svizzera arrivò ad un passò dal sogno, ma poi si risvegliò delusa e senza più la sua guida tecnica.

Ottmar Hitzfeld quel giorno disse basta, dopo cinque anni a dettare schemi a bordocampo a Behrami e compagni: «Mi ritiro». Fino all’arrivo di Vladimir Petkovic, il suo successore, è stato l’allenatore più vincente nella storia dei nostri colori: 61 partite condite da 30 vittorie, 18 pareggi e solamente 13 sconfitte. Una percentuale elevata (49,2%) che non gli ha tuttavia permesso di entrare nel cuore dei tifosi della selezione elvetica. Forse perché le aspettative che si nutrivano nei suoi confronti erano altissime. Bisognava fare il salto di qualità. Occorreva, finalmente, sconfiggere una grande e raggiungere un traguardo storico. Con l’Argentina pareva essere la volta buona. Si era persino riusciti ad imbrigliare il fenomeno chiamato Messi, poi quel maledetto palo di Dzemaili e l’urlo soffocato in gola. Di nuovo. Hitzfeld arrivava dai numerosi trionfi ottenuti nella “sua” Germania con club blasonati come il Borussia Dortmund ed il Bayern Monaco. Con entrambe ha vinto una Champions, con i bavaresi anche un’Intercontinentale. Coppe impreziosite da sette campionati. Complessivamente sopra il camino di casa può vantare 6 titoli da calciatore (ricordiamo, ad esempio, i due campionati svizzeri con il Basilea nel 1972 e l’anno seguente) e 25 come mister. Nel 1997 e nel 2001 è stato nominato, non a caso, allenatore mondiale dell’anno.

Come lo era sul rettangolo verde, sia fuori sia dentro, anche una volta appesi dapprima gli scarpini e poi la tuta al chiodo, Hitzfeld ha utilizzato il bastone e la carota per i suoi colleghi. Di Mourinho, ai tempi in cui il portoghese dirigeva il Real Madrid, disse: «I suoi metodi distruttivi non avranno esito. Un gioco così non può piacere al Real, è una vergogna per il club. L’identità e l’immagine di questa società leggendaria è stata danneggiata. Ho conosciuto Mourinho ai congressi UEFA e l’ho visto come adesso: arrogante, maleducato, non fa altro che masticare gomme. Il Barça deve castigarlo sul campo». Decisamente più tenero con Ancelotti («un volpone dal punto di vista tattico e ha un ottimo rapporto con i giocatori. È un tecnico dal grande carisma»), meno con Guardiola («un mostro di tattica, il numero uno. Sui rapporti interpersonali, invece, è un disastro. Non si è mai concentrato sulla squadra. Non ha quasi mai avuto colloqui individuali con i giocatori del Bayern Monaco»).

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