Calcio

La Svizzera e i traguardi non raggiunti

Partita con grandi proclami la selezione rossocrociata chiude al quarto posto la Nations League perdendo entrambe le sfide

 La Svizzera e i traguardi non raggiunti
Nations League avara di soddisfazioni, per la Svizzera. (Foto Keystone)

La Svizzera e i traguardi non raggiunti

Nations League avara di soddisfazioni, per la Svizzera. (Foto Keystone)

PORTO - Da prima teorica a ultima di fatto. In mezzo, due partite buone, niente di più. Per Vladimir Petkovic la Svizzera avrebbe dovuto vincere il final four di Nations League. La realtà, invece, è molto diversa. Siamo arrivati quarti, abbiamo perso due sfide su due e non abbiamo realizzato nemmeno un gol su azione. Sono questi, in estrema sintesi, i numeri nudi e crudi. Certo, potremmo parlare della bella prestazione offerta contro il Portogallo mercoledì, dell’impossibilità di arginare un fenomeno come Cristiano Ronaldo, della lotteria dei rigori che ci ha impedito di vincere la finalina contro l’Inghilterra. Tutto giusto. Ma il problema, se vogliamo, è che gli obiettivi fissati non sono stati raggiunti. E non è la prima volta che accade, purtroppo.

Una costante

Predicare bene e razzolare male. Forse, è questo il modo di dire più brutale ma più calzante quando si parla di nazionale svizzera. Da una parte ci sono le dichiarazioni baldanzose, le frasi a effetto, quel «vogliamo vincere il trofeo» che – oggi – suona come una beffa. Dall’altra c’è una squadra che ancora una volta non ha rispettato le attese dei suoi mentori e, di riflesso, del suo pubblico. Vero, c’è chi si accontenta e dice «in fondo siamo la Svizzera», come si è azzardato a dire Schär nel dopo partita di Guimaraes. Come a dire che non possiamo sperare di ottenere qualcosa in più delle sconfitte onorevoli. Residui di mentalità vecchia che non vogliono saperne di morire. E che probabilmente nascondono un fondo di verità. Eppure, con Vladimir Petkovic in panchina, l’ambiente della nazionale svizzera è entrato in una nuova dimensione comunicativa. Si procede per grandi slogan, per obiettivi importanti, per sfarzosi traguardi. Salvo poi tirare i remi in barca quando bisogna cavare dal cilindro la prestazione vera, quella decisiva. Quella che ti fa svoltare. È capitato in Francia, poi in Russia, infine in Portogallo. Nello spazio intercorso fra questi tre grandi tornei, una serie di belle vittorie nelle varie fasi di qualificazioni, prestazioni a tratti entusiasmanti, punti. Che hanno avuto il potere di gonfiare a dismisura il nostro ranking FIFA, così come quello europeo. Illudendo tutti.

Ma cosa siamo, davvero?

Già. Cosa siamo davvero? È indubbio che negli ultimi anni la Svizzera abbia compiuto dei progressi. Salvo rarissime eccezioni, (il Qatar, per dirne una) non capita più di perdere contro avversari debolissimi, ad esempio. Allargando il discorso, i rossocrociati hanno raggiunto un livello di maturità tale per cui le partite da vincere per evitare figuracce vengono affrontate con il giusto spirito. Significa, in parole povere, avere acquistato un bagaglio di personalità notevole. Petkovic, in questo senso, è stato un maestro. Non per nulla è rapidamente diventato l’allenatore più vincente di tutta la storia dell’Associazione svizzera di calcio. E nessuno, in tempi brevi, gli toglierà questa corona. Bene. Fatta questa doverosa premessa, bisogna saper ammettere che – ad oggi – non siamo stati in grado di salire il gradino più importante. Quello delle sfide decisive, o gli scontri diretti. Al di là della vittoria sul Belgio, che ci ha consegnato il final four di Nations League e circa 8 milioni di franchi, non siamo mai stati in grado di elevare ulteriormente il nostro livello. Il 2019 è lo specchio fedele di questa situazione: doverosa vittoria in Georgia, sciagurato pareggio interno contro la Danimarca, doppia sconfitta al final four contro Portogallo e Inghilterra. Siamo bravi fino a un certo punto, poi diventiamo normalissimi e rientriamo nei ranghi. Ecco cosa siamo. E non lo diciamo certo noi, bensì la storia stessa di questa selezione.

Le migliori sono lontane. Molto lontane

Tolti il citato Belgio, la vittoria sul Portogallo nell’andata delle qualificazioni ai Mondiali e il pareggio contro il Brasile a Russia 2018, non abbiamo mai avvicinato le potenze del calcio. Non serve chissà quale esercizio di memoria per rendersi conto della differenza che intercorre tra noi e “loro”. Bastano questi ultimi sette giorni. Mercoledì al Dragao il Portogallo si è appoggiato ai soli (si fa per dire) Cristiano Ronaldo e Bernardo Silva per vincere la partita. Mentre noi – ed è un pensiero condiviso internamente quanto, in parte, esternamente – abbiamo messo in campo “una bella prestazione”. Tradotto: noi abbiamo dato tutto, loro solo una parte e hanno comunque vinto 3-1. Altro esempio? Domenica sera, all’Afonso Henrique di Guimaraes. Una Inghilterra che si voleva fisicamente a terra ha colpito tre legni, è andata vicinissima al gol nei supplementari e infine – con pieno merito - ha vinto ai rigori. Noi abbiamo creato un solo, grosso pericolo con Xhaka in 120’ di gioco. Loro molti di più. E, appunto, sono andati a prendersi il terzo posto. Due partite non fanno primavera, dirà qualcuno. Già. Ma sono un indice più che affidabile di come stanno realmente le cose: siamo lontani dalle grandi nazionali (ah, dimenticavamo: con gli inglesi non vinciamo da 38 anni). Non bastano le parole per vincere i tornei, le partite né tantomeno gli ottavi di finale. Servono i fatti.

Attaccanti e calcio giovanile

Un dato deve far riflettere. Ne avevamo accennato in precedenza: in Portogallo, abbiamo segnato un solo gol, grazie al rigore trasformato da Rodriguez contro il Portogallo. Per il resto, ci siamo andati vicini in un paio di altre occasioni. Certo non abbastanza per sperare di ottenere dei successi. Fino alla trequarti ce la caviamo, poi però ci schiantiamo contro le difese avversarie o, peggio, contro noi stessi. Manca – ma questo lo si sapeva perfettamente – il giocatore che ti fa la differenza per davvero. O con una certa costanza. In prospettiva, questo problema è destinato a rimanere. Ci sono spiragli di novità, di speranza. Okafor, il primo 2000 ad aver mai vestito la maglia della nazionale svizzera, ne è un esempio. Più in generale, la selezione di Petkovic ha qualche lieve margine di miglioramento. Perlomeno, c’è la volontà di provarci e il cambio di modulo (contro l’Inghilterra è stato varato il 3-5-2 fisso) segue questa onda. La sensazione tuttavia è che la strada per arrivare ad essere ciò che ci dicono di essere, è ancora lunga. Basta guardare i risultati (a dir poco deludenti) delle varie rappresentative giovanili. L’U21 non si qualifica a una fase finale di un torneo dal 2011: un dato molto allarmante.

Il futuro del nostro CT

Petkovic è inamovibile. Lo ha appena confermato Blanc, il neo eletto presidente dell’ASF. Sono tutti molto contenti di lui, in Federazione. Del resto, presi nel loro insieme i numeri sono dalla sua parte. Chi si sognerebbe mai di mandare via l’allenatore più vincente della storia a livello di nazionale rossocrociata? Risposta: nessuno. Il destino di “Vlado” è nelle mani di “Vlado” stesso. Il suo contratto scadrà dopo le qualificazioni a Euro 2020, con rinnovo automatico in caso di fase finale. Eppure, c’è chi giura che il tecnico non arriverà a scadenza: in caso di offerta da parte del club giusto, Petkovic potrebbe abbracciare una nuova sfida. Una scelta comprensibile: dopo tanti anni, tornare a vivere il calcio giorno dopo giorno sarebbe uno stimolo importante. E prestigioso. In questo senso, l’estate – periodo caldo anche per quanto riguarda le panchine – potrebbe dare qualche risposta in più.

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