Indizi bianconeri, vizi comuni

Calcio

L’inchiesta che ha travolto la Juventus in relazione alle presunte plusvalenze fittizie riaccende i riflettori su un sistema perverso e praticato da molti - Marco Bellinazzo: «È il sintomo di un malessere economico condiviso, anche se determinare il prezzo di un calciatore, ed eventuali abusi, resta complicato»

Indizi bianconeri, vizi comuni
Il presidente della Juventus Andrea Agnelli e il vice Pavel Nedved sono finiti nel mirino della Procura di Torino. © epa/maurizio brambatti

Indizi bianconeri, vizi comuni

Il presidente della Juventus Andrea Agnelli e il vice Pavel Nedved sono finiti nel mirino della Procura di Torino. © epa/maurizio brambatti

La Juventus è nei guai? Sì, no, forse. Di sicuro sul campo non se la passa bene. E, anzi, rischia di vivere una stagione di stenti. Una mezza tragedia, già. La brutta cera della Vecchia signora non è però da ricondurre ai soli risultati sportivi. Nel weekend il club è stato travolto dal ciclone plusvalenze. Un sistema di gestione contabile, alla voce calciomercato, che la Procura di Torino ha definito malsano. Toccherà all’inchiesta «Prisma» stabilire eventuali illeciti. L’ipotesi di reato più grave è quella di falso in bilancio, riferita a 282 milioni di euro in tre anni derivanti da operazioni «connotate da valori fraudolentemente maggiorati». Sono indagati diversi dirigenti, fra i quali il presidente Andrea Agnelli, il vice Pavel Nedved e l’ex responsabile mercato - ora al Tottenham - Fabio Paratici. Questi ultimi avrebbero costruito un castello di ricavi fittizi in grado di lenire le perdite di esercizio. Una pratica, invero, comune a più società. Italiane e non.

«Non parliamo di auto o case»

Sul banco degli imputati, insomma, c’è un disegno e più penne. No, non solo quella juventina. Ma quanto è preoccupante la situazione? «A essere grave e problematico è il sistema in sé» premette Marco Bellinazzo, giornalista de «Il Sole 24 Ore». «Da elemento marginale, le plusvalenze sono diventate viepiù rilevanti nei bilanci dei club di alta fascia. Basti pensare che in Serie A sono la seconda voce d’entrata dopo i diritti tv. E parliamo, mediamente, di 700-800 milioni di euro». Per Bellinazzo «un campanello d’allarme. Il ricorso sistematico alla plusvalenza è infatti diventato funzionale alla copertura dei deficit, non alla valorizzazione dei giocatori. Per intenderci: sono sempre meno coloro che sfruttano questo strumento in modo positivo, in qualità di core business. E penso all’Atalanta, maestra nel formare e rivendere i propri calciatori». Ben venga l’inchiesta dei magistrati torinesi, dunque. Bellinazzo non ne è così convinto. «E a confermarlo sono diverse inchieste, dell’ultimo ventennio, sfociate in un nulla di fatto. O poco più. In questi casi la criticità maggiore interessa il prezzo del calciatore. Che è un bene immateriale. Non un’automobile o una casa. Non c’è, dunque, un listino di riferimento o un insieme di parametri attraverso i quali determinarne il valore. Come non esistono algoritmi in grado di definire un prezzo corretto. Al bar possiamo discutere centinaia di operazioni, il cui ammontare non ci sembra congruo. Ma una cosa è farlo a posteriori, conoscendo il risvolto di una stagione o una carriera, un altro è stabilirlo - obiettivamente - in un momento e un contesto particolari. Le perizie e le controperizie potrebbero susseguirsi all’infinito».

Okay, la pistola fumante dov’è?

La Juventus, però, è quotata in borsa. Un’aggravante. «La trasparenza e l’immediatezza delle comunicazioni a cui è tenuto il club bianconero, in termini di singole operazioni di mercato, sono diverse rispetto alla maggioranza delle realtà di Serie A» conferma Bellinazzo. «Essere in borsa, di riflesso, implica anche maggiori controlli per quanto attiene alla veridicità del bilanci. E quelli delle stagioni 2018-19, 2019-20, 2020-21, ora, sono sotto i riflettori. Tuttavia, e detto che resta complicatissimo stabilire la correttezza di un valore di mercato, una condanna si può basare solo sui fatti. Tradotto: o spunta la pistola fumante o si continuerà a girare a vuoto. Piaccia o non piaccia. Concretamente, servirebbero delle intercettazioni tali da dimostrare il dolo dietro alle operazioni contestate. E cioè che un certo giocatore avrebbe dovuto essere venduto e acquistato al prezzo di 2, mentre per motivi di maquillage contabile è stato ceduto a 10». Non solo. «Nel momento in cui si appurasse il falso in bilancio, rimane sul tappeto il ruolo della controparte» precisa l’esperto. «Le controverse plusvalenze a specchio nascono laddove c’è un accordo fraudolento fra due attori che alterano un prezzo. E quindi cosa si fa? A quel punto, tutte le società implicate negli scambi sospetti con la Juventus - dal Barcellona al Lugano - andrebbero perseguite per il medesimo reato. Un compito a dir poco arduo, va da sé. Anche perché la responsabilità penale non può essere attribuita a un sistema, all’idea che vi sia uno sfruttamento malsano delle plusvalenze. No, bisogna riferirsi a persone e fatti circostanziati».

I margini d’intervento

Al netto dell’inchiesta «Prisma», servono soluzioni, anticorpi. Che qualcosa non funzioni è palese. «Le possibili contromisure sono molteplici» rileva Bellinazzo, ma devono tenere in considerazione tutti gli interessi in gioco. «Ad esempio, si potrebbero eliminare i ricavi da calciomercato da quelli rilevanti per potersi iscrivere al campionato o rispettare il fairplay finanziario. Oppure considerare solo una percentuale delle plusvalenze all’interno del fatturato generale. I sistemi vanno trovati su scala internazionale. Cercando di non penalizzare chi, e facevo l’esempio dell’Atalanta, vive di operazioni genuine. Urge comunque intervenire. Perché il vantaggio contabile di questo strumento, di base lecito, è oggetto di abusi proprio per la sua immediatezza. Per molte società, e mi riferisco a quelle che non hanno la forza (come la Juventus) di procedere a ricapitalizzazioni regolari, l’esposizione eccessiva su questo fronte costituisce un evidente sintomo di malessere economico».

Un ventennio buio, con diverse vittime e pochi colpevoli

Ma cosa rischia la Juventus? Sul piano della giustizia civile - vedi il box a lato - tutto ruota attorno al reato di falso in bilancio. Che, va da sé, è ancora da dimostrare. La Juventus, al proposito, ritiene di «aver operato nel rispetto delle leggi e delle norme che disciplinano la redazione delle relazioni finanziarie, in conformità ai principi contabili e in linea con la prassi internazionale della football industry e le condizioni di mercato». A livello di giustizia sportiva, comunque, c’è un precedente che potrebbe dare la misura delle eventuali sanzioni per i bianconeri e - perché no - altri club interessati come il Napoli. Ma la mano, diciamolo subito, non è di quelle pesanti. Anzi. Nel quadro delle plusvalenze fittizie, l’ultimo caso a fare giurisprudenza è quello che nel 2018 interessò Chievo e Cesena. La Corte d’appello federale allora condannò la società veronese a tre punti di penalizzazione per «reiterata violazione ed elusione delle norme di prudenza e correttezza contabile». La Procura federale, lei, chiedeva 15 punti di penalizzazione. E il Cesena? Fallì prima di poter essere giudicato, come lo stesso Chievo - per altro - qualche anno dopo.

Anche in questo caso, comunque, l’indagine abbracciava più anni contabili - dal 2015 al 2018 -, ravvisando una serie di plusvalenze realizzate tra le due società per gonfiare i ricavi e ottenere l’iscrizione ai campionati pur non avendone i requisiti. In precedenza anche Inter e Milan erano state lambite dalle ombre delle plusvalenze sospette. Nel dettaglio, i due club milanesi erano finiti sotto processo nel 2008 per i bilanci del 2004. Il tutto si concluse però con un nulla di fatto. «Ma è da oltre vent’anni che questo andazzo va avanti e non viene affrontato» evidenzia l’esperto Marco Bellinazzo: «Il naufragio del calcio italiano, di fatto, nasce a cavallo degli anni Duemila. Diverse società hanno conosciuto il fallimento o ci sono andate vicine proprio perché il fenomeno delle plusvalenze ha contribuito ad alimentare baratri finanziari. Mascherandoli solo in un primo momento. Il motivo? Le plusvalenze, di fatto, sono cambiali, creano costi futuri attraverso gli ammortamenti dei cartellini acquistati ipotecando il futuro dei club». Due cifre: nei rendiconti del ’98 - rilevava Bellinazzo ne La fine del calcio italiano - le plusvalenze nette da cessione di calciatori erano esposte per 200 milioni. Nel 2002 si sale a 798. E ancora: fra il 2001 e il 2002 la Serie A ha perdite operative per 370 milioni di euro, ma senza le plusvalenze (non tutte sospette, va detto) il rosso sarebbe stato di 1.800 milioni.

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