Non proprio la fine del mondo

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Gibilterra? La sede della partita della Nazionale è paradiso, ma non tanto per le sue bellezze

Non proprio la fine del mondo
Il castello moresco, tra i simboli di Gibilterra. © Keystone/Anthony Anex

Non proprio la fine del mondo

Il castello moresco, tra i simboli di Gibilterra. © Keystone/Anthony Anex

Gibilterra? No, non è esattamente la fine del mondo. Restiamo all’estetica e a quanto ha da offrire il territorio britannico d’oltremanica. Senza dunque scomodare gli antichi greci e il mito delle colonne d’Ercole. Certo, una volta nella vita una capatina da queste parti non è da condannare. Giusto per farsi un’idea di cosa significhi trapiantare (piuttosto artificialmente anche) usi e costumi del Regno Unito a un passo dalla Spagna meridionale. Chi però afferma che Gibilterra rappresenti un valida alternativa ai pueblos blancos andalusi meriterebbe la censura. Saggia e condivisibile appare in tal senso la scelta fatta da diversi tifosi rossocrociati, di stanza a Malaga e intenzionati ad assistere all’ultima sfida delle qualificazioni a Euro 2020 nel quadro di un tour più ampio della stupenda regione che comprende Granada, Siviglia e Cordoba.

Noi l’abbiamo attraversata in parte, dovendo raggiungere la Rocca dal luogo natìo di Pablo Picasso. E il tragitto in un certo modo ci ha ricordato l’incerto cammino della Svizzera nel gruppo D. Sferzate di vento hanno spesso fatto sbandare la nostra utilitaria presa a noleggio. No, non siamo mai finiti fuori strada, anche se sarebbe bastata una distrazione di troppo. Lungo la Costa del Sol, soprattutto in prossimità di Gibilterra, abbiamo inoltre potuto godere di interessanti scorci di paesaggio. Peccato che a non darci tregua, rovinando la prospettiva, ci fossero mostri di cemento sparsi ovunque. Autentiche brutture, che sportivamente parlando potrebbero assomigliare a una vantaggio di tre reti scialacquato in meno di dieci minuti o a un gol subito nel finale sinonimo di punti persi e frustrazione. Già. Colpa del boom edilizio degli anni Novanta. Una corsa all’affare immobiliare che ha lasciato un segno indelebile da queste parti.

Per fortuna la Svizzera non è atterrata a Gibilterra con l’obiettivo di speculare. Anche perché in questo lembo di terra conquistato dalla flotta anglo-olandese nel 1704 c’è già chi lo sa fare molto bene. Ecco, se la Rocca è un paradiso lo è soltanto in termini fiscali e affini. Chiamatela evasione o riciclaggio, sta di fatto che nella patria della banche offshore la segretezza riservata alle società e a chi serve una buona lavanderia è quanto di più custodito gelosamente. Sul tema abbiamo provato a pungolare Rose, convincente come autista nelle strettissime stradine dell’Upper Rock Nature Reserve meno nei panni della guida sincera. «Gibilterra è piccola, tutti si conoscono e sigarette e alcol esentasse non devono per forza fare rima con contrabbando» ha tagliato corto, spostando in fretta e furia il discorso sulla principale attrazione per i turisti: le bertucce che vivono libere in quest’angolo di Europa.

Di certo loro non si nascondono: sono circa 200 gli esemplari di questa specie di macaco priva di coda introdotta dal Nord Africa nel XVIII secolo. Vanitosette e poco propense a socializzare con l’uomo, si narra che quando scompariranno dal promontorio gibilterrino verrà meno anche il controllo del Regno Unito. Una leggenda, è vero, anche se la Brexit (qui avversata addirittura dal 96% dei residenti) potrebbe creare qualche grattacapo anche a 1.500 miglia da Downing Street.

Con gli stridii dei gabbiani in sottofondo e una porzione di fish and chips da addentare, per ora gli abitanti della Rocca non si scompongono, ripudiando qualsiasi scossone geo-politico. D’altronde la situazione attuale garantisce non poco benessere. Per dire: ogni giorno circa 10.000 frontalieri spagnoli attraversano il confine e si affiancano a una popolazione locale di appena 35.000 anime. In Ticino, una proporzione simile con i residenti, rappresenterebbe per davvero la fine del mondo.

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