L’intervista

«È sempre un piacere vedere Roger»

Claudio Mezzadri parla di Federer, Djokovic, Nadal, Zverev e Wawrinka in vista dell’Australian Open a Melbourne

 «È sempre un piacere vedere Roger»
Roger Federer, fresco del successo ottenuto con Belinda Bencic alla Hopman Cup, andrà ora alla ricerca del centesimo titolo in carriera a Melbourne. (Foto Keystone)

«È sempre un piacere vedere Roger»

Roger Federer, fresco del successo ottenuto con Belinda Bencic alla Hopman Cup, andrà ora alla ricerca del centesimo titolo in carriera a Melbourne. (Foto Keystone)

Roger Federer si presenta all’Australian con la speranza di conquistare il titolo per il terzo anno di fila. Grandi le motivazioni del basilese, che se dovesse centrare l’obiettivo potrebbe tra l’altro festeggiare anche il centesimo titolo in carriera. Del nostro eroe nazionale, che per almeno ancora un anno continuerà ad entusiasmare gli appassionati di sport, abbiamo parlato con Claudio Mezzadri, commentatore della RSI ed ex capitano di Coppa Davis.

Trentasette anni suonati e ancora tanta voglia di giocare. Cosa spinge Roger a restare nel circuito?

«A questa domanda Federer ha risposto più volte adducendo sempre le stesse motivazioni. A guardar bene, ha però anche quasi sempre voluto aggiungere qualcosa per dar credito alle sue affermazioni. Roger innanzitutto si diverte. E questo è l’elemento principale che lo differenzia da molti suoi colleghi, che non hanno ottenuto neanche un terzo dei suoi successi. Come se non bastasse lo ha dimostrato anche nelle ultime sue partite a Perth, dove ha riconquistato la Hopman Cup con Belinda Bencic. Il basilese si sente ancora competitivo ai più alti livelli e gli piace anche il fatto di potersi intrattenere con i giornalisti, di rilasciare interviste e di svolgere con un’invidiabile professionalità i suoi impegni con gli sponsor. Diciamo che c’è un feeling sempre vivo tra lui e i suoi interlocutori. E questi, tra l’altro, possono anche essere i suoi avversari. Per tutti è un piacere vederlo giocare».

Due anni fa tornò a vincere a Melbourne dopo una lunga pausa per infortunio. Nel 2018, sempre in Australia, lanciò la stagione alla grande. Si può dire che adesso ci sono più incognite?

«Nel tennis le incognite esistono sempre. Anche per questo il gioco è appassionante. Poi, è vero, quasi sempre, soprattutto nelle prove maggiori, sono i più forti ad emergere. Resta il fatto che nel 2017 tutti fummo sorpresi di assistere ad una fantastica finale tra Roger e Nadal, che in quel momento parevano vicini alla pensione. L’ultima finale a Melbourne, contro il croato Maric Cilic, fu meno entusiasmante, ma regalò a Federer il suo ventesimo titolo del Grande Slam. Un mese dopo, a Rotterdam tornò a capeggiare il ranking mondiale. Giocando relativamente poco, ha firmato quattro tornei (Australian Open, Rotterdam, Stoccarda e Swiss Indoors a Basilea), chiudendo la stagione al terzo posto dietro a un ritrovato Djokovic e ad un acciaccato Nadal».

Quest’anno a Melbourne potrebbe disputare meno partite in night-session?

«L’anno scorso c’era stata la polemica perché gli avevano forse facilitato un po’ i compiti. Stiamo a vedere cosa succederà. Di sicuro il caldo torrido non aiuta Roger. Lui, adesso anche per l’età, rende molto di più in condizioni atmosferiche meno estreme. Intanto aspettiamo la sfida con l’occhialuto dell’Uzbekistan Istomin».

Molti dicono che già nella scorsa stagione Roger avrebbe dovuto firmare il torneo numero cento.

«Questi secondo me sono dettagli. Anzi, barzellette. Nella seconda parte della stagione ha avuto sicuramente un calo di rendimento. Ma tutto sommato ritengo che il suo 2018 possa essere considerato un anno eccellente. Per quanto riguarda il centesimo sigillo, non ne farei un caso. Non so se potrà raggiungere il primato di Connors (ndr: 109 titoli), che però si era spesso imposto in torneini di seconda o terza importanza. Per il raggiungimento della cifra simbolica non mi preoccuperei più di tanto. Roger, comunque, mira ancora in alto. Pensa alle prove dello Slam, ai Masters 1000 e, eventualmente, alle finali ATP. Sono convinto che ci farà ancora divertire».

Parliamo dei suoi avversari principali, pensando innanzitutto a Djokovic e Nadal.

«Sì, il serbo e il maiorchino, che lo precedono nel ranking, sono le prime due teste di serie dall’Australian Open. Dopo l’operazione al gomito, il primo ha tardato a ritrovare il suo tennis. Temevamo addirittura di averlo perso. Invece ha pian piano ritrovato fiducia. Dopo essersi affidato ad Agassi e Stepanek, è tornato al suo vecchio allenatore, lo slovacco Marian Vajda. Con lui ha ritrovato quella fiducia che gli era venuta meno. La sua seconda parte dell’anno, da Wimbledon in poi, è stata notevole. Ha conquistato il successo anche a New York, ritrovandosi un po’ affaticato a fine stagione. Penso alla finale di Parigi-Bercy persa contro il russo Karen Khachanov, ma anche alle finali ATP che hanno premiato il tedesco Alexander Zverev. Se Novak non mi sembra imbattibile (ndr: quest’anno lo ha fermato anche lo spagnolo Agut), per Rafa i punti di domanda sono parecchi. Non gioca partite serie da mesi. Nell’esibizione di Abu Dhabi si è guardato bene dall’appoggiare il peso sul piede operato e poi ha rinunciato al torneo di Brisbane. Sono curioso di vedere il suo primo incontro con il giovane australiano Jason Duckworth. Una semi con Roger sarebbe il massimo per gli appassionati, ma i problemi di Rafa onestamente fanno riflettere».

Abbiamo parlato brevemente di Zverev. Ti sembra pronto per firmare una prova del grande Slam?

«Questa è una bella domanda. Zverev ha dimostrato di saperci fare nelle prove alla meglio dei tre set, Masters 1000 e finali ATP comprese. Sono curioso di rivederlo sui 5 set. Questa è per lui la stagione della verità. È maturato parecchio, ha tante qualità, ma lo attendiamo ancora al salto di qualità, quello che gli permetterebbe a tutti gli effetti di entrare nel gruppo dei grandi. Il sodalizio con Ivan Lendl è una bella scommessa. Su di lui è aumentata la pressione. Potrebbe anche essere un’arma a doppio taglio».

Stan Wawrinka vinse l’Australian Open cinque anni fa. Poi, con Roger, in quel fantastico 2014, conquistò la Davis. Aggiunse altri due titoli maggiori al suo palmarès, uno a Parigi, l’altro all’Open degli Stati Uniti. Può ancora tornare ai più alti livelli?

«Stan è sempre stato, e lo è ancora oggi, un combattente. Anche lui ha avuto seri guai fisici, che gli hanno impedito di allenarsi come avrebbe voluto. Nel 2018 la sua progressione è stata lenta, ma comunque c’è stata. Ha dimostrato di sapere vincere anche partite contro giocatori di un certo calibro. Il debutto a Melbourne con Gulbis certo non lo aiuta. Il lettone è uno che picchia forte la palla e che sa metterti sono pressione con il suo tennis aggressivo. Sarà un bel test per Wawrinka. Non so se riuscirà a tornare tra i top 10, ma il tennisa di St. Barthélemy ha tutte le qualità per riemergere. Non mi sorprenderei a rivederlo tra i primi venti del ranking mondiale prima dell’estate».

Ci sono diversi giovani che hanno fatto progressi. Chi saprà realizzare un vero salto di qualità?

«Il greco Tsitsipas e il russo Khachanov sono i due giocatori che hanno impressionato di più nel 2018. Il primo, in particolare, è molto apprezzato sul circuito per quel tocco di gioventù e di allegria che ha saputo dare all’ambiente. Io mi auguro che altri possano farsi largo. Il tennis ha bisogno come il pane di volti nuovi. E se qualcuno dovesse andare lontano a Melbourne sarebbe davvero un bel segnale».

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