L’intervista

Parla Renzetti: «Novoselskiy non è il padrone»

Il presidente del Lugano a ruota libera, dal rapporto con Fabio Celestini alla questione Team Ticino

Parla Renzetti: «Novoselskiy non è il padrone»
Il presidente del Lugano Angelo Renzetti. (Foto Putzu)

Parla Renzetti: «Novoselskiy non è il padrone»

Il presidente del Lugano Angelo Renzetti. (Foto Putzu)

Un altro giro di giostra. Poi si vedrà. Angelo Renzetti sta per affrontare l’ottava stagione alla presidenza del Football Club Lugano. «Sarà un campionato difficile» si affretta a dire il numero uno bianconero. «La Super è composta da appena dieci squadre. E ci sarà ancora lo spareggio». È l’inizio di una lunga chiacchierata che tocca tantissimi temi: il rapporto con Celestini, la questione Team Ticino, il Var e i complimenti di Berlusconi. «A noi gli attestati di stima creano tanto movimento».

Presidente, la stagione ormai è alle porte. Quali sono le sue sensazioni?

«Quest’anno ci aspetta un campionato difficile. Vedo che c’è stata una presa di coscienza da parte di tutte le società: la Super League è complicata e ognuno si è adeguato per affrontarla al meglio. Non è un torneo da sottovalutare. Le squadre sono soltanto dieci. E in più è rimasto lo spareggio».

Il Lugano si è adeguato costruendo una rosa – diciamo – importante.

«Sì, la rosa è buona ma ad oggi manca l’amalgama. E questo mi preoccupa un po’ ad essere sincero. Se non dovessimo fare punti all’inizio potremmo pagarne lo scotto per molto tempo. Anche perché avremo diverse competizioni, fra cui l’Europa League. Sono in allerta, ecco. Ma se iniziassimo con il piede giusto poi prenderemmo fiducia. Serviranno un po’ di giornate per capire davvero cosa potremo fare».

Perché manca l’amalgama?

«Perché ci sono stati dei cambiamenti e perché abbiamo diversi giocatori. Non tutti saranno titolari, quindi sarà molto importante la gestione del gruppo da parte di Celestini. Bisognerà trovare la quadratura del cerchio senza offendere qualche singolo. Questo è, lo ripeto, un esercizio difficile».

Due terzi posti dal 2017 ad oggi: perché il Lugano non può ancora definirsi una grande del campionato?

«La storia suggerisce il contrario. Dice che noi facciamo le montagne russe. Su e giù. Non dobbiamo dimenticarci che, dal ritorno in Super League, abbiamo vissuto svariati momenti difficili da un punto di vista prettamente sportivo. L’idea, non lo nego, è proprio quella di trovare continuità. Di essere regolari. Ma perché ciò accada bisogna cominciare a giocare e, appunto, a fare punti».

Torniamo all’amalgama: c’entra qualcosa la mancata cessione? Non è stato un momento facile per lei, l’allenatore e immaginiamo lo spogliatoio.

«Credo che quel capitolo faccia parte del passato oramai. Delle tracce in ogni caso rimangono sempre, soprattutto nello sport, tuttavia non ritengo che le tensioni vissute nelle scorse settimane abbiano influito sul lavoro quotidiano della squadra».

Parliamo nuovamente di sensazioni e sentimenti: perché Renzetti ha paura se pensa alla nuova stagione?

«Perché le altre squadre, come detto, si sono rinforzate. Zurigo, San Gallo e Sion in particolare. Se pensiamo che lo Young Boys e il Basilea giocano un campionato a parte, restano poche società su cui fare la corsa in ottica salvezza. E attenzione, dal momento che il Servette è salito con ambizioni ed è una mina vagante. Idem il Thun. L’unica incognita è lo Xamax. Ma non c’è molto spazio. Siamo tutti lì e ogni errore può costare caro».

Cambiamo tema. Il suo rapporto con Fabio Celestini è ancora idilliaco?

«Il nostro rapporto è ottimo. Ma il mister deve capire che ho delle aspettative. Ha un contratto importante e deve sapere che le competizioni cui parteciperemo, l’Europa in primis, possono cambiarci la vita. Nel bene come nel male. Diciamo che questa stagione non voglio essere solidale a tutti i costi».

Cos’è cambiato fra me e Celestini? Nulla. Ma l’ho messo in condizioni ottimali e non vorrei pentirmene. Ho delle aspettative

Ma cos’è cambiato rispetto alla scorsa stagione fra voi due?

«Nulla, ma appunto io ho fatto di tutto e di più per lui. Mettendolo in condizioni ottimali. Era arrivato a campionato in corso, si è rimesso in gioco, ha dato tutto. Quella stagione è stata cristallizzata in un contratto biennale. Bene, non vorrei pentirmi. Quando lo abbiamo preso il quadro era differente. C’era la sua voglia, la nostra».

Il suo quindi è un invito a non sedersi sugli allori?

«Ho delle aspettative, lui lo sa. Dico di non volermi pentire del contratto a mo’ di prevenzione. Così facendo metto la squadra sull’attenti».

Capitolo cessione: la pista Novoselskiy-fondo degli Emirati Arabi è ancora calda o sta cercando le famose soluzioni locali?

«Mi sono preso una pausa, al momento la cessione non è un assillo sebbene sia assodato che il mio ciclo presto o tardi dovrà concludersi. Adesso, però, vorrei godermi il sorteggio dei gironi di Europa League a Monte Carlo. Veramente, non voglio pensarci».

Lei è abituato, forse per scaramanzia, ad immaginarsi sempre lo scenario peggiore possibile. Cosa succederebbe se al termine di questa stagione né la cordata Novoselskiy né l’ipotetico gruppo di investitori locali comprasse il Lugano?

«Non lo so e, ribadisco, ora non voglio pensarci. Abbiamo una buona squadra, ad ogni modo. Se caso, vorrà dire che venderemo più giocatori».

Ci dà l’aggancio per parlare di Junior. Che farà il brasiliano, inizierà la stagione in bianconero o resterà in tribuna finché non arriverà l’offerta giusta?

«Noi vorremmo iniziasse il campionato con noi, ma è un passo che deve volere anche lui. Finché non scende in campo è un’incognita, anche in ottica mercato. Se gioca è meglio per tutti, lui in primis».

L’ex presidente del Milan Silvio Berlusconi, in visita a Lugano, ha parlato molto bene del club bianconero. Che effetto le fanno questi attestati di stima, considerando pure l’affetto dell’Inter?

«È un grande aiuto per noi. Si è parlato tantissimo della presenza nerazzurra a Lugano, anche in termini negativi. Ma si è parlato poco dell’entusiasmo che ha generato l’Inter. Le parole di Marotta o di Berlusconi creano movimento».

Intanto il VAR, già attivo più o meno ovunque, farà il suo ingresso in Super League. Contento?

«Molto. L’avessimo avuto in passato, chissà quanti punti in più ci saremmo trovati a fine stagione. In Svizzera esiste la sudditanza psicologica. Soprattutto nei confronti di Young Boys, Basilea e Zurigo. L’arbitro magari aveva paura di andare contro queste squadre e finire in prima pagina sul Blick».

Chiudiamo con la questione Team Ticino. Il nuovo statuto avrebbe dovuto porre fine alla vicenda, al contrario ha scatenato un moto di polemiche. Lei che ne pensa?

«Le difficoltà ci sono, ma tutti assieme cercheremo di superarle. Novoselskiy ha avuto la possibilità di rilevare il Lugano ma non l’ha fatto. Non è il padrone del club. Noi, e intendo anche la Società Anonima che gestisce la prima squadra, avremo un’attenzione massima verso le persone che ci rappresenteranno in comitato a Tenero».

Può spiegarsi meglio?

«Non voglio assolutamente che passi il messaggio ‘‘Novoselskiy è il padrone del vapore’’. Perché appunto non lo è. A me dispiace che il Bellinzona se la sia presa. Ai granata dico che sono con loro. Più con loro che con Leonid. È importante che si crei una struttura a piramide con il Lugano al vertice, ma aperta a tutto il Ticino».

Che Team Ticino si immagina allora?

«Ho affidato a Novoselskiy il settore giovanile del Lugano perché è una persona seria e perché ha investito tanto. Però lui non può pensare che il Team Ticino sia una cosa esclusivamente sua».

Sta lanciando un messaggio d’amore al Bellinzona.

«Non sono il demonio. Mando avanti fra mille sforzi il Lugano da nove anni. L’ho fatto investendo tanto sia fisicamente sia economicamente. Il messaggio che mi preme far passare è questo: prendiamo il buono di Novoselskiy e il buono degli altri. E vediamo di gestire il Team».

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