Calcio: ex granata

"A Bellinzona non capirono il mio calcio"

Maurizio Battistini rivisita l'esperienza del 2004-2005 e illustra il libro motivazionale che ha scritto
Carlo Scolozzi
27.01.2021 14:28

"Ormai non alleno più, ho problemi col nervo sciatico e quindi cerco di stimolare col mio libro i giocatori e gli allenatori di domani". Dichiarazioni di una vecchia conoscenza del calcio bellinzonese, quel Maurizio Battistini che allenò i granata nel torneo di Challenge League 2004-2005.

Un anno fa lei ha dato alle stampe "Suggerimenti per allenatori e giovani calciatori", spieghi questo manuale.

"Premetto che non mi reputo un fenomeno, sono un allenatore normale, con idee un po' strane, ma che ha aveva fiducia in quello che faceva. Nel libro, che ho inviato all'ex granata Angelo Raso, illustro la linea che ho adottato dagli inizi della mia carriera da Mister fino all'avventura col Bellinzona. Avrebbe dovuto essere composto da 230 pagine, ma mia figlia Fiorenza, professoressa di lettere che mi ha supportato, mi ha consigliato di ridurlo a 70-80. Dal momento che in carriera ho rovinato meno giovani di altri, ho ritenuto opportuno raccontare i miei insegnamenti".

Mister, lei ha avuto a che fare con Nicola Berti, i gemelli Antonio ed Emanuele Filippini e Andrea Pirlo. Racconti qualche aneddoto in proposito.

"Berti fu il primo della mia covata e dovetti sconfiggere lo scetticismo. Fu la mia prima scoperta e mi impuntai, anche se c'era chi diceva che si sarebbe fatto frate se Nicola avesse sfondato. Io spiegai che se mandavo a casa lui avrei dovuto farlo con tutti gli altri. Dovetti lottare pure per i gemelli Filippini: il dirigente Sogliano diceva che erano alti un soldo di cacio e anche il presidente del Brescia Corioni non li vedeva. Pirlo fu l'ultimo della mia nidiata. Già coi giovanissimi era un allenatore in campo. Sul rettangolo verde trovava soluzioni che io, da bordo campo e con calma, non avevo intravvisto".

Capitolo granata: riavvolga il nastro della sua esperienza al Bellinzona.

"Portai un calcio particolare, fatto anche di aforismi e di pratiche quali il saluto al sole prima degli allenamenti, ma ritengo che la società non mi capì. La gente no, quella la sentivo solidale col mio progetto. La proprietà era formata da una decina di persone e avevo l'impressione che volevano che facessi giocare i loro giocatori. A sei giornate dalla fine, invece, io optai per i giovani e con 2-3 ragazzi sotto età totalizzammo 18 punti".

Riteneva di avere guadagnato la riconferma.

"Esatto, dopo quelle ultime partite mi sarei aspettato di continuare con la prima squadra, ma mi rimpiazzarono con Stefano Maccoppi. Avrebbero voluto mandarmi al settore giovanile granata. Io però avevo già una certa età e il mio destino volevo stabilirlo io. Così me ne andai".