Rangelo Janga e un amore chiamato Lugano

L’intervista

L’attaccante bianconero a ruota libera, dal rapporto con il Ticino alla speranza di poter concludere questa stagione

Rangelo Janga e un amore chiamato Lugano
Rangelo Janga, 28 anni. © CdT/Gabriele Putzu

Rangelo Janga e un amore chiamato Lugano

Rangelo Janga, 28 anni. © CdT/Gabriele Putzu

Una partita. Due occasioni, qualche guizzo e tanto, tantissimo fisico. E poi? Rangelo Janga era il fiore all’occhiello del mercato invernale bianconero. Ma non ha potuto dimostrarlo. Il virus, già. Abbiamo raggiunto l’attaccante in Olanda, a Rotterdam. «Il mio futuro? Io voglio il Lugano» dice.

Una settimana circa a febbraio, pochi giorni a inizio maggio. A Lugano è stato davvero poco, se ne rende conto?

«Purtroppo sì. A febbraio ero appena arrivato, avevo tanta voglia e tanta fame. Ma poi è sopraggiunto lo stop. Adesso, ero rientrato in Ticino perché avremmo dovuto riprendere gli allenamenti. Tuttavia, tre giorni dopo mi è stato detto di tornare a casa, in Olanda. La Super League è in bilico, non si sa se porteremo a termine la stagione. In quel momento, non aveva senso prepararsi. Per fortuna ci è stata data una nuova data: il 25 maggio».

Cosa ha provato in quei giorni?

«Ero felice di essere tornato a Lugano, davvero. È una città meravigliosa, tranquilla, con tanta natura attorno. Detto ciò, non potendo giocare a calcio ho deciso di riabbracciare la mia famiglia, a Rotterdam. La situazione per noi giocatori è complicata. Non poter fare il nostro lavoro è pesante».

Può spiegarsi meglio?

«Da ragazzo, il calcio era più un passatempo. Un hobby. Con il tempo è diventato, appunto, un mestiere. La vita stessa, per certi versi. Non ho problemi ad affermare che, senza una palla che rotola, io non so e non saprei cosa fare. Ho puntato tutto sul calcio e, ora, spero di poter ricominciare».

Lei e il virus state giocando una partita particolare, mettiamola così. E per ora lei è sotto 2-0.

«È vero. Prima di firmare con il Lugano ero a tanto così dal trasferirmi nel campionato cinese. Fu proprio l’esplosione di casi in Asia ad impedire la concretizzazione di quella trattativa. Va però specificato che il club aveva tentennato di suo, facendo spazientire me e l’Astana. Alla fine ho optato per i bianconeri e direi che, al netto dell’emergenza e dello stop imposto alla Super, la mia è stata la scelta migliore. Una cosa, riguardo a questo virus, posso dirla: non immaginavo, mesi fa, che si sarebbe diffuso con questa velocità. E che sarebbe diventato un problema del mondo intero. Il calcio, essendo uno sport fisico e di contatto, è costretto a restare in panchina. Capisco i club e capisco alcuni giocatori. Ora, il rischio è ancora elevato e una ripresa va pianificata in sicurezza. Come in Germania».

Allenarsi da solo, in Olanda, lontano dai compagni di squadra e senza la possibilità di scherzare, fisicamente, con loro. È anche per questo che diceva «per noi ora è difficile»?

«Anche, sì. Ma allenarsi senza compagni non è un dramma. Io, almeno, sono abituato. Mi manca, è ovvio, tutta la parte relazionale. Sono un tipo che lega facilmente, cui piace la vita di squadra. C’è, inoltre, una differenza: quando ti alleni in gruppo, c’è sempre qualcuno che ti sprona a fare meglio. Ad andare oltre i tuoi limiti. Io, come spiegavo, so allenarmi da solo e l’ho sempre fatto. Anche quando andavo in vacanza, in tempi normali. Ma quando ti alleni da solo è più facile dire stop, fermarsi. Ecco, magari in solitaria non riesci a tirare fuori il massimo da te stesso. E questo perché non c’è nessuno al tuo fianco. Nessuno che ti dica di non mollare».

In Olanda, lista di restrizioni alla mano, riesce ad allenarsi senza problemi?

«Sì, perché il lockdown non è mai stato totale come in Italia. Banalmente, io ho sempre potuto correre all’aperto. Senza limitazioni di sorta. La gente, in generale, ha rispettato le restrizioni. Ma le temperature ora si stanno alzando e questo complica le cose: gli olandesi amano stare in giro».

Lo stop forzato le ha permesso di godersi appieno la famiglia. Non era evidente, prima.

«È vero, questo è l’unico lato positivo dell’intera vicenda. E sono contento che le mie due figlie siano ancora piccoline: un anno e due anni. Ridono, sono felici come sempre. Se fossero state più grandi, beh, sarebbe stato più complicato anche per loro. Avere dell’altro oltre al calcio, dei valori veri, aiuta. Anche se, lo ribadisco, il pallone mi manca troppo».

Il mio futuro? Voglio il Lugano, anche se non ho ancora parlato con il presidente e con la dirigenza

Il suo contratto con il Lugano scadrà il prossimo 30 giugno, ma i bianconeri possono riscattarla dall’Astana. Lei cosa vorrebbe per il suo futuro?

«Il Lugano, anche se non ho parlato né con il presidente né con la dirigenza. Sicuramente ne discuteremo, sperando di trovare una buona soluzione per entrambe le parti. Dico e stradico Lugano perché, al di là del fatto che in bianconero ho fatto una sola partita, mi sono trovato subito a mio agio. È un club organizzato, preciso, che mi ha accolto alla grande. E in campo avevo la sensazione di esserci, di poter dire la mia e di poter dare davvero una mano in termini di reti. Ho subito legato con mister Jacobacci, con il presidente e con tutti. Conto di tornare, sì. Per chiudere questa stagione e per disputare la prossima».

Ha mantenuto i contatti con la squadra in questi mesi?

«Sì, anche se avevo vissuto una sola settimana in gruppo. Ho parlato con alcuni ragazzi, con l’allenatore, con il direttore sportivo Marco Padalino e con il direttore generale Michele Campana. Ringrazio tutti: si sono ricordati di me, anche in questo periodo un po’ così».

Torniamo al calcio giocato: da uno a dieci quanto le manca?

«Dieci, cento, centomila. Io, se chiudo gli occhi, come prima cosa mi immagino su un campo. A correre, lottare, fare gol. Sono un leone in gabbia, mi sento vuoto perché una parte di me manca. E calcolate che io venivo da un periodo non brillantissimo all’Astana, con poche presenze. Il Lugano mi aveva ridato il sorriso, stavo benissimo, ero prono a dare il massimo per i bianconeri».

Ha seguito le vicende del calcio svizzero dall’Olanda? Crede davvero si possa tornare a giocare?

«Dovrei chiederlo io a voi. Vorrei tanto chiudere la stagione. So che la politica ha deciso di dare un sostegno. E che il club ci ha dato appuntamento per il 25 maggio».

Ci tolga una curiosità: era stato difficile rientrare in Svizzera ad inizio maggio?

«No, affatto. Avevo trovato il volo facilmente e, una volta atterrato a Zurigo, l’unica cosa oltre al passaporto che mi è stata chiesta dalle autorità era il permesso di lavoro».

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