Ma cosa ci faceva Marco Donadel a Cornaredo?

Calcio

L’ex giocatore italiano - 244 partite in Serie A e un’avventura in MLS a Montréal - ha seguito da vicino due allenamenti del FC Lugano - Lo abbiamo intervistato per capire il perché - IL VIDEO

Ma cosa ci faceva Marco Donadel a Cornaredo?
Marco Donadel, 38 anni, a margine dell’allenamento del Lugano. © CdT/Gabriele Putzu

Ma cosa ci faceva Marco Donadel a Cornaredo?

Marco Donadel, 38 anni, a margine dell’allenamento del Lugano. © CdT/Gabriele Putzu

A Marco Donadel le nuove esperienze non hanno mai fatto paura. In carriera ha scritto un piccolo pezzo di storia della Serie A, 244 partite con le maglie di Milan, Parma, Sampdoria, Fiorentina, Napoli e Verona. Non bastasse, nel pieno della maturità calcistica, a 31 anni, ha comprato e riempito una valigia più grande, abbracciando il Canada, Montréal e la Major Soccer League. Sì, come sul rettangolo verde, il centrocampista italiano ha sempre dato del tu al pallone, con l’obiettivo di rilanciare l’azione. Un po’ mediano, un po’ regista. Come per tanti colleghi di reparto, il richiamo della panchina è quindi stato naturale. E da un paio d’anni, questa dimensione non smette di occupare e stimolare Donadel. Tanto da spingerlo sino a Cornaredo, dove l’abbiamo incontrato a margine di uno dei due allenamenti del Lugano seguiti in prima linea.

Mattia Croci-Torti mi ha accolto benissimo: si vede che conosce molto bene le dinamiche dello spogliatoio, ho trovato un gruppo davvero unito

Cesare Prandelli e un addio choc

«Ho deciso di intraprendere un viaggio in Europa, per avere una visione globale del calcio. Una visione che, tra un albergo e l’altro e sui più disparati campi da gioco, non ho potuto plasmare durante la carriera di calciatore. Ora, al contrario e con gli occhi dell’allenatore, intendo scoprire questa e altre realtà “da dentro”, parlando con i suoi protagonisti, respirando l’ambiente. Mattia Croci-Torti mi ha accolto benissimo e a mia volta ho subito apprezzato il suo approccio con la squadra. Si vede e percepisce che conosce molto bene le dinamiche dello spogliatoio. Lo spirito e l’unione del gruppo sono eccezionali». Il tour di Donadel, appunto, è iniziato in Svizzera. «Un Paese molto interessante, per la sua apertura mentale e la convivenza di più culture sportive. Dopo Lugano mi sposterò a Sion, ospite del nuovo mister Paolo Tramezzani, per poi seguire anche YB e Basilea». Il tutto a circa un mese dal conseguimento, a Coverciano, del patentino UEFA Pro; ultimo step formativo per altro chiuso da migliore del corso, con tanto di 110 e lode. Insomma, al netto del giro d’orizzonte appena intrapreso, Marco Donadel sembra pronto per la prima chiamata nel calcio che conta. «Da un lato mi sono sempre sentito pronto, dal primo giorno - tre anni fa - che presi le redini della U16 viola. Poi però, dall’altro e per indole, è anche tanta la voglia di imparare, crescere e - come dicevo - esplorare terreni diversi. Non per forza in Italia. Mi definirei un apprendista allenatore, alle prese con una sorta di turismo sportivo, ma che non vede l’ora di affrontare con entusiasmo e convinzione la prima, giusta opportunità». Il palcoscenico più importante, tra il novembre del 2020 e lo scorso giugno, il nostro interlocutore l’aveva comunque assaporato. In qualità di assistente di Cesare Prandelli prima, e Giuseppe Iachini poi, sulla panchina dell’amata Fiorentina. «Un’esperienza cruciale, senza la quale non mi ritroverei qui adesso ma ancora a operare con il settore giovanile viola. Lavorare con una prima squadra, 20-25 calciatori e quindi, se vogliamo, altrettante aziende personali, ha fatto scattare qualcosa in me. Ho capito che il livello superiore era ed è quello di cui ho bisogno». Il paradosso? Mentre Donadel apriva una finestra sul suo futuro, sul mondo bramato, Prandelli la chiudeva in modo definitivo. Scioccante, anche. Ammettendo di sentirsi inadeguato di fronte agli eccessi e alla rinnovate sfumature di quel mondo lì. «Se vissute con una determinata predisposizione mentale, alcune situazioni posso sfociare in scelte difficili e, sì, spiazzanti» conferma il nostro interlocutore. «Mi viene in mente il caso di Hidetoshi Nakata, che smise a soli 29 anni. A prima vista un passo incomprensibile, per chi come me si era allenato una vita intera per poter disputare anche solo una partita in Serie A. Apprendendo di seguito le ragioni profonde alla base dell’addio, e considerata la persona squisita che è Nakata, tutto è diventato più chiaro. Tornando a mister Prandelli, alla sua decisione hanno concorso differenti fattori. I risultati hanno fatto la loro parte, così come il rapporto con la società e la città, che Cesare sentiva essere profondo. Altri aspetti, invece, rimangono insondabili. Di certo, tutti hanno apprezzato l’onestà intellettuale di questo grande allenatore».

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Commisso, Saputo e Mansueto: se il Nordamerica scommette sull’Europa

A Firenze, Marco Donadel ha avuto modo anche di conoscere e collaborare direttamente con Rocco Commisso, dal giugno del 2019 vulcanico patron del club viola. Non l’unico della galassia dell’imprenditore italostatunitense, proprietario anche dei New York Cosmos. Già, il Nordamerica e l’Europa. Un asse vieppiù consolidato, col quale Donadel si era confrontato anche a Montréal. Il numero uno della società canadese, Joey Saputo, dal 2015 controlla altresì le operazioni alla testa del Bologna. E così, è inevitabile avviare una riflessione alla luce del recente acquisto del FC Lugano da parte del miliardario Joe Mansueto. Pure lui americano di origine italiana. «A mio avviso - osserva Donadel - il calcio sta vivendo un periodo di transizione. E la componente del business, in questo contesto, si sta evidentemente rafforzando. Parliamo tuttavia di uno sport che, soprattutto in determinate zone del continente, non può prescindere dalla passione dei tifosi e, di riflesso, da radici culturali pronunciate. Ecco perché non può essere gestito come una compagnia qualsiasi, ma merita rispetto. Detto ciò, credo che anche gli ultimi romantici dovranno, sempre più, accettare la “spettacolarizzazione” del calcio. Che, stringi stringi, rimane un elemento di svago. Va da sé, l’America su questo piano può insegnare ancora molto all’Europa. È anche una questione di equilibri, tra tradizioni, legami territoriali, e quello che si chiama entertainment. Un mix che ha fatto la fortuna della Premier League, ad esempio». E a proposito di cooperazione. Mansueto, proprietario dei Chicago Fire in MLS, non ha voluto sentire parlare di rapporto subalterno con il Lugano. Insomma, nessuno sarà il farm team dell’altra squadra. Okay. Ma Donadel, che la Major Soccer League l’ha toccata con mano, ritiene plausibile mettere sullo stesso livello i due campionati? «La mentalità e l’approccio alla gara sono differenti, inutile nasconderlo. In Europa la tattica è imprescindibile, mentre in America l’intensità e la qualità dei singoli conta maggiormente. Questo per dire che il top player del Lugano non per forza farà bene a Chicago, e viceversa. Oltreoceano, comunque, il livello si è alzato parecchio negli anni. Sotto tutti i punti di vista. Anche perché le varie organizzazioni sono a loro volta progredite. A mio avviso, e lo sostengo senza problemi, le migliori squadre della MLS non farebbero alcuna fatica a salvarsi in Serie A. L’unico rischio è legato all’impostazione dei rispettivi campionati, con quello nordamericano - sprovvisto di relegazione - che concede senza dubbio qualcosa in termini di temperamento e agonismo».

Con chi mi sono trovato meglio tra Behrami, Dzemaili e Inler? In un centrocampo a due, scelgo Valon, perché mi dà una grande mano, o in alternativa Blerim, più offensivo e quindi in grado di completarmi. Di Inler, per contro, mi sento più una copia.

Montréal, la NHL e il colpo di fulmine per l’hockey su ghiaccio

«Intensità», al contrario, è la parola d’ordine di Marco Donadel. Il fulcro della sua filosofia da tecnico. E se c’è uno sport che gli ha insegnato molto in questo senso, beh, non parliamo di calcio ma di hockey su ghiaccio. Un amore, e ci mancherebbe, sbocciato a Montréal, casa dei Canadiens e culla della NHL. «Innanzitutto reputo incredibili le capacità fisiche e tecniche di questi atleti-acrobati, capaci di compiere autentiche magie sui pattini. Poi, appunto, c’è una componente legata all’intensità, al ritmo - elevatissimo - che personalmente associo al concetto di spettacolo. Assistere a una gara di NHL è come essere catapultato in un’arena, dove si combatte su ogni disco e ciascuna sfidante può spuntarla sull’altra». Un assist perfetto per tornare in Svizzera, a sua volta legata indissolubilmente all’hockey, ma anche Nazione che ha lanciato diversi compagni di squadra di Donadel. E tre, in particolare, sono stati persino suoi colleghi di reparto tra Fiorentina, Napoli e Montréal: Valon Behrami, Gökhan Inler e Blerim Dzemaili. «Con quale mi sono trovato meglio? Mah, se devo giostrare in un centrocampo a due, scelgo Valon, perché mi dà una grande mano, o in alternativa Blerim, più offensivo e quindi in grado di completarmi. Di Inler, per contro, mi sento più una copia. In generale, questi giocatori, come altri della selezione elvetica, hanno in comune le radici straniere. Balcaniche o turche. E onestamente lo ritengo un punto di forza, poiché in un solo elemento puoi ritrovare impeto e ordine. Me ne sono accorto giocando al loro fianco. Quando c’era da battagliare, da essere ignoranti, non si tiravano certo indietro. Al contempo, però, avevano questa grande capacità di rientrare con ordine nell’assetto tattico predisposto per l’occasione».

Ma cosa ci faceva Marco Donadel a Cornaredo?

«Italia favorita all’Olimpico»

Calciatori svizzeri e italiani, già. Per la terza volta nel giro di pochi mesi, le parti s’incroceranno sul campo. Nel dettaglio il 12 novembre, a Roma. Bene. Donadel come inquadra la partitissima dell’Olimpico, all’indomani della vittoria della Svizzera in Lituania, sinonimo di aggancio in testa al gruppo C delle qualificazioni ai Mondiali del 2022? «Gli Azzurri rimangono i favoriti. La partita è in programma nel momento giusto, per intenderci non immediatamente dopo i fasti dell’Euro. Essendo l’incontro dell’anno, per dirla con il ct Mancini, mi aspetto un’Italia pronta e parecchio carica. Molto, comunque, dipenderà dalla condizione dei singoli. Da una parte e dall’altra. Le insidie sono dietro l’angolo; sono sufficienti un paio di giocatori chiave fuori forma per cambiare i rapporti di forza». Si pensi al peso di Giorgio Chiellini, pedina indispensabile per l’Italia all’età di 37 anni. Solo uno in meno di Donadel, che dell’esperto difensore - nell’Under 21 italiana - era stato persino il capitano dopo aver vinto l’Europeo di categoria nel 2004. «Il Chiello ha una forza mentale paurosa. Che lo rende il più forte di tutti in quel ruolo e, di conseguenza, ancora cruciale nei meccanismi azzurri. Si è messo in testa di voler giocare i Mondiali del prossimo anno e difficilmente rinuncerà a questo obiettivo». E a Marco Donadel, invece, fa male aver dovuto fare a meno della chiamata della selezione maggiore? «Mentirei se dicessi che non è un rimpianto. All’epoca, comunque, l’Italia era formata da un nucleo ben definito di 20-25 giocatori. Per intenderci, non esistevano gli stage odierni, che aprono le porte a oltre 40 calciatori. Per tacere dei centrocampisti che componevano quella nazionale. Da Pirlo a De Rossi, passando per Gattuso. Gente che, non a caso, vinse i Mondiali del 2006».

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