I ticinesi ai Mondiali di hockey

Paolo Duca: «Quando il mitico Jagr mi offrì la sua cyclette»

Il quinto protagonista della rubrica «Ricordi iridaTI» è l’attuale direttore sportivo dell’Ambrì Piotta

Paolo Duca: «Quando il mitico Jagr mi offrì la sua cyclette»

Paolo Duca: «Quando il mitico Jagr mi offrì la sua cyclette»

Quinta puntata per la nostra rubrica «Ricordi iridaTI» dedicata ai ticinesi che hanno disputato i Mondiali A di hockey su ghiaccio. Dopo Mattia Baldi, Raffaele Sannitz, John Gobbi e Luigi Riva, questa volta è il turno di Paolo Duca. Attuale direttore sportivo dell’Ambrì Piotta, di cui è stato anche giocatore e capitano, «Duke» disputò il Mondiale del 2010 in Germania.

L’ANEDDOTO

«Ricordo che nel 2010, alla SAP Arena di Mannheim, il nostro spogliatoio era vicino a quello della Repubblica Ceca. Spesso ci allenavamo subito prima o subito dopo di loro. Nel corridoio che ci separava, c’erano tre cyclette a disposizione. Un giorno le trovai tutte occupate da giocatori cechi e uno di loro era il mitico Jaromir Jagr. Quando mi vide, rendendosi conto che la sua squadra le stava monopolizzando, si offrì di lasciarmi la sua bici. Gli dissi che potevo aspettare, non avevo fretta. Ma soprattutto non volevo essere all’origine di un suo eventuale infortunio dovuto a un riscaldamento insufficiente. Mi ringraziò e andò avanti a pedalare altri 5 minuti».

LA PARTITA DEL CUORE

«L’incontro più emozionante di quel mio unico Mondiale, ma anche quello dall’esito più amaro, è sicuramente stato il nostro quarto di finale perso 1-0 contro i padroni di casa della Germania. Lo ricordo come se fosse ieri. Dominammo la sfida, tirando il doppio rispetto ai tedeschi. Il loro portiere, Dennis Endras, disputò la partita della vita. Centrammo anche due pali, uno dei quali colpito da me. L’atmosfera era incandescente, subito dopo la sirena finale scoppiò una bagarre generale, con Helbling che perse i nervi e attaccò la panchina avversaria. Fu una delusione enorme. Avevamo disputato una fase a gironi eccezionale, chiudendo al primo posto, ma poi...».

IL PERSONAGGIO

«Ricordo tanti campioni. Nel Canada, ad esempio, c’erano Stamkos e Tavares, solo per fare due nomi. Alla fine, però, il mio pensiero torna di nuovo alla Cechia. Alloggiava nel nostro stesso albergo e ricordo di aver conosciuto Jiri Novotny proprio in quell’occasione. Me lo presentò Martin Gerber. Jagr, invece, dormiva in un altro hotel. Forse il nostro non era abbastanza lussuoso per i suoi standard. In generale, mi sorprese l’atteggiamento di Jaromir. Anche in allenamento, osservandolo, mi sembrava che facesse quello che voleva: un esercizio sì e due no. Pensai: «Non vinceranno mai». E invece trionfarono. Realizzai che esistono diverse vie per il successo».

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