Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Ritorno al futuro

Lo sport è fermo: quale occasione migliore per viaggiare fra i ricordi e gli archivi del Corriere del Ticino? Questa volta riviviamo il settimo titolo conquistato dall’HC Lugano: era l’aprile del 2006 e i bianconeri trionfavano in gara-5 contro il Davos - LE FOTO

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano
Apoteosi bianconera. ©CdT/Archivio

Vent’anni dopo il primo titolo è Grande Lugano

Apoteosi bianconera. ©CdT/Archivio

L’abbiamo chiamata «Ritorno al futuro», invero senza troppa fantasia. È una rubrica figlia dell’emergenza e, va da sé, della mancanza di eventi sportivi live. E allora, se non possiamo vivere il presente proviamo almeno a correre indietro con la memoria. Ripescando, per il nostro quarto appuntamento, il settimo e per ora ultimo titolo conquistato dall’HC Lugano nel 2006. Riviviamo assieme la gioia bianconera grazie agli articoli firmatI da Alcide Bernasconi e Paride Pelli, presenti alla Resega la sera del 13 aprile di quasi 14 anni fa.

Lugano campione, per la settima volta. Come per l'edizione inaugurale dei playoff batte il Davos, la squadra con la storia più prestigiosa dell'hockey nazionale L'ultimo atto si chiude con gara-5, una match sofferto oltre ogni dire, perché il Davos lotta come un leone ferito e cede il titolo a testa alta. Non è una marcia trionfale, ma una lotta a tratti aspra, come non s'era visto nelle precedenti quattro partite. I bianconeri la vincono per 3-1 (ultimo gol a porta vuota proprio al suono della sirena firmato da Peltonen) e chiudono la serie con un eloquente 4-1. Sono vincitori strameritati e strappano il titolo all'avversario più meritevole.

I playoff sono stati una corsa tumultuosa, ricca di colpi di scena e il Lugano ha avuto il merito di emergere dopo un avvio difficilissimo contro l'AmbrÌ dimostrando di possedere la squadra più completa e ricca di classe. E anche un gran cuore.

Sette titoli in vent'anni! Il primo conquistato a Davos nel 1986 e il settimo ancora contro lo stesso avversario, battuto un'altra volta in finale appena tre anni fa. Nella simbologia cabalistica (evocata, sempre, nello sport) il numero 7 ha carattere sacro e rappresenta la perfezione, in quanto risultato della combinazione di 3 e 4. E allora torniamo dove tutto ha avuto inizio, in questa straordinaria edizione dei playoff conclusa ieri sera: torniamo alle 3 sconfitte consecutive contro l'Ambrì nei quarti di finale e alla successive 4 vittorie bianconere. Ecco le cifre che portano al titolo, ecco la magia del gioco, ecco il mistero agonistico che nessuno conosce ma che tutti vorrebbero poter spiegare.

Oggi inneggiamo al nuovo «Grande Lugano». Lo facciamo noi, che abbiamo vissuto l'epopea dei bianconeri a contatto di pelle, dall'inizio della storia. Ma inneggiano al «Grande Lugano» anche coloro che l'avevano già caricaturato sui fogli d'Oltralpe, quando sembrava che tutto dovesse andare a rotoli, già intenti a colpire il comodo bersaglio grosso. Anche noi, nel nostro piccolo, avevamo pronta la penna da intingere nel curaro...

Non avesse mancato la porta per pochissimi centimetri il satanasso biancoblù Hnat Domenichelli, in gara-4 dei quarti di finale, riconosciamo che sarebbero partite dai nostri fogli e dai nostri microfoni critiche pesantissime, solo perché questa squadra era stata costruita per vincere. E null'altro che la conquista del titolo poteva essere accettato. Ma, giunto a un pelo dalla caduta nel baratro dell'insopportabile smacco, il Lugano si salva come succede soltanto nei film d'avventura più incredibili, ma non - di solito - nella vita normale. E da lì, come uno scalatore sulla Nord dell'Eiger che l'ha scampata bella, il Lugano inizia una straordinaria arrampicata al vertice, dove l'attende il premio più ambito, la coppa d'azzurro cristallo, affettuosamente chiamata «portaombrelli». Se questo non è un mistero agonistico!

Mai in stagione abbiamo incontrato il vecchio e il giovane tifoso soddisfatto. Nessuno che difendesse l'operato dell'allenatore Larry Huras, accusato già nel corso della «regular season» di non essere il macchinista adatto della locomotiva. Cacciato (il termine è proprio questo) Huras nel cuore della notte, dopo gara-2 dei quarti, sconfitto ancora il Lugano in gara-3 poiché tradito da una serie di errori, per l'ansia del risultato a tutti i costi, ecco che tutto cambia con la prima, rocambolesca vittoria contro l'Ambrì.

Ecco il Lugano, sul patibolo, che ammazza il suo boia. Il condannato ritrova di colpo tutte le forze. Il peso infinito di una sconfitta incombente si trasforma in leggerezza e facilità di movimento, la squadra sfugge a ogni tentativo di presa.

Il Lugano è di nuovo un cavallo libero e scalpitante che risponde unicamente a colui che sa sussurrargli le cose giuste, essenziali, che ha vissuto con lui altre tempeste e momenti di intense soddisfazioni. L'uomo che sussurra al cavallo bianconero è Ivano Zanatta, il vice di Huras. Non poteva accettare, lui, che si buttasse via così una stagione dove si era lavorato, sodo, per vincere, tutti insieme. Questo non l'ha capito nessuno, a cominciare da chi nella notte ha risvegliato dal torpore di una stagione ormai conclusa Harold Kreis, «coach» dell'impalpabile Coira, proponendogli l'incredibile scommessa di trarre d'impiccio il Lugano. Fortuna vuole che l'intelligenza e l'onestà professionale dei tecnici abbiano fatto sì che la panchina del Lugano non si trasformasse in un ridicolo siparietto, bensì in un ponte di comando con le idee chiarissime. E la «ciurma» - offesa profondamente dai sostenitori più arrabbiati - si è così trasformata d'incanto in un equipaggio con nulla da invidiare a quello di Alinghi.

Il «portaombrelli» non sarà la «Coppa America», ma per chi lo ha vinto - e per il popolo bianconero - vale anche di più!

È un balsamo per la ferita dei finlandesi Nummelin, Peltonen e Hentunen nella finale olimpica di Torino ed è motivo d'orgoglio per l'artista Metropolit, per il «passepartout» Gardner che ha spalancato la porta del Davos in gara-3 in modo tale che non si richiudesse più, nonché per l'altro canadese York, prima vituperato, poi ricollocato al suo giusto posto. È una rivincita per Ronnie Rüeger (fu già il caso nel 2003), il miglior portiere svizzero della LNA, come i fatti hanno dimostrato. È il premio più ambito per i nazionali Vauclair, Hirschi, Jeannin e Conne, per l'ardito avventuriero Sannitz, per le «seconde file» Fuchs, Näser, Reuille, Romy, Näser, Wirz, Murovic, Guyaz e Cantoni e per le riserve. E per noi tutti è stata una bella lezione.

In settemila... al settimo cielo

Alle 22.28 la Resega impazzisce di gioia: la tensione della partita la spazzano via il cronometro della pista - che corre inesorabile verso il settimo titolo bianconero - e Ville Peltonen, che a porta vuota, proprio in extremis, sancisce con il gol del 3-1 la superiorità del Lugano al cospetto di un Davos generoso ma oggettivamente inferiore anche in gara-5. La festa può iniziare: i giocatori si riversano sul ghiaccio, vanno a travolgere con un abbraccio quasi soffocante Ronnie Rüeger, che viene letteralmente... seppellito dai compagni. I settemila tifosi della Resega sono al settimo cielo e, come accaduto in occasione dell'ultimo trionfo nel 2003 (sempre contro i grigionesi) diversi di loro riescono ad eludere il servizio d'ordine (ma c'era?) e corrono sul ghiaccio per raccogliere il materiale e l'equipaggiamento lanciato in aria dai propri beniamini. I più fortunati se ne vanno con un paio di bastoni e un casco, altri si accontentano di un guantone. I fumogeni (come hanno fatto ad entrare all'interno della pista?) si accendono e l'aria diventa ben presto irrespirabile. Peccato. Soltanto le transenne posate sul ghiaccio a tempo di record dagli addetti ai lavori frenano la foga dei «supporters» più accesi e permettono il regolare svolgimento della cerimonia di premiazione. Lo «speaker» della Resega chiama sull'improvvisato palco i giocatori ad uno ad uno: è il momento più atteso. Gli applausi più calorosi, le urla più forti sono per capitan Peltonen, per il partente Rüeger, per gli altri stranieri Nummelin e «Metro», per il nostrano Sannitz (autore del «game winning goal») e dulcis in fundo, per Ivano Zanatta, tra i grandi artefici di questa esaltante cavalcata. Dalle mani del presidente della Lega Nazionale Franz A. Zölch i bianconeri ricevono dapprima le medaglie e poi l'ormai mitica (ma orrenda) «coppa-portaombrelli». Sulle note - e non potrebbe essere altrimenti - di «We are the champions» i giocatori alzano il trofeo al cielo in segno di vittoria e poco dopo, a stento, riescono a guadagnare gli spogliatoi: l'abbraccio dei tifosi sta diventando asfissiante, torneranno più tardi sul ghiaccio per il tradizionale giro d'onore. Questione di minuti. La magica serata del Lugano e di Lugano, con il municipio cittadino che ha dato il permesso agli esercizi pubblici di restare aperti tutta la notte per festeggiare il settimo titolo nazionale del club bianconero, può davvero iniziare. I giocatori si scolano le prime birre nel loro rifugio (lo spogliatoio appunto), le altre andranno a bersele in un vicino locale. È la loro notte. La notte magica del Lugano campione.

©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

Ultime notizie: Hockey
  • 1
  • 1