Maxi Lopez, Lugano e Leo Messi

CALCIO

Il calciatore argentino, classe 1984, si è affidato al fisioterapista Roby Maragliano per rimettersi in forma dopo un infortunio – «Parlo solo di pallone, niente gossip» ci ha detto a Savosa – IL VIDEO

Maxi Lopez, Lugano e Leo Messi
Maxi Lopez durante una seduta di fisioterapia a Savosa, ospite di Roby Maragliano. Nella prima foto, l’ex Barcellona e Milan è immortalato assieme al capitano del Lugano Jonathan Sabbatini. © CdT/Gabriele Putzu

Maxi Lopez, Lugano e Leo Messi

Maxi Lopez durante una seduta di fisioterapia a Savosa, ospite di Roby Maragliano. Nella prima foto, l’ex Barcellona e Milan è immortalato assieme al capitano del Lugano Jonathan Sabbatini. © CdT/Gabriele Putzu

Maxi Lopez, Lugano e Leo Messi

Maxi Lopez, Lugano e Leo Messi

Maxi Lopez, Lugano e Leo Messi

Maxi Lopez, Lugano e Leo Messi

«Parliamo solo di calcio, va bene?». Maximiliano Gaston Lopez, per tutti semplicemente Maxi Lopez, mette subito le cose in chiaro. Niente gossip. Solo calcio, appunto. Incontriamo l’attaccante argentino durante una seduta di fisioterapia presso l’Atlantide di Savosa. «Ora vi spiego che ci faccio a Lugano».

Signor Lopez, ci tolga subito una curiosità: perché, da Crotone, ha scelto Lugano per riprendersi da una lesione al polpaccio?

«Mi serviva la persona giusta e Alex Cordaz, il capitano, mi ha detto: vai da Roby Maragliano, in Svizzera. È stata la miglior scelta possibile».

Quanto è difficile stare fuori e guardare gli altri giocare?

«Per fortuna, la mia è stata una carriera con pochi infortuni. Per dire: prima di Crotone, a livello muscolare avevo avuto solo due episodi. Nel 2005 e nel 2012 al Milan. Quando ti fai male, l’importante è trovare subito qualcuno che ci sappia fare. Non puoi perdere tempo, né sbagliare trattamento. Se non ti curi bene, beh, finisce che queste cose si trascinano e non guarisci. Detto ciò, stare fuori è brutto. Mi è capitato poco, come dicevo, ma vivere senza calcio è una sofferenza. A me piace stare in campo, fra i compagni, correre. Giocare a pallone è la cosa più bella del mondo».

Lei è nato nel 1984 e ad aprile compirà 36 anni. Sta pensando al dopo carriera o è presto?

«Quando superi i 30-32 anni inizi un po’ a maturare l’idea dell’addio. Cominci a dire: e dopo, che farò? Sicuramente, io rimarrò legato al calcio. È la mia passione, il mio mestiere ed è la cosa che mi piace di più. Non so se come allenatore o come dirigente. Ma so di poter giocare ancora due o tre anni tranquillamente».

Ha parlato di passione: un argentino nasce o diventa calciatore?

«Da noi si nasce calciatori, non c’è storia. Io avevo il pallone fra i piedi già da piccolo. Papà, poi, era un tifoso del River Plate. La squadra dove sono cresciuto. Entrai nel settore giovanile che avevo cinque anni, lasciai il Monumental a venti. La mia gioventù l’ho passata con la palla, circondato dal calcio».

Lei ha citato capitan Cordaz, ma c’è un altro ex Lugano a Crotone: Golemic. E se Maxi Lopez un domani arrivasse a Cornaredo?

«Ho ancora sei mesi di contratto a Crotone e ho intenzione di rispettare l’accordo. L’idea è di portare questo club in Serie A. Comunque, la Svizzera mi piace. La mia ragazza è di Ginevra, conosco e frequento il vostro Paese. Chi può dirlo: in futuro potrebbe aprirsi una finestra. Lugano ovviamente mi attira come città».

È ancora polemica, intanto, per l’assegnazione del Pallone d’oro ad un suo amico: Lionel Messi. Lei da che parte sta?

«Messi meritava al 100%. Cito Van Dijk, altro candidato alla vittoria: quando vedi Leo o Cristiano Ronaldo, capisci che tutti gli altri sono un gradino sotto. Magari questa stagione non ha segnato come le altre, ma è andato oltre quota 50 gol. Una volta te li sognavi 50 gol in Europa. Capisco la questione dei titoli a livello di squadra, ma in questa epoca è difficile vincere il Pallone d’oro se non sei Messi o Cristiano».

Da argentino, il paragone con Maradona regge o è un’eresia?

«A livello di numeri, Messi è andato oltre. La differenza è che Diego non è stato solo un calciatore, ma un personaggio. Per un argentino la figura di Maradona va oltre il calcio. Io sono felice che entrambi siano miei connazionali. Forse, l’ultimo step che manca a Leo è il Mondiale. Diego lo vinse praticamente da solo, ma oggi è impossibile. Il calcio non è più quello di un tempo, per vincere hai bisogno di avere attorno una squadra».

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Lei conobbe un Messi ancora giovanissimo nello spogliatoio del Barcellona: capì subito che di fronte aveva un campione?

«Messi faceva la differenza già allora, ma era difficile immaginarsi che sarebbe diventato se non il migliore comunque uno dei migliori della storia. Aveva potenziale, questo sì. Ma un plauso va fatto anche al club, il Barcellona. I dirigenti capirono di avere fra le mani un talento, videro in anticipo il futuro e infatti portarono la famiglia di Leo in Spagna».

Tornando a lei, il suo primo impatto con il calcio europeo fu proprio Barcellona.

«Venivo dal River, la squadra più forte del Sudamerica. Mi trovai in uno dei migliori club europei. Un salto importante. Serbo ricordi meravigliosi del mio periodo al Barcellona, al di là delle vittorie ottenute. Ho ancora rapporti con i miei compagni blaugrana. Lasciai il Camp Nou e iniziai a girare. Il mio curriculum dice che ho cambiato tante maglie, ma non dice che ho girato il mondo e conosciuto diverse culture».

Barcellona, Maiorca e poi Mosca. Come mai la Russia?

«Mosca mi affascinava. Mi ha sempre affascinato e volevo conoscerla. Il primo anno là fu complicato, lo ammetto. Ma per via della lingua. Quando imparai a masticare un po’ di russo le cose andarono molto meglio. Certo, parliamo di un calcio duro e meno giocato se paragonato alla Spagna. Ma, lo ripeto, mi trovai bene».

Tante squadre e altrettanti allenatori: a quali è legato di più?

«Ne cito due. Il primo: Frank Rijkaard. Avevo un rapporto bellissimo con lui, in campo non urlava mai. Parlava. Una persona di un altro pianeta. Peccato non abbia proseguito, avrebbe fatto bene ovunque in Europa. Il secondo: Sinisa Mihajlovic. Con lui il rapporto è stato di amore e odio. L’ho avuto ben tre volte in carriera, l’ultima a Torino. Ma se fosse dipeso da noi saremmo stati assieme anche di più. Ecco, a Torino litigammo pesantemente. D’altronde sia io sia lui eravamo e siamo personalità forti. Quanti ricordi, però».

Che significato dà lei ad un gol?

«Ne parlavo alcuni giorni fa con i miei figli. Tutti e tre sono attaccanti, come me. Ora che sono a Lugano li accompagno ad allenamento. Il gol, dicevo loro, è la cosa più importante per chi gioca là davanti. Ma ho spiegato anche che serve un buon equilibrio: ci sono dei momenti in cui segni sempre, con qualsiasi parte del corpo; altri, invece, non la butti in gol nemmeno a pagare. Periodi così li butti alle spalle solo se mantieni la tranquillità».

Se ripensa alla sua carriera fino ad ora vede più occasioni perse o treni presi?

«Dipende come la vedi. Sono soddisfatto, anche se so che avrei potuto ottenere di più. Ma poteva andarmi peggio. Non ho rimpianti, sono felice. Gli errori sono occasioni per imparare. Magari la Russia mi ha fatto uscire dal giro, ma è stata un’esperienza di vita. Ho conosciuto gente, da ragazzo non mi sarei mai immaginato un giorno di vivere a Mosca. No, nessun rimpianto. Anzi. Io guardo avanti e cerco sempre di imparare cose nuove con il mio lavoro».

Rispettiamo la regola, ma una domanda legata al gossip gliela facciamo: le dà fastidio essere giudicato non per le prestazioni ma per la vita fuori dal campo?

«Storie come la mia attirano un certo tipo di giornalismo. Ma cerco di restarne fuori. Per scelta rilascio poche interviste, mi concentro sul calcio. Le polemiche e i pettegolezzi non mi interessano. Non solo, i miei figli iniziano a capire il mondo. E allora, tocca a me portare un po’ di calma. Tutto quello che è successo nella mia vita è finito troppo spesso sotto i riflettori».

Dopo oltre 200 presenze nella Serie A italiana è sceso in B, a Crotone. Paradossalmente, un campionato più difficile rispetto al gradino superiore. Conferma?

«È diverso, sì. Ed è una sfida nuova per me. Ho accettato Crotone per tornare in Italia e per stare più vicino ai miei bambini. La mia fortuna? Lo spogliatoio. Ho trovato un gruppo incredibile, ragazzi spettacolari. Il che ha aiutato il mio adattamento. Quando tornerò dall’infortunio farò di tutto per portare il Crotone in Serie A. È una piazza calda, che investe. Merita».

Da spettatore le piace la Serie A?

«Sì, negli ultimi due o tre anni è cresciuta molto. Si è ripresa e i campioni stanno tornando. Negli anni Novanta la A era un riferimento per tutti: il torneo più competitivo al mondo. Mi piace guardarla, quest’anno è davvero interessante».

Chiudiamo con una curiosità: il suo soprannome, Gallina d’oro, le piace?

«Gallina è un termine con cui vengono chiamati i tifosi del River. A me piace perché richiama il mio grande amore. Mi fu affibbiato dopo un gol al Chelsea con il Barcellona».

La scheda di Maxi Lopez

Maximiliano Gaston Lopez, meglio noto come Maxi Lopez (Buenos Aires, 3 aprile 1984), è un calciatore argentino, attaccante del Crotone. Ex marito di Wanda Nara, ora moglie del calciatore Mauro Icardi del Paris Saint-Germain, in carriera ha vestito le maglie di River Plate, Barcellona, Maiorca, FK Mosca, Gremio, Catania, Milan, Sampdoria, Chievo, Torino, Udinese e Vasco da Gama. Nel suo palmarès figurano tre campionati argentini, due titoli spagnoli, una Supercoppa di Spagna e una Champions League.

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