Behrami e la Svizzera

Valon: «La Nazionale? Non l’ho più guardata»

Il centrocampista rilegge il suo addio ai colori rossocrociati e punta il dito contro Petkovic: «Titolare contro la Svezia e poi fuori? Mah»

Valon: «La Nazionale? Non l’ho più guardata»
Petkovic stringe la mano a Petkovic nell’ultima amichevole prima del Mondiale russo, a Cornaredo contro il Giappone. (foto Reguzzi)

Valon: «La Nazionale? Non l’ho più guardata»

Petkovic stringe la mano a Petkovic nell’ultima amichevole prima del Mondiale russo, a Cornaredo contro il Giappone. (foto Reguzzi)

Poco più di un anno fa Valon Behrami annunciava, non senza polemiche, il suo addio alla Nazionale. Ma che cosa successe veramente fra lei e Vladimir Petkovic?

«Non lo so nemmeno io. Anzi, me lo chiedo ancora. Se ho costruito una carriera con la Svizzera, beh, lo devo a Hitzfeld e a Petkovic. Il primo mi tranquillizzò e mi fece vedere le cose in modo diverso. Iniziai anche a parlare in un’altra maniera, ad essere responsabile, ad avere un ruolo importante all’interno dello spogliatoio. Con Petkovic arrivò un nuovo gioco, d’altronde come allenatore non si discute. Mi prese subito come un riferimento. Parlandomi. Ricordo che mi chiedeva di dialogare con questo o quel giocatore, di capire i problemi. Era un po’ come dire: mi fido di te, Valon. E assieme trovavamo sempre una soluzione».

È mancata la fiducia, allora?

«Finito il Mondiale, successe quella cosa dei passaporti (mima il gesto dell’aquila, ndr). Io, non leggendo, non ne sapevo molto. Ma nella chat dei giocatori, su WhatsApp, tanti continuavano a lamentarsi: alcuni, anche importanti, non volevano più andare avanti con la Svizzera. Io risposi: ragazzi, state calmi, avete davanti a voi almeno altri dieci anni con questa maglia, state zitti e ditemi cosa posso fare. Mi chiesero tutti di sistemare le cose con Alex Miescher, a quell’epoca segretario generale della Federazione. Volevano ritrattasse certe dichiarazioni. Io allora presi e chiamai Miescher. Era d’accordo sul da farsi, mi chiese perfino come procedere. Ma io, banalmente, gli ribadii che non ero nessuno e che lui era abbastanza grande per risolvere da solo la questione. Gli suggerii di indire una conferenza, semmai. Per tranquillizzare la squadra. Ne saremmo usciti bene. Sì, ci misi la faccia. Tornando a Petkovic, io e lui parlammo brevissimamente dopo l’eliminazione. In aeroporto. Gli chiesi: resti? Lui rispose di sì. Ebbene, dopo tre settimane ero a Lugano in vacanza e mi arrivò la famosa telefonata. Io pensavo volesse parlarmi e basta. Invece iniziò a dire che aveva intenzione di effettuare un ricambio generazionale, di provare cose nuove e differenti. Gli diedi il mio benestare, chiedendo se fosse solo una cosa per la Nations League. Lui proseguì dicendo che era il momento giusto per cambiare, per rinunciare ai più anziani. Io, testuale, gli chiesi allora se mi stava comunicando che non sarei più andato in Nazionale. Mi disse di sì. Okay».

Ad infastidirla fu il modo, dunque?

«Se me l’avesse detto prima, magari già in aeroporto seduti in disparte, avrei compreso. Mi avrebbe dato la possibilità di annunciare, senza polemiche, l’addio alla maglia rossocrociata. Avrei detto grazie a tutti e ne saremmo usciti senza ferite. In fondo, non avevo interesse ad andare avanti considerando tutti i miei problemi fisici (nel frattempo Valon si tocca entrambe le ginocchia, ndr). Sì, mi fece malissimo il modo. Stare a casa, ora, è davvero un piacere. Vedo le mie figlie, ho più tempo per loro, sono sereno. Lì per lì tuttavia reagii malissimo. Ho fatto più di dieci anni in Nazionale e non mi è stato nemmeno concesso il diritto di convocare una conferenza stampa per annunciare io stesso l’addio».

Torniamo alla fiducia. E a Petkovic...

«Si fidava di me solamente perché aveva bisogno di sistemare problemi e perché sapeva che i ragazzi mi ascoltavano. Per anni ci siamo sentiti ogni giorno. A cosa è servito? Mi chiamava nella sua stanza in ritiro per risolvere delle situazioni. Niente, non mi ha nemmeno preso da parte per dirmi che avrebbe rinunciato a me. E poi non è vero che ha cambiato corso: alcuni, anche più grandi di me, sono rimasti. Evidentemente non ha mai avuto la forza per dirmi la verità, a patto che ce ne fosse una».

Glielo chiediamo noi: qual è la verità?

«Ti giochi la partita più importante della tua carriera con Behrami titolare. Poi, dopo tre settimane, dici che Valon non verrà più convocato per scelta tecnica. Delle due l’una: o non è vera la storiella della scelta tecnica, oppure prima non hai avuto il coraggio di farmi da parte. Contro il Brasile, contro la Svezia. O era una bugia in Russia o, al contrario, era una bugia dopo. Ma se la rivoluzione era dettata da una scelta tecnica, non avrei dovuto giocare con la Svezia».

Alla fine, però, tecnicamente è stato lei a ritirarsi dalla Nazionale. Conferma?

«Sì, l’ho fatto. Ma il problema non è mai stato dire basta con la Nazionale. Era e ad oggi rimane la maniera. Anche perché a conti fatti a pagare siamo stati soltanto io e Blerim Dzemaili. Manca un pezzo. Non c’è stata coerenza. E per guardarmi negli occhi devi essere coerente».

Cosa le manca di più della Svizzera?

«Il campo. Perché mi divertivo. Era una squadra bella, organizzata, determinata a giocare a pallone. Sentire tutte queste sensazioni era bellissimo. Io lottavo per non retrocedere con l’Udinese e quando vestivo la maglia della Nazionale, beh, il mio morale tornava su».

Era anche uno dei leader.

«Certo, ma dopo il mio addio ho capito che potevo fidarmi di poche persone. E parlo anche dei compagni. Nessuno ha avuto il coraggio di dire qualcosa sul mio conto. Come se fosse un tema delicato, come se parlare bene di me fosse una cosa anti Petkovic. Gente che mi mandava dei messaggi ma poi a livello pubblico non diceva nulla. Chissà, forse non sono a posto con loro stessi».

Con che occhi guarda ora la Nazionale?

«Non l’ho più vista. Ma ci tengo a dire una cosa: l’allenatore è veramente un grande allenatore. Non cambierò mai idea su di lui sul piano tecnico. E ai miei ex compagni auguro il meglio. Però mi sono distaccato. Faccio altro quando gioca la Nazionale. Sto con le mie figlie. Ho ricevuto tantissimo dalla Svizzera. È indubbio. Ho dato anche tantissimo. Ma non devo niente a nessuno».

©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

  • 1
Ultime notizie: Calcio
  • 1