«Chi si dopa ha un problema di ego»

IL fatto

L’intervista ad Antonello Atzeni, preparatore atletico e gestore di una palestra a specializzata in cross-fit e Spartan, dopo l’imponente operazione internazionale che ha portato all’arresto di 234 persone

«Chi si dopa ha un problema di ego»
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Antonello Atzeni è un nome conosciuto in Ticino. Preparatore atletico della SAM Massagno di basket e già collaboratore dell’Ambrì Piotta, Atzeni dirige una palestra a Taverne, specializzata in cross-fit e Spartan.

Il doping torna a far parlare, stavolta nello sport amatoriale. Sorpreso?
«No. Il tema fra la gente comune è sempre stato trattato come un tabù, come qualcosa da non affrontare. Si fa finta che il problema non esista, invece non è così. Molti dilettanti ricorrono al doping per migliorare le prestazioni, la forza o la parte aerobica. Pensiamo all’EPO. Il problema è la facilità con cui questi prodotti possono essere acquistati. A mio avviso manca un controllo rigoroso su queste sostanze».

Perché un dilettante, che non fa dello sport una professione, dovrebbe avvicinarsi al doping?
«Per arrivare a raggiungere i suoi obiettivi nel minor tempo possibile. I prodotti di questo tipo sono solo una scorciatoia, una via più facile. In realtà è solo con l’allenamento duro, serio e responsabile che le prestazioni possono venire migliorate. Il doping è un’illusione. Un’illusione rischiosa. Quasi sempre chi si dopa a livello amatoriale ha un problema di ego: vuole arrivare prima di un altro, a tutti i costi. E queste persone cadono facilmente nella trappola».

I social media, in particolare tramite le applicazioni progettate per monitorare e poi divulgare le proprie prestazioni atletiche, hanno un’influenza su chi desidera migliorarsi giocando sporco?
«I social media possono avere un ruolo, sì. Soprattutto per quanto riguarda gli atleti che vogliono mettersi in mostra per cercare di attirare l’attenzione di sponsor o squadre. Tuttavia il doping esiste da moltissimo tempo, c’era già – e in maniera diffusa – anche prima dell’avvento di Internet. Non bisogna dimenticare che la maggior parte delle sostanze proibite viene consumata negli ambienti amatoriali, come dimostra l’inchiesta internazionale. I social media, semmai, hanno un potere di emulazione. Si cerca di copiare i propri idoli, in tutte le discipline. E come arrivarci il più in fretta possibile? Barando».

Lei come si pone di fronte a chi si dopa?
«Non voglio averci a che fare, nella maniera più assoluta. Come professionista del settore atletico cerco sempre di tutelarmi. Già in sede contrattuale metto in chiaro le cose, dicendo a chiare lettere quali sono i miei principi guida, basati sui regolamenti anti doping svizzeri e internazionali».

Nell’ambiente delle palestre, esistono figure di riferimento che propongono prodotti proibiti ai clienti?
«Sì, eccome. Spesso tutto nasce da chi dovrebbe fungere da esempio. Sono i coach o i medici ad avere a disposizione certe sostanze. E di conseguenza non si fanno problemi a diffonderle. Dietro a questo traffico c’è chi guadagna tanti soldi in maniera illecita. Il doping, poi, bisogna saperlo usare. Chi pratica il ‘‘fai da te’’ finisce in ospedale, o peggio. Ecco perché gli allenatori sono figure chiave: loro hanno a disposizione i prodotti, ma sanno anche come utilizzarli».

Negli ultimi anni si assiste al fenomeno delle palestre. Sembra di tornare agli anni Ottanta, quando il modello statunitense della cultura del corpo era molto diffuso anche in Europa.
«Il numero delle persone che frequentano le palestre è effettivamente cresciuto. Per un motivo semplice: sono sempre più diffusi spazi per allenamenti low cost. Chi prima si vergognava o si credeva inadatto, ora può avvicinarsi a questo mondo spendendo pochi soldi. Da un lato, anche per una questione di salute pubblica, è un bene».

Ma dall’altro?
«La probabilità che i più fragili si mettano nelle mani sbagliate cresce. La persona timida o che si sente inadatta nei confronti degli altri atleti amatoriali, corre il rischio di farsi ammaliare dal doping».

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