«Lugano sempre in chiaro? No, purtroppo»

L’intervista

Per vedere tutta l’Europa League bisogna pagare: un problema in più per i tifosi bianconeri – Ne parliamo con il responsabile sport della RSI Enrico Carpani

«Lugano sempre in chiaro? No, purtroppo»
Enrico Carpani nella Newsroom del Corriere del Ticino a Muzzano. (Foto Gabriele Putzu)

«Lugano sempre in chiaro? No, purtroppo»

Enrico Carpani nella Newsroom del Corriere del Ticino a Muzzano. (Foto Gabriele Putzu)

Siete pronti? Divano, birra, cibo e calcio. Tanto, tantissimo calcio. Il tifoso non vede l’ora: Champions ed Europa League. Prelibatezze da gustare. Non (sempre) in chiaro, però. Già, l’orizzonte mediatico è cambiato radicalmente anche in Ticino. E la RSI, un tempo padrona a livello di diritti, deve adeguarsi. Comandano gli altri, Teleclub in testa. «Sarà una stagione difficile» ammette Enrico Carpani, capo dipartimento sport a Comano.

Signor Carpani, quali sono le sfide che attendono la RSI in relazione alla nuova stagione di coppe europee?

«Sarà una stagione difficile. In primis, perché ci sarà anche il Lugano. La cosa evidentemente ci fa piacere, ma d’altro canto complicherà il quadro generale. In secondo luogo perché rispetto al 2017, quando i bianconeri giocarono l’ultima volta in Europa, i termini del contratto sono cambiati. E di molto».

Tradotto?

«Giovedì sera, la RSI potrà trasmettere la diretta di Copenhagen-Lugano. Ma per le altre cinque partite, ad oggi, non sono assolutamente in grado di poter dire se e quante volte mostreremo i bianconeri. Nel nuovo contratto Teleclub, emittente a pagamento gestita da Swisscom, si è accaparrata gran parte dei diritti. Avrà diritto di prima scelta».

E a voi, dunque, cosa resterà?

«L’abbondanza di squadre elvetiche in Europa League non fa il gioco della RSI. Avremo, oltre al Lugano, lo Young Boys e il Basilea. Teleclub per la sua esclusiva sceglierà quasi sempre una delle due squadre svizzero-tedesche, va da sé. A noi resterà una partita da mostrare in chiaro, ma andrà concordata su piano nazionale con i colleghi di SRF e RTS. Un capolavoro di federalismo di cui siamo tutti orgogliosi, ma potete immaginarvi la sfida: convincere romandi e tedeschi che è meglio far vedere quattro volte il Lugano piuttosto di YB o Basilea».

Se lei ci ha concesso questa intervista è anche per convincere il pubblico che non si poteva fare altrimenti: crede che gli spettatori capiranno?

«Me lo auguro. Mi rendo assolutamente conto che i tifosi del Lugano hanno delle aspettative. Sono legittime. Purtroppo, alcune volte tali aspettative verranno per forza di cose disattese se non deluse. Ma, appunto, vale la pena ricordare che in ambito di diritti televisivi le regole del gioco sono cambiate. E cambieranno ancora di più».

In questo senso quali risposte ha avuto dalla stagione scorsa, la prima dopo un’eternità con la Champions League dimezzata?

«In effetti veniamo da una stagione di Champions meno che dimezzata. Non avevamo neppure la finale. E l’ultimo atto non sarà in chiaro per altri due anni, quantomeno sulle reti SRG SSR. Siamo limitati ad una singola scelta nazionale, non c’è più la cosiddetta doppia scelta che consentiva a noi ticinesi di mostrare la squadra italiana di turno. Fino a poco tempo fa l’accordo era più semplice; ora invece il mercoledì va gestito con le altre regioni linguistiche».

La scorsa stagione dovevate far fronte alla concorrenza della RAI, quest’anno vi toccherà Mediaset. L’Italia, in chiaro, è una minaccia?

«Sì, perché la RAI l’anno scorso per ovvi motivi proponeva sempre le italiane. Non veniamo da un’annata facile, però ne siamo venuti fuori. Il nostro pubblico ha risposto bene al mercoledì. Tuttavia, parliamo di una torta a metà. Il martedì, da noi, c’è il silenzio. Il tutto mentre sugli altri canali si giocano grandi partite. Lo spettatore ticinese ha capito che il panorama è cambiato. Si è rassegnato anche».

Senza derby di hockey e con le coppe europee di calcio a metà: la RSI riesce ancora ad essere competitiva?

«Credo di sì. Anche perché la RSI e più in generale la SRG SSR si distingue con un’ampia differenziazione dell’offerta. Abbiamo appena diffuso le semifinali e la finale dei Mondiali di pallacanestro, ad esempio. Uno sport forse di nicchia se paragonato al calcio e che forse non fa chissà quali numeri. Ma rientra nel vasto portafoglio SRG SSR, ancora oggi fra i più estesi e completi a livello europeo».

Quanto spende la SRG SSR per offrire al pubblico i vari eventi sportivi?

«Circa 50 milioni di franchi all’anno. Una cifra importante, ma dentro c’è di tutto: Olimpiadi, Mondiali di calcio, basket, canottaggio, tennis, formula 1, moto. Per tacere delle produzioni nostre, come la sfida di Champions League femminile fra Lugano e Manchester City. È anche una questione di servizio pubblico. C’è un mandato da rispettare. Se facessimo come UPC e Swisscom bruceremmo il nostro budget in una sola stagione. 50 milioni è più o meno quanto i nostri competitor, assieme, mettono sul tavolo ogni anno per il calcio e per l’hockey. Mi permetto di dire che economicamente non è un grande affare per loro. Forse se ne renderanno conto un domani. Ed è un pessimo affare anche per la varietà e la completezza dell’offerta. Se facessimo come loro, ribadisco, avremmo in mano solamente due sport. E invece siamo ben contenti di far vedere Federer, Lara Gut, Tom Lüthi e Valentino Rossi, le Ferrari».

Teleclub è gestito da Swisscom. Ovvero da un’azienda a partecipazione statale. Lei giudica leale la concorrenza?

«È una domanda pesante. Sicuramente la concorrenza è leale. Sarebbe sbagliato instillare nel pubblico il sentimento che qualcosa non funzioni. I diritti in ambito sportivo vengono venduti tramite aste. Cui tutti possono partecipare. Posso ad ogni modo dire che la SRG SSR non ha contribuito a far lievitare i prezzi per il calcio e l’hockey. Prendiamo la Champions: conoscevamo il prezzo del contratto precedente e sapevamo che ci sarebbe stato un aumento fisiologico. Ma quando abbiamo visto certe cifre sul tavolo non abbiamo nemmeno iniziato la partita. Ci siamo ritirati, fine della storia. Tornando alla domanda, rispondo da cittadino e dico no. La concorrenza di UPC è dolorosa ma ci può stare. È una società privata che rispetta le regole di mercato. Il problema è che Swisscom ha voluto replicare con un botto. E così una società a partecipazione statale è andata contro un’altra di servizio pubblico. Per banali motivi di immagine. Gli accordi che avevamo con loro, peraltro buoni, all’improvviso sono stati dimenticati. Il prezzo della Champions è esploso, tant’è che loro hanno pagato più del dovuto. La nostra reazione? Frustrata indifferenza. Stile: va bene, fate voi allora».

Finora abbiamo parlato solo di calcio: avete paura di perdere altri sport?

«Paura? Abbiamo già dei precisi segnali in questo senso. Penso ad esempio a Sky Switzerland, orientatasi sul tennis. Una delle nostre offerte premium fra l’altro. Bene, succede che magari Federer va in semifinale a Indian Wells e noi vogliamo far vedere quella partita. I diritti sono di Sky e allora parliamo di sublicenze. Se due anni fa pagavamo una cifra, ora i prezzi sono saliti. D’altronde è un altro interlocutore, che detiene la globalità dei diritti esclusi gli Slam e, giustamente, è disposto a cedere qualcosa a patto di guadagnarci. Anche in un mercato fino a ieri marginale come quello svizzero c’è sempre più competizione».

Noi e l’Austria eravamo un’isola felice. Champions in chiaro sia il martedì sia il mercoledì. Era un’anomalia che l’UEFA ha voluto correggere

Torniamo al pallone: l’atteggiamento dell’UEFA la infastidisce?

«Noi e l’Austria eravamo un’isola felice. Champions in chiaro sia il martedì sia il mercoledì. Era un’anomalia. Nessuno, evidentemente, ci considerava a livello di mercato. E invece l’UEFA ha voluto metterci al pari dei grandi Paesi. Italia, Spagna, Inghilterra. Non disdegnando i risvolti economici dell’operazione. C’è una differenza, ad ogni modo: nel nostro nuovo contratto non era e non è prevista la finale. È una situazione malsana. Noi abbiamo una sola serata a settimana, portiamo comunque lo spettatore fino alle semifinali e sul più bello ci vediamo costretti a dire: cambiate canale».

Vorrebbe maggiore considerazione? In Paesi come la Francia alcuni grandi eventi sportivi sono protetti e vanno per forza di cose trasmessi in chiaro.

«Vorrei un accordo in tal senso, sì. Una nazionale di calcio, per dire, è un bene del Paese e deve essere accessibile. Mi preme fare un passo indietro: i derby di hockey. Alla RSI ha fatto male perderli. Però sono finiti a TeleTicino. Ovvero, ad una televisione di servizio pubblico. Che trasmette in chiaro. Molti all’epoca non capirono la mia reazione quando dissi che, almeno, il derby rimaneva di tutti e per tutti. Mi dissero: è una logica consolatoria minimalista. Io per contro dico: la ferita ce l’ho e mi brucia ancora, però mi piacerebbe poter garantire che la finale di Champions League nei prossimi anni sarà in chiaro».

L’ultima finale, ad onor del vero, è stata trasmessa da Zoom. Un canale in chiaro del pacchetto Teleclub.

«Bene, benissimo anche se a memoria non c’era il commento in italiano. Però mi chiedo: sarà sempre così? Chi paga fior di milioni per acquisire i diritti sarà disposto ogni volta a cedere qualcosa in chiaro? Presto o tardi la risposta sarà no».

Fino a quando la SRG SSR potrà essere competitiva in campo sportivo?

«Ci è già stato detto che per i Mondiali di calcio del 2026 non verrà più battuto all’asta il pacchetto completo. Ci sarà il pacchetto della propria nazionale, poi a parte si pagherà per quarti, semifinali e finale. Qualcuno per forza di cose dovrà chiamarsi fuori. Se un evento che oggi costa 100 domani costerà 1.000 non so quante televisioni pubbliche saranno pronte a pagare. Questo è lo scenario brutto. Prima o poi, però, qualcuno deve fare calcoli e capire. L’affare hockey, da noi, sui cinque anni è perdente. I club non ne beneficiano. Rummenigge, per dirne una, si è lamentato dicendo che la Champions a pagamento ha tolto l’80% di visibilità al Bayern Monaco».

Ma la gente è disposta a pagare per eventi sportivi?

«In generale, la cosiddetta inerzia dello sport è stata sottostimata. Se in chiaro c’è Liverpool-PSG la guardo. Il pubblico in un certo senso subisce l’evento. Ma se tu cominci a dire che per vedere un match devi fare tre click e pagare 9 franchi e 90, molti ti rispondono dicendo che vanno a mangiare una pizza. Nei grandi Paesi come l’Italia il sistema funziona perché la gente generalmente paga. Però Sky viaggia attorno al 5-6% di share mentre la nazionale, sulla RAI, arriva anche al 50%. Il business non rende. Mediaset, ad esempio, qualche anno fa deteneva il pacchetto completo ma se ne chiamò fuori. Ora è tornata, ma in modo mirato».

In Italia c’è chi usa il «pezzotto» per vedere la Serie A illegalmente: la pirateria è un problema, ma girando la questione si può dire che il prezzo d’accesso al prodotto calcio è ancora troppo alto. Anche da noi per vedere tutto bisogna sborsare cifre importanti.

«I costi mensili sono altissimi, visto che oltre al canone bisogna prevedere uno o due abbonamenti extra. C’è una piccola parte di pubblico che vuole vedere tutto ed è disposta a investire tempo e soldi. Ma la fetta più consistente di fronte ad un evento pay per view preferisce fare altro e non pagare. Arriveremo, è inevitabile, ad un confronto fra domanda e offerta. Noi come televisione pubblica possiamo cercare di limitare l’erosione dell’offerta. Perché dopo, per effetto contrario, uno ti dice che non ha senso pagare il canone se non offri più i derby, la Champions e ora il Lugano in Europa».

C’è anche una parte di pubblico che, al di là delle sue risposte, pretende dalla RSI un’offerta ampia e completa. Sempre. Come la mettiamo?

«Il pubblico ha il diritto di presumere che la RSI farà vedere tutte le partite del Lugano in Europa. Io dico: giovedì sarà accontentato, dalla seconda in avanti non saprei. Oso sperare che arriveremo a due, magari a tre. Ma di più no. Non sarebbe corretto verso i tifosi di Basilea e Young Boys. Realtà con altri numeri. La logica svizzera di cui parlavo prima, il compromesso di cui siamo maestri, beh, ultimamente è messo sotto pressione. E non so fino a quando reggeremo. Penso ai playoff di hockey: quanti equilibrismi fra le varie regioni. E purtroppo capita che il Ticino si becchi un Davos-Berna mentre il Lugano gioca a Ginevra».

Come cambierà la vostra offerta? Andrete verso una televisione più parlata?

«Non credo a format italiani, quelli alla Telelombardia per intenderci. Del tipo: gli altri stanno giocando e noi parliamo per tre ore. Bisogna capire cosa è meglio, ma propendo per due telefilm nell’attesa del mercoledì. Il problema, semmai, è se gioca il Lugano e tu sei costretto a dare il Basilea. Sarà interessante la reazione del pubblico. Ma la gente deve capire che non siamo così sprovveduti: se c’è il Basilea e non il Lugano è perché a livello nazionale è e deve essere così».

Oltre ai rivali classici UPC e Swisscom ci sono piattaforme streaming come DAZN. Perfino i videogiochi fanno concorrenza alle dirette tv. Il pubblico si sta frammentando. Come risponde la RSI?

«Lo sport ha il privilegio, raro, del live. E un appassionato, perlomeno in Ticino, vuole vedere i grandi eventi o quelli che sente suoi in televisione. Le dirette che proponiamo hanno riscontri davvero straordinari. Su DAZN nutro dei dubbi a livello di qualità. Ma il suo concetto mi piace, è democratico. E questo perché la Serie A non è solo grandi club. Chi vuole vedere il Cagliari, pur pagando, può farlo. È un servizio complementare».

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