I ticinesi ai Mondiali di hockey

Luigi Riva: «Quel fastidio alla gamba per colpa del bowling»

Il quarto protagonista della rubrica «Ricordi iridaTI» è l’ex difensore di Ambrì Piotta e Lugano

Luigi Riva: «Quel fastidio alla gamba per colpa del bowling»

Luigi Riva: «Quel fastidio alla gamba per colpa del bowling»

Quarta puntata per la nostra rubrica «Ricordi iridaTI» dedicata ai ticinesi che hanno disputato i Mondiali A di hockey su ghiaccio. Dopo Mattia Baldi, Raffaele Sannitz e John Gobbi, tocca a Luigi Riva. L’ex difensore di Ambrì Piotta e Lugano, padre del bianconero Elia, ha disputato l’edizione del 1992 in Cecoslovacchia, chiusa al quarto posto.

L’ANEDDOTO
«Ricordo di aver giocato il Mondiale del 1992 con un costante fastidio alla coscia destra. Non ero l’unico, lo avevamo quasi tutti. La causa? Si era creato un gruppo molto affiatato e ogni pomeriggio trascorrevamo diverse ore a giocare a bowling. Il classico movimento per lanciare la palla ti portava a forzare proprio quel muscolo lì. Inizialmente non capivo da dove venisse il dolore. Non ricordavo di aver preso bastonate o check in partita. Poi io e altri realizzammo. Fortunatamente questo imprevisto non ci impedì di disputare un torneo eccezionale, chiuso al quarto posto. La nostra forza era la coesione. Non c’erano individualismi, non c’erano gruppetti tra tedeschi, romandi e ticinesi. Merito di John Slettvoll, che pur facendoci lavorare come dei matti sin dal raduno di Davos, seppe creare un ambiente perfetto».

LA PARTITA DEL CUORE
«A dire il vero me ne vengono in mente tre. Le prime due mi sono rimaste impresse perché riuscimmo a pareggiare contro due superpotenze: Russia e Canada. Fu un avvio di torneo strepitoso, inatteso. Questo ci caricò ancora di più. Poi ricordo la finalina per il bronzo, persa 5-2 contro la Cecoslovacchia. Un punteggio severo, in realtà non eravamo così lontani dai nostri avversari. Meritavamo qualcosa in più. C’era amarezza, perché la medaglia era a un passo, ma quella sera festeggiammo comunque. Avevamo trascorso tante settimane insieme ed era giusto lasciarsi con il sorriso, sfogandosi un po’».

IL PERSONAGGIO
«Come ho detto, la forza di quella Svizzera era il gruppo. Se devo scegliere un nome, faccio quello di John Slettvoll. Fu abilissimo a gestire gli uomini a sua disposizione e a farli rendere al massimo, puntando molto sui rapporti, cementando lo spogliatoio. In seguito John l’ho inseguito e cercato per tutta la carriera, prima a Lugano e poi in Romandia, dove sembrava destinato. Mi aveva molto colpito. Nel 1992 lui era l’head coach e Bill Gilligan il vice. L’anno dopo, a ruoli invertiti, le cose non andarono altrettanto bene. Anzi, andarono proprio a catafascio, perché il coach del Berna era troppo severo e puntiglioso. Io a quei Mondiali non c’ero, ma avevo fatto parte della selezione durante la stagione e posso affermarlo: con Slettvoll era meglio».

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