Marc Hottiger: «Battere l’Italia? È stata una gioia incredibile»

L’intervista

L’uomo che stese gli azzurri nel maggio del 1993 rivive per noi l’incredibile e magica notte di Berna – VIDEO

Marc Hottiger: «Battere l’Italia? È stata una gioia incredibile»
Marc Hottiger contro Roberto Baggio. © Keystone/Archivio

Marc Hottiger: «Battere l’Italia? È stata una gioia incredibile»

Marc Hottiger contro Roberto Baggio. © Keystone/Archivio

Marc Hottiger oggi ha 52 anni. Il capello non è più quello brillante e selvaggio di un tempo, ma il ricordo del «suo» Svizzera-Italia è ancora vivo. Aspettando Euro 2020 e il derby di Roma, riavvolgiamo il nastro per tornare al 1993.

Signor Hottiger, il prossimo 17 giugno ci sarà un nuovo derby con l’Italia. Che effetto le fa?

«Ho detto: super. Sfideremo una grande nazionale in un contesto particolare come gli Europei. Un calciatore vive per partite del genere. Gli azzurri stanno rinascendo, sono stati protagonisti durante tutta la campagna qualificativa. E noi, beh, noi siamo rispettati».

Tutti, visto l’esito del sorteggio, hanno pensato a lei e al gol che stese gli azzurri a Berna. Erano le qualificazioni ai Mondiali di USA ‘94. Che significato dà, oggi, a quell’exploit?

«Io, di mio, non ho pensato per forza di cose al gol. Certo, è un ricordo che mi accompagna sempre. E il sorteggio di Euro 2020 lo ha riportato a galla. Il significato? È stata la mia rete più importante. Il fatto che se ne ricordino tutti mi riempie di orgoglio».

Battere l’Italia, allora, aveva del miracoloso. Conferma?

«Fu un miracolo, sì. Eppure, la nostra vittoria non fu frutto del caso. Anzi, considerando il 2-2 di Cagliari all’andata direi che disputammo due ottime partite contro l’Italia. Di più, avremmo meritato non una ma due vittorie. Detto ciò, la Svizzera allora non era certo la nazionale di oggi. Veniva da anni difficili e la nostra fu la prima generazione a staccare il biglietto per un Mondiale dopo 28 anni. Quella, poi, era un’Italia pazzesca. Allenata da un fenomeno come Sacchi e con campioni assoluti».

Cosa fece la differenza?

«Noi. Intendo il gruppo. Roy Hodgson ci diede solidità. Ci fece capire che il sogno della qualificazione era possibile. Superammo un girone tosto, con Italia, Portogallo, Scozia. Da Sacchi, poi, il mister aveva preso il gusto per la tattica. Il vecchio Roy era un maestro nel metterci in campo. Era uno avanti per quegli anni».

Il momento del gol. © Keystone/Archivio
Il momento del gol. © Keystone/Archivio

L’azione che portò al gol se la ricorda bene?

«Altroché. La rivivo spesso. Non appena segnai, tutti mi dissero: ma cosa ci facevi tu, un terzino, nell’area italiana? In effetti era strano. Ma l’azione cominciò proprio da me. Fui bravo a seguirne lo sviluppo. Ci fu un contrasto fra Sutter e un italiano, poi la palla come per magia arrivò a me. Ero sul filo del fuorigioco, lì per lì non ci feci caso e, senza riflettere, tirai in porta. Gol. Una gioia magnifica».

Gli italiani, in effetti, alzarono la mano per chiedere il fuorigioco.

«Io non ci pensai, appunto. Ma se rivedo l’azione, oggi, dico che sono stato fortunato. Nel 1993 il VAR non esisteva e la chiamata del segnalinee, vista la dinamica, non fu per niente evidente. A tutti quelli che me lo chiedono ripeto sempre che l’assistente, nella circostanza, fu eccezionale».

La sua Svizzera, qualificandosi a USA ‘94, aprì un’epoca felice. Lei e i suoi ex compagni vi sentite un po’ i padri della squadra di oggi?

«Sì, tutto cominciò grazie a noi. Prima di Hodgson, la Svizzera sfiorò a più riprese l’exploit. C’erano già ottimi giocatori e c’erano già allenatori validi. Uno su tutti: Uli Stielike. Ma Roy ci diede un’impostazione tattica diversa e, soprattutto, una mentalità offensiva. E poi avevamo campioni assoluti, di classe mondiale. Dopo Euro ‘96 attraversammo di nuovo un periodo nero, d’accordo, però la Federazione fu brava a sfruttare i nostri successi per costruire».

Può spiegarsi meglio?

«Beh, l’Associazione svizzera di football sfruttò il nostro momento e i soldi che entrarono grazie a Mondiali ed Europei per investire pesantemente nella formazione. Una scelta intelligente e oculata. Oggi il nostro è un Paese virtuoso in termini calcistici, capace di produrre talenti. Non solo, la Svizzera, intesa come squadra maschile maggiore, oramai è una realtà consolidata e per alcuni anche temuta. Non è più la piccola Svizzera, semmai è una nazionale matura».

Oggi, per un calciatore elvetico, giocare all’estero è più facile. Ai suoi tempi bisognava davvero farsi notare. Qualche rimpianto?

«No, la mia carriera l’ho fatta e sebbene fosse difficilissimo per noi emigrare ho vestito le maglie di Newcastle e Everton in Premier League. È chiaro, la legge Bosman ha cambiato il calcio al punto che, oggi, per uno svizzero è quasi scontato andare all’estero. Se proprio, il solo rimpianto è legato ad un’eventuale esperienza in Bundesliga dopo l’Everton».

Torniamo al derby con l’Italia: è solo una questione ticinese o è sentito in tutta la Svizzera?

«A nome dei romandi, posso assicurare che le partite con l’Italia sono sentitissime. Dei derby veri e propri. Io stesso ho moltissimi amici italiani. Certo, in Ticino è questione di vita o di morte diciamo. Ma è un match particolare anche per noi. Gli svizzero-tedeschi forse sognano la Germania, noi no. L’Italia è come la Francia».

Il gol che stese l’Italia.
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