Quel senso di vuoto si è già riempito di orgoglio

Ritorno al futuro

Lo sport è fermo: quale occasione migliore per viaggiare fra i ricordi e gli archivi del Corriere del Ticino? Ripercorriamo la finalissima fra Svezia e Svizzera ai Mondiali di hockey del 2018 – IL VIDEO

Quel senso di vuoto si è già riempito di orgoglio
© Keystone/Salvatore Di Nolfi

Quel senso di vuoto si è già riempito di orgoglio

© Keystone/Salvatore Di Nolfi

L’abbiamo chiamata «Ritorno al futuro», invero senza troppa fantasia. È una rubrica figlia dell’emergenza e, va da sé, della mancanza di eventi sportivi live. E allora, se non possiamo vivere il presente proviamo almeno a correre indietro con la memoria. Ripescando, stavolta, la finalissima dei Mondiali di hockey del 2018 fra Svezia e Svizzera. Riviviamo quella partita emozionante grazie al commento di Fernando Lavezzo, inviato a Copenaghen per l’occasione.

È bastato poco: una notte di pensieri, due ore di volo, un caldo abbraccio. Così i sorrisi hanno preso il posto delle interviste singhiozzanti, degli occhi lucidi, delle guance rigate dal pianto. Quel vuoto rimasto dopo la finale è stato riempito: prima con uno strato di lacrime, poi con una tonnellata di orgoglio, infine con l’affetto dei tifosi, accorsi a migliaia all’aeroporto di Kloten per dire grazie alla Nazionale. Una squadra che ha fatto tutto nel modo giusto e che più vicina al titolo di così non poteva andare. La sconfitta è arrivata ai rigori, dopo quattro giorni incredibili e indimenticabili, sotto l’invincibile sole di una magnifica primavera danese. Giovedì l’emozionante quarto di finale con la Finlandia, sabato lo storico successo sul Canada, domenica 80 minuti di speranza contro la Svezia, confermatasi sul tetto del mondo. Ci resta una medaglia d’argento luccicante, il cui valore sarà presto chiaro anche ai protagonisti, delusi e tristi per aver mancato di un soffio il traguardo più grande. È proprio questo il messaggio più importante lanciato dalla nuova generazione rossocrociata: «Non ci accontentiamo di aver sfiorato l’oro». E allora fa bene il general manager Raeto Raffainer a tenere i piedi per terra, smascherando le insidie nascoste dietro l’eccessiva euforia e riportando l’attenzione sul lavoro quotidiano. La differenza di valori, a livello internazionale, è spesso minima. Ce ne siamo accorti in questo torneo, dal quale saremmo stati eliminati con largo anticipo se la Russia avesse tradito le attese contro la Slovacchia, la nostra più minacciosa rivale. Una Slovacchia che tra dodici mesi, nel Mondiale di casa sua, sarà ancora più forte e agguerrita. Consapevoli che due argenti in cinque anni, per la piccola Svizzera, sono eccezionali, bisogna ora trovare il giusto equilibrio tra ambizione e realismo. L’occasione ricapiterà, ma non ogni anno. Per tornare a disputare una finale – magari fra due anni in casa – tutto dovrà filare nel verso giusto, come è capitato in queste due settimane tra Copenaghen ed Herning. Merito di un gruppo giovane, talentuoso e affiatato, senza timori reverenziali. Merito di Patrick Fischer, allenatore spesso criticato ma che nella terra di Hans Christian Andersen ha completato la sua evoluzione: da brutto anatroccolo a cigno. «Non ero un asino prima, non sono un eroe adesso», dice lui. Campione di ottimismo, guru del pensiero positivo e di un hockey propositivo, l’ex tecnico del Lugano ha saputo far breccia nello spogliatoio con quel suo stile da fratello maggiore che in passato gli si è spesso rivoltato contro. Il suo capolavoro, Fischi lo ha realizzato ancora prima di partire, assemblando la squadra da abile stratega, individuando i profili giusti per ogni ruolo, puntando sul rinnovamento, sull’unità d’intenti e sulla capacità di adattamento. L’apporto dei nostri rappresentanti in NHL è stato ovviamente fondamentale, ma il loro eventuale arrivo andava pianificato al meglio, con delle soluzioni alternative. Ci volevano elementi che fossero pronti a giocare da protagonisti, ma anche a fare un passo indietro senza malumori qualora fossero arrivati i vari Josi e Fiala. Anche convincere due campioni del genere a volare da Nashville alla Danimarca poche ore dopo aver perso una gara-7 di playoff è sinonimo di personalità e credibilità. Le scommesse più belle, però, il nostro coach e il suo staff non le hanno vinte pescando oltreoceano, ma in casa nostra, nel campionato di National League. Da lì sono arrivate le vere sorprese: Tristan Scherwey, Michael Fora, Enzo Corvi, Gregory Hofmann, Joel Vermin. Giocatori che sono stati in grado di fare la differenza su un palcoscenico di enorme prestigio, con faccia tosta e sacrificio. Ci piace allora sottolineare per l’ennesima volta il grande Mondiale dei due rappresentanti ticinesi. Fora, capitano dell’Ambrì Piotta, si è messo in mostra con il suo fisico, la sua calma e la sua abnegazione. Tra i titolari è stato l’unico a scendere in pista per ogni allenamento facoltativo. Il bianconero Hofmann, dal canto suo, si è confermato realizzatore di razza, segnando quattro reti, comprese quelle importantissime contro Finlandia e Canada. Domenica era tra i più inconsolabili. Ma quel vuoto è già stato riempito.

Le fasi salienti della finalissima. © IIHF
©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

Ultime notizie: Hockey
  • 1
  • 1