Maxim Lapierre

«Il Ticino è fiero come il mio Québec»

Dopo il rinnovo del canadese a Lugano, ripubblichiamo un’intervista dello scorso anno

 «Il Ticino è fiero come il mio Québec»
Maxim Lapierre ha rinnovato con il Lugano. (Foto Zocchetti)

«Il Ticino è fiero come il mio Québec»

Maxim Lapierre ha rinnovato con il Lugano. (Foto Zocchetti)

Nel gennaio del 2016 approdò a Lugano con la fama di agitatore. Con il suo gioco fisico, la sua forte personalità e i suoi atteggiamenti sopra le righe aveva contribuito al raggiungimento della finalissima, conquistando i tifosi bianconeri. Dopo una brusca separazione, nell’ottobre dello scorso anno tornò alla Resega, sempre alla corte di Shedden, sempre con lo stesso stile. Poi, con l’arrivo di Greg Ireland, ecco la svolta: liberatosi dai «cliché» che lo hanno accompagnato, Maxim Lapierre ha dimostrato il suo valore di attaccante completo. Lo abbiamo incontrato per farci raccontare la sua storia, oltre i pregiudizi. La storia di un bimbo cresciuto nel mito dei Montréal Canadiens e arrivato ad una sola vittoria dalla Stanley Cup. La storia di un uomo innamorato dell’hockey.

Maxim, raccontaci il tuo primo ricordo con l’attrezzatura da hockey.

«È legato a un Natale, quando i miei genitori mi regalarono un paio di guantoni. La sera della vigilia andammo a festeggiare nelle strade di Montréal. Attorno all’una, rientrando verso casa, ci fermammo su una pista all’aperto per provare la nuova attrezzatura. Eravamo io e mio padre, nel cuore della notte, a passarci il disco e a tirare in porta. Mia madre, da fuori, ci osservava divertita».

L’hockey era un affare di famiglia?

«Poche cose ci univano come la passione per i Montréal Canadiens. Avevamo il nostro rituale: si cenava tutti insieme, poi ci si piazzava davanti al televisore per l’inizio della partita. Mi lasciavano guardare solo il primo tempo, poi mi mettevano a letto. Ma papà, di nascosto da mamma, alzava il volume della tele per farmi sentire il resto dell’incontro. Era il nostro piccolo segreto».

Da piccolo incontrasti qualche idolo?

«Il primo giocatore di NHL che vidi di persona fu Luc Robitaille dei Los Angeles Kings. Ero in ospedale, in visita a un mio parente. Nello stesso reparto c’era lui, venuto a trovare il padre ricoverato. Nonostante il contesto, trovò il tempo per firmarmi una fotografia».

Papà ti ha mai portato al mitico Forum, casa dei Canadiens fino al 1996?

«No. La prima partita di NHL che vidi dal vivo fu a Québec City: Nordiques contro Tampa Bay. Lì i biglietti costavano molto meno che a Montréal».

Quando capisti che l’hockey poteva diventare un lavoro vero?

«Durante il mio secondo anno da juniores in QMJHL, quando venne pubblicata la tradizionale lista per i papabili al draft NHL ed io ero 22. al mondo. Il mio allenatore Alain Vigneault, attuale tecnico dei New York Rangers, mi fece capire che era giunto il momento di prendere le cose seriamente, perché ero entrato nei radar. Appena lo raccontai ai miei genitori, pensarono che li stessi prendendo in giro. Da quel momento puntai tutto sull’hockey. Non avevo un vero piano B e forse è proprio per questo motivo che le cose sono andate bene: credevo in me stesso ed ero pronto a qualsiasi sacrificio per diventare professionista. Poi, si sa, la NHL è anche una questione di tempismo: devi trovarti al posto giusto nel momento giusto».

Il tuo momento arrivò nel 2003: furono proprio i Canadiens a sceglierti al secondo giro del draft, in 61. posizione assoluta. Come andò la giornata?

«Mi recai a Nashville, sede dell’evento, con la speranza di essere pescato al primo giro. Lo lasciava intendere la lista d’entrata e ben due squadre della top 20 mi dissero che ero la loro prima opzione. Invece puntarono su altri giocatori. Le scelte si susseguirono, il mio nome non arrivava e cominciai a spazientirmi. Poi, alla fine del secondo turno, ecco la chiamata dei Canadiens. Mi salvarono la giornata nel modo migliore. L’idea di giocare per loro valeva quanto essere il numero 1 del draft. Avevo una possibilità su trenta di venir selezionato dalla squadra della mia città. Mio padre non stava più nella pelle. Per darvi un’idea, lui si chiama Richard in omaggio a Maurice Richard, una leggenda dei Canadiens degli anni ‘40 e ‘50».

Il debutto in NHL avvenne il 15 novembre del 2005. Cosa ricordi?

«Militavo nel farm team di AHL, gli Hamilton Bulldogs, e proprio in quei giorni avevo la febbre altissima. Scherzando, dissi al mio compagno di stanza: ‘‘Pensa se quelli dei Canadiens mi chiamassero proprio oggi’’. Puntualmente arrivò la telefonata del general manager. Mica potevo dirgli che avevo l’influenza: mi feci forza e il giorno seguente mi presentai a Montréal per affrontare i Florida Panthers. Feci in tempo a radunare i miei genitori, gli zii, i cugini, gli amici più cari: c’erano tutti, non dimenticherò mai l’emozione provata appoggiando la prima lama sul ghiaccio».

Gira questa voce: «Non sai cos’è la vera pressione finché non hai giocato per i Canadiens»...

«È proprio così. È una cosa enorme, ma non necessariamente negativa. Semmai è stimolante. Da una parte c’è il grande peso della storia, dall’altra una tifoseria che vuole vincere, che non sopporta gli errori e che non accetta le mezze misure: se indossi quella maglia devi dare il 110% in ogni momento. Quei cinque anni mi hanno permesso di crescere parecchio».

Nel 2010-11, a stagione in corso, arrivò l’ora di lasciare i Montréal Canadiens. Quanto fu difficile?

«Molto, almeno in un primo momento. Ricordo benissimo quel giorno: stavamo andando a giocare contro i Florida Panthers – ancora loro... – e mi ero già accomodato sul bus dopo la sessione di allenamento pomeridiana. Ad un certo punto sentii il direttore generale dire a qualcuno di togliere la mia borsa dal bagagliaio. Capii subito che stava succedendo qualcosa. Mi dissero che ero stato scambiato e che c’erano due possibili destinazioni. Finii ad Anaheim, in California, dove le cose non funzionarono. Giocai 21 partite con i Ducks, ma dopo appena due mesi approdai a Vancouver».

Lì le cose andarono decisamente meglio...

«Eccome. Con i Canucks giocai le ultime 19 partite di regular season e poi vissi dei magnifici playoff, arrivando fino alla finale per la Stanley Cup. Con il senno di poi, lasciare Montréal mi portò solo cose belle. A Vancouver, ad esempio, conobbi mia moglie».

La Stanley vi sfuggì a gara-7, in casa vostra, contro i Boston Bruins...

«Se potessi scegliere una partita da rigiocare sarebbe quella, non avrei dubbi. È un rimpianto che mi accompagnerà per il resto della mia vita, ci penso quasi ogni sera, ma allo stesso tempo una parte di me è fiera di aver preso parte a quell’evento. Le vibrazioni assaporate alla vigilia di quella gara-7 sono indescrivibili. Conservo tanti ricordi molto belli ed uno molto brutto: non aver sollevato quella mitica coppa».

Dopo quella sconfitta, il centro città di Vancouver venne messo a ferro e fuoco dai tifosi inviperiti. Scene tristi, che fecero il giro del mondo. Voi giocatori eravate coscienti di quanto stava accadendo là fuori?

«Sì, soprattutto io. Mi spiego: ero stato ceduto da Anaheim a Vancouver poco prima della chiusura del mercato e dunque non avevo ricevuto un mio appartamento. Vivevo in hotel, proprio sulla strada dove vennero compiuti i maggiori atti di vandalismo. C’erano risse, incendi, polizia ovunque. Non fu affatto piacevole far parte di tutto questo».

Crescendo nel mito dei Montréal Canadiens si coltiva la storica rivalità con i Boston Bruins. Quegli stessi Bruins che nel 2011 ti tolsero la Stanley dalle mani. Il simbolo di quella squadra è Patrice Bergeron, protagonista anche a Lugano durante l’ultimo lockout. Che rapporto hai con lui?

«Da giovani siamo stati compagni di squadra in una selezione dei migliori talenti della provincia. È un bravo ragazzo e un serio professionista, ma ovviamente in pista abbiamo avuto i nostri bisticci. Come detto, Canadiens e Bruins non si amano molto».

Dopo altri due anni a Vancouver ed una stagione e mezza trascorsa ai St. Louis Blues, nel 2015 raggiungesti Pittsburgh. I vostri playoff durarono appena cinque partite, ma nelle successive due stagioni quei Penguins vinsero due Stanley. Il seme del successo venne già piantato quando c’eri tu?

«Beh, squadre come Pittsburgh o Chicago potrebbero vincere ogni anno. A volte non ci riescono per gli infortuni o per altri dettagli, ma con Crosby e Malkin i Penguins saranno favoriti per altre tre o quattro stagioni. Ho giocato la mia ultima partita di NHL al loro fianco, senza rimpianti. Se potessi tornare indietro, non cambierei nulla di quella stagione. Personalmente vissi una bella serie di playoff contro i Rangers, con tanti minuti di ghiaccio. Sono certo che se fossimo arrivati almeno in finale, avrei ottenuto altri due o tre anni di contratto in NHL. Perdere è sempre pericoloso per le carriere individuali: anche per questo è importante lavorare e vincere come una vera squadra».

Dopo una breve parentesi in Svezia, nel gennaio del 2016 giungesti a Lugano, ambientandoti in fretta. Il fatto di essere québécois, cresciuto in una minoranza linguistica, ti ha permesso di cogliere meglio le sfumature ticinesi?

«Assolutamente. Le due situazioni sono simili, anche se qui è tutto più piccolo. In Ticino, come a casa mia, le persone sono fiere di quello che hanno e si battono per proteggerlo. Lo percepisco nel carattere della gente e nel modo di vivere lo sport. Forse è proprio per questo che mi sono integrato così bene».

Facciamo un altro tuffo nel passato: parlaci di «Maison Lapierre», la trasmissione televisiva di cui eri protagonista quando giocavi nei Canadiens.

«Nel 2009 ero un giovane scapolo che aveva appena comprato una nuova casa a Montréal, sulla riva sud del fiume, vicino alla pista d’allenamento dei Canadiens. La catena televisiva TQS mi propose di girare tredici episodi a metà strada tra il reality show e quei tipici programma dedicati all’arredamento e alle ristrutturazioni. Quattro donne, tutte mogli o fidanzate di miei compagni di squadra, avevano il compito di arredare la mia abitazione. Fu divertente, anche se a volte avevo quaranta persone in salotto. Ebbe successo, con 900 mila telespettatori a puntata. Mi piaceva l’idea di entrare nei salotti dei miei tifosi e crescere insieme a loro. Quella, tra l’altro, è ancora la mia casa di Montréal. Non la lascerò mai».

Riesci a immaginare un futuro in TV, magari come analista per la NHL?

«Molti giocatori, terminata la carriera, sono felici e orgogliosi di poter lavorare per dei grandi network canadesi quali RDS o TVA Sports. Come il mio grande amico Guillaume Latendresse, ad esempio. Non nego di averci fatto un pensierino, ma un domani mi vedo più allenatore che commentatore. Sento che un giorno il mio percorso di giocatore mi porterà ad essere un coach».

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