Kubalik: «I 30 gol in NHL? In questi giorni ho tanto tempo per pensarci»

Hockey

L’attaccante ceco, ex trascinatore dell’Ambrì e beniamino della Valascia, ci racconta la sua prima stagione con i Chicago Blackhawks

Kubalik: «I 30 gol in NHL? In questi giorni ho tanto tempo per pensarci»
Dominik Kubalik, 24 anni. © AP/Chris O’Meara

Kubalik: «I 30 gol in NHL? In questi giorni ho tanto tempo per pensarci»

Dominik Kubalik, 24 anni. © AP/Chris O’Meara

La sua corsa sembrava inarrestabile. Invece anche il ceco Dominik Kubalik, indimenticato attaccante dell’Ambrì Piotta dal 2017 al 2019, ha dovuto fermarsi insieme all’intera National Hockey League. Nelle sue prime 68 partite disputate con la mitica maglia dei Chicago Blackhawks, il 24.enne di Pilsen ha sorpreso tutti. Persino se stesso. Trenta gol: solo 16 giocatori ne hanno segnati di più in questa stagione interrotta. Lo abbiamo intervistato.

«Kuba», anche la NHL si è fermata fino a tempo indeterminato per il coronavirus. Come stai vivendo questa situazione?

«Sto bene. Due mercoledì fa, dopo aver ottenuto il via libera dalla NHL e da Chicago, sono tornato a Pilsen. In un periodo così difficile per tutti, sono contento di essere a casa mia, con la mia famiglia, nonostante le limitazioni di queste settimane. Seguo le regole come tutti: resto chiuso in casa ed esco solo per fare la spesa o per portare a spasso il cane».

Solo la pandemia è riuscita a fermare la tua ascesa nel campionato più bello del mondo...

«In effetti le cose stavano andando molto bene. I progressi dell’intera squadra e qualche vittoria in più hanno reso tutto più semplice. Dopo una ventina di partite, il coach ha deciso di rimescolare le linee ed io ho avuto la fortuna di giocare con Jonathan Toews. È un campione, un vincente. Mi ha aiutato tantissimo e abbiamo subito trovato un’ottima intesa».

Nell’ultima partita prima dello stop forzato hai segnato la tua trentesima rete stagionale. Sei al 17. posto in NHL per numero di gol realizzati. Che effetto fa?

«È un sogno fantastico, oltre che inatteso. Non avrei mai pensato di raggiungere il traguardo dei 30 gol nella mia prima stagione nordamericana. Quando sei immerso nella competizione, non hai il tempo di pensare a quanto ti sta succedendo. Il ritmo è serrato e il focus è sempre rivolto alla prossima partita. Ma adesso, con il campionato in stand-by, ho parecchio tempo per riflettere. Settimana scorsa, in realtà, ho svuotato la testa dall’hockey. In queste ore, però, sto finalmente realizzando quanto sono riuscito a fare nei miei primi 6 mesi a Chicago. Ho avuto successo e ne sono felice. C’è ancora tanto lavoro da fare, ma un primo passo l’ho compiuto, dimostrando di poter far parte di quel mondo. L’obiettivo, ora, è andare avanti così».

Il futuro? Dovrò presto chinarmi sul mio contratto in scadenza. Per quanto riguarda i prossimi anni, so che le aspettative nei miei confronti saranno più alte

Cosa ti riserva il futuro?

«Innanzitutto bisogna capire se e come finirà questa stagione. Nessuno sa come evolverà la situazione. Guardando più in là, dovrò presto chinarmi sul mio contratto in scadenza. Per quanto riguarda i prossimi anni, so che le aspettative nei miei confronti saranno più alte. Dovrò essere pronto».

Se chiudi gli occhi e ripensi a questa stagione, quali immagini riaffiorano per prime?

«Devo citarne tre, a cominciare dal mio esordio ufficiale in NHL, il 4 ottobre 2019. Curiosamente è andato in scena proprio in Cechia, a Praga, dove con i Blackhawks abbiamo affrontato i Philadelphia Flyers in un match delle Global Series, valido per il campionato. Qualche giorno dopo, il 10 ottobre, ho poi segnato il mio primo gol contro San Jose, allo United Center di Chicago. Infine non posso tralasciare la tripletta del 27 febbraio in casa dei Tampa Bay Lightning».

Torniamo a quella prima partita giocata a Praga...

«È stata un po’ strana, lo confesso. Io, con la testa, non ero molto presente. Troppi sentimenti in ballo: l’emozione del debutto, la realizzazione di un sogno, il raggiungimento di un obiettivo. Il tutto a casa mia, davanti a parenti ed amici. Ripensandoci oggi, posso affermare che quella partita assomigliava molto ad un’amichevole. Volevamo dare spettacolo, divertire il pubblico e goderci l’esperienza europea. A livello di sensazioni, di gioco e di intensità, considero quello del 10 ottobre a Chicago il mio primo vero match di NHL. Il gol lo ha reso ancora più bello, nonostante la sconfitta».

«Kuba» ai tempi dell’Ambrì. © CdT/Gabriele Putzu
«Kuba» ai tempi dell’Ambrì. © CdT/Gabriele Putzu

Chicago è in una fase di transizione ed è lontana dai playoff. Della rosa fanno comunque parte alcune leggende capaci di vincere tre Stanley Cup tra il 2010 e il 2015: Kane, Toews, Keith, Seabrook... Cosa significa condividere lo spogliatoio con loro?

«Per me, quest’anno, è stato come tornare a scuola. Da giocatori così si può solo imparare. Ho un’ammirazione infinita per quello che hanno fatto in passato, ma ancora di più per quello che stanno facendo oggi. Osservare la loro abnegazione per mantenere gli standard sempre elevati, è una costante fonte di ispirazione e di motivazione. Studio la loro preparazione e i loro gesti prima di ogni partita, cercando di rubare qualche segreto prezioso per potermi migliorare».

Hai già un posto speciale nel cuore dei tifosi di Chicago?

«Per strada non mi riconosce nessuno. Qui gli idoli sono altri. In squadra, come detto, abbiamo alcune leggende locali. Questi 30 gol non hanno dunque cambiato la mia quotidianità. Ovviamente i tifosi ricordano il mio nome e mi apprezzano, ma niente di più. Ho ancora tanto da dimostrare».

Credi di avere qualche possibilità di conquistare il Calder Trophy quale debuttante dell’anno?

«Sinceramente no. Qualcuno sui media ha fatto il mio nome, ma bisogna essere realisti: ad essere premiato come miglior rookie sarà uno tra Quinn Hughes dei Vancouver Canucks e Cale Makar dei Colorado Avalanche. Hanno rispettivamente 4 e 3 anni meno di me ed entrambi hanno collezionato più punti, pur giocando in difesa. Hughes ne ha totalizzati 53 in 68 partite, Makar 50 in 57...».».

Ho seguito la stagione dell’Ambrì. A livello di classifica non è andata bene come quella precedente, ma la squadra ha portato avanti la sua identità con coerenza

Ti sei scontrato due volte con i Columbus Blue Jackets di Elvis Merzlikins. Che ricordi hai?

«Il derby Lugano-Ambrì non finisce proprio mai (ride, Ndr.). So bene di non aver mai segnato contro Elvis. Lo so perché i giornalisti ticinesi me lo ricordavano spesso. Ecco, per ora non ci sono riuscito neppure in NHL. Lui giocò solo la prima delle nostre due sfide e in quell’occasione non parlammo molto: a fine gara, nonostante la vittoria all’overtime, non ero soddisfatto della mia prestazione e andai dritto negli spogliatoi. Nella seconda partita Merzlikins restò in panchina. Ebbene, durante i rigori l’altro portiere di Columbus, Korpisalo, rimediò un brutto infortunio che spalancò la porta ai successi di Elvis».

In Ticino sono in molti a seguire il tuo percorso in NHL, a cominciare dai tuoi ex compagni. Sei ancora in contatto con tutti loro?

«Con alcuni sì. Dopo i primi gol, le prime doppiette o la tripletta contro Tampa Bay, ho ricevuto tanti messaggi dalla Leventina. Sono in costante contatto con Novotny, mio connazionale. Jiri è sempre pronto ad ascoltarmi e a darmi suggerimenti preziosi. Parlo spesso pure con Alessandro Benin, il team manager biancoblù. E ho fatto un paio di belle chiacchierate con Paolo Duca, colui che mi portò in Ticino».

Hai seguito l’Ambrì?

«Ho sempre controllato i risultati, le notizie. A livello di classifica la stagione non è andata bene come quella precedente, ma la squadra ha portato avanti la sua identità con coerenza, dimostrandosi un osso duro per tutti e battendosi fino alla fine per conquistare un posto nei playoff».

Un topscorer indimenticabile. © CdT/Gabriele Putzu
Un topscorer indimenticabile. © CdT/Gabriele Putzu

È mancato un certo Kubalik...

«Non saprei, lo lascio dire a voi. Quello che so è che io devo tanto all’Ambrì Piotta, un club che mi ha permesso di crescere, di uscire dalla zona di conforto che avevo in Repubblica Ceca, di prendermi delle responsabilità importanti e di mettermi in mostra. Avere un ruolo di primo piano in Svizzera e disputare Mondiali e Olimpiadi con la mia Nazionale mi ha permesso di arrivare in NHL con più consapevolezza».

A proposito di Mondiali: quelli previsti a Zurigo e Losanna sono saltati. Deluso?

«Sì, molto, anche se la decisione era inevitabile. Avrei certamente risposto positivamente a una convocazione e sarebbe stata una splendida occasione per tornare a giocare in Svizzera. Spero che il torneo possa essere recuperato presto nel vostro Paese. Ve lo meritate, perché avete una grande passione per l’hockey».

Se l’emergenza coronavirus dovesse permetterlo, ti rivedremo in Ticino durante l’estate?

«Ora è impossibile pianificarlo, ma mi piacerebbe trascorrere qualche giorno da voi e rivedere tanti buoni amici. Ai ticinesi, nel frattempo, auguro di uscire ancora più forti da questa brutta situazione».

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