L’Inter a Lugano: una passione tutta ticinese

Calcio

Perché i nerazzurri sono così amati anche alle nostre latitudini? Ne parliamo con Leo Vinelli, presidente dell’Inter Club «JZ4» di Cadenazzo

L’Inter a Lugano: una passione tutta ticinese

L’Inter a Lugano: una passione tutta ticinese

L’Inter a Lugano: una passione tutta ticinese

L’Inter a Lugano: una passione tutta ticinese

L’Inter a Lugano: una passione tutta ticinese
Leo Vinelli mostra con orgoglio la sua collezione di maglie nerazzurre autografate. (Foto Reguzzi)

L’Inter a Lugano: una passione tutta ticinese

Leo Vinelli mostra con orgoglio la sua collezione di maglie nerazzurre autografate. (Foto Reguzzi)

Leo Vinelli ha una vaga somiglianza con Gerardo Seoane, l’allenatore dello Young Boys. Il taglio degli occhi, il sorriso, i capelli all’indietro anche. Classe 1964, originario di Matera in Basilicata, è il presidente dell’Inter Club «JZ4» di Cadenazzo. Gli chiediamo di arrivare all’appuntamento con qualche cimelio nerazzurro. Lui si presenta con un borsone pieno zeppo di gagliardetti, maglie autografate, cuffie e sciarpe. Ne sventola una: «Non mollare mai» c’è scritto. È il cavallo di battaglia dell’interismo.

Una società diversa

Il ritiro luganese della Beneamata ormai è realtà. Fra Cornaredo e Villa Sassa è tutto pronto. «L’emozione è fortissima» confida Vinelli. «A noi tifosi non sembra vero che i nostri beniamini sono a due passi da casa». Al presidente domandiamo subito: come descriverebbe la sua passione per l’Inter? «Nasce da lontano. La senti dentro, per prima cosa. Chissà, forse a suo tempo saranno stati i colori. Oppure il fatto che i nerazzurri fossero una società diversa. Affascinante. La mia scelta, se così vogliamo definirla, non era legata alle vittorie. Quando ero ragazzo la Juve dominava già la scena».

Dall’innamorarsi perdutamente dell’Inter alla fondazione di un club il passo è stato relativamente breve. «Vedevo che la società teneva molto ai tifosi. C’era una certa vicinanza. E così assieme ad altri creammo un primo Inter Club. C’era questa idea di stare assieme, condividendo gioie e sofferenze».

L’amicizia con «Pupi»

Vinelli per dieci anni ha condotto un primo Inter Club denominato «Non mollare mai». E ancora: «Avevo chiamato così il mio bar a Cadenazzo. Quella prima avventura coincise con le soddisfazioni più grandi. Il Mondiale vinto dall’Italia nel 2006 e il triplete dell’Inter nel 2010. Io poi lasciai per motivi di salute». Nel 2017 il ritorno, con un altro nome e tantissimi iscritti. «Ho deciso di intitolare la nuova creatura a Javier Zanetti. La gente si è ricordata di me. Al primo anno avevamo già 263 iscritti. Ora siamo a quota 400. Siamo in assoluto l’Inter Club più grande della Svizzera. Il nostro anniversario? Ovviamente il 22 maggio. Quella sera, nel 2010, vincemmo la Champions».

Ecco, Zanetti. «Dedicargli un Inter Club è stato facile. È stato uno degli ultimi grandi capitani. Basta guardare il calcio di oggi per rendersene conto. Ho scelto questa denominazione anche perché considero Pupi un amico. Cominciai a frequentarlo diciassette-diciotto anni fa. Grazie a Sergio, suo fratello, che ebbe dei trascorsi calcistici in Ticino fra Bellinzona e Locarno. Con Javier iniziammo a collaborare durante la mia prima avventura con un Inter Club. Questo rapporto è proseguito nel tempo. Ritengo sia una persona umile e disponibilissima. Pochi mesi fa ha presenziato alla nostra serata di beneficenza, durante la quale abbiamo raccolto 10 mila franchi per la sua fondazione». Da Zanetti a Mauro Icardi, oramai ex capitano nerazzurro e, come ha spiegato Beppe Marotta, elemento escluso dal progetto tecnico di Antonio Conte. Vinelli non nasconde una certa amarezza nel commentare le vicende dell’attaccante. «Ma un tifoso deve sostenere i colori e la squadra. Essere parte della società. Icardi probabilmente sarà a Lugano. Se uno si mette a fischiarlo o a criticarlo, beh, è come se fischiasse o criticasse l’Inter».

Un’occasione unica

Inter a due passi da casa, dicevamo. A Lugano. Così vicina eppure così lontana, dal momento che gli allenamenti della squadra saranno a porte chiuse. Almeno così è stato comunicato dalla società. «In realtà il coordinamento ci ha garantito che, sabato prossimo, cento iscritti ai vari Inter Club della Svizzera potranno assistere alla seduta e addirittura potranno incontrare allenatore e squadra» spiega Vinelli. «In generale, il fatto che la nuova Inter si metterà in moto proprio a Cornaredo è motivo di orgoglio e felicità. Speriamo che il Ticino porti bene ai nerazzurri».

Ritiro blindato (ma non per tutti) insomma. Lo specchio di un calcio ipertrofico, diametralmente cambiato rispetto al passato. Vinelli non prova un po’ di nostalgia? «Sì, in particolare se ripenso all’epoca di Massimo Moratti. La sua era una gestione più genuina e famigliare. E oggi quel calore manca. Mi riferisco anche agli anni Ottanta, quando le partite le sentivo alla radiolina. Le televisioni e in seguito le proprietà straniere hanno stravolto tutto. Tuttavia, senza i capitali di altri Paesi il calcio italiano sarebbe morto alla lunga. E Suning, a mio avviso, sta facendo benissimo a Milano».

Voglia di scudetto

Bene, ma i tifosi interisti – quest’anno – credono nello scudetto oppure no? «Ci crediamo sempre» risponde Vinelli con sicurezza. «Ogni stagione. La Juventus è superiore. Ma se non ci credi, beh, allora tanto vale giocare. Noi interisti siamo famosi per questo. Guardate la media spettatori della passata stagione. Parliamo di 50-60 mila persone assiepate a San Siro. E non è che prestazioni e risultati fossero sempre all’altezza. Per il campionato che verrà gli abbonamenti sono già esauriti. Siamo un po’ pazzi probabilmente, così però è anche più bello». Già, non sono pochi ad ogni modo i fan della Beneamata scontenti. L’amministratore delegato per l’area sportiva Marotta e il tecnico Antonio Conte, infatti, vantano una lunghissima parentesi con la rivale storica. La Juve pluriscudettata. «Conte? Il passato non lo dimentichiamo noi e non l’avrà dimenticato lui. Ma adesso è il nostro allenatore. E lo sosterremo. Era la migliore scelta disponibile sulla piazza».

Infine, il Ticino: agli interisti che vivono alle nostre latitudini interessa anche il calcio «local»? «Ero tifosissimo del Locarno, vi giocavano tanti argentini. Amo quel Paese. Ma credetemi: ho amici ovunque a livello regionale. Seguo il Chiasso, il Taverne, il Bellinzona. Conosco bene il presidente Righetti».

Il tempo delle parole è finito. Leo ripiega le maglie sparse sul tavolone, quindi le ripone nel borsone. Prima di congedarsi distribuisce gadget del suo Inter Club ai presenti. «Magari ci scappa qualche nuovo socio» afferma ironicamente. Già, una passione del genere è ancora più bella se è condivisa.

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