«Non mi stupirei se LeBron James si candidasse alla Casa Bianca»

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Intervista a Davide Chinellato, autore di una biografia dedicata al grande campione della NBA: «Ho raccontato l’uomo al di là dei numeri e delle meraviglie che sa fare in campo»

«Non mi stupirei se LeBron James si candidasse alla Casa Bianca»
© EPA/Etienne Laurent

«Non mi stupirei se LeBron James si candidasse alla Casa Bianca»

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Dalla prima schiacciata in terza media, in una partita tra allievi e insegnanti, fino ai quattro titoli NBA. Dall’infanzia difficile al tetto del mondo. Quella di LeBron James è una splendida storia di riscatto attraverso il basket. Davide Chinellato, giornalista della «Gazzetta dello sport», l’ha raccontata in un libro uscito settimana scorsa: «King. La biografia di LeBron James», edito da Libreria Pienogiorno.

Signor Chinellato, nessuno potrà accusarla di opportunismo: il suo libro è infatti uscito in concomitanza con i peggiori playoff della carriera di LeBron, eliminato al primo turno con i suoi Los Angeles Lakers. Che stagione è stata per «King James»?
«Una stagione deludente. Uno come lui, presente in nove delle ultime dieci Finals, non può accontentarsi di un primo turno. Ma è stata anche una stagione strana, molto compressa. L’anno scorso i Lakers vinsero il titolo a metà ottobre, nella bolla di Orlando, poi la NBA è ripartita già il 22 dicembre. Tra un campionato e l’altro, LeBron non ha avuto la possibilità di svolgere quella preparazione che lo rende fenomenale nei mesi a seguire. Detto questo, nella prima parte dell’anno è stato comunque il migliore. Poi tutto è deragliato con gli infortuni che hanno colpito i Lakers. Lui stesso ha saltato 26 delle ultime 30 gare di regular season. Nei playoff non abbiamo mai visto il vero James. La caviglia gli ha dato fastidio e il sentore di quanto stesse male lo si è avuto dopo lo stop forzato di Anthony Davis. LeBron non era abbastanza esplosivo e devastante per poter fare tutto da solo come fece nel 2018, quando trascinò Cleveland in finale. Ma l’anno prossimo tornerà forte e motivatissimo. A livello di talento, a 36 anni, è ancora tra i cinque migliori in circolazione».

In questa biografia lei ha deciso di raccontare soprattutto l’uomo che sta dietro al campione.
«Il tifoso di NBA troverà pane per i suoi denti, ma il libro non è rivolto solo agli appassionati. Il mio intento era far conoscere LeBron andando oltre i numeri e le meraviglie che sa fare in campo. Inevitabilmente i suoi exploit sportivi sono il filo conduttore, ma racconto tanto altro, partendo dalla sua storia personale. Quella di un bambino cresciuto da una madre single e sedicenne, in una città della periferia americana, Akron, in Ohio, dove la vita è complicata se sei afroamericano, povero e senza padre. Ho raccontato quanto sia stato difficile per LeBron trovare alcune cose che per molti sono normali: la stabilità di una famiglia e di una casa, gli amici, la scuola. Mi interessava capire come tutto questo avesse poi influito nella formazione del grande campione che ammiriamo oggi».

© EPA/Etienne Laurent
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L’infanzia difficile, le diciotto stagioni in NBA, i titoli con Miami, Cleveland e Lakers, ma anche tante altre sfaccettature di un personaggio unico. LeBron James, come afferma lui stesso, è «More than an athlete», più di un atleta. E il libro lo evidenzia.
«È un fenomeno del basket, costantemente paragonato a Michael Jordan – altro tema del mio libro – ma è anche un’icona che va oltre il parquet. È un filantropo che sta aiutando la cittadina dove è nato, Akron, ad essere meno infernale. Si impegna affinché altri bambini non debbano vivere ciò che ha vissuto lui. Racconto anche l’Impero LeBron James e l’idea che ci sta dietro. Il suo non è semplicemente un modo per accumulare denaro e sfruttare la popolarità. C’è la volontà di costruire qualcosa di nuovo e duraturo. Scrivo anche del LeBron attivista politico, di come e perché ha deciso di usare la sua voce per contribuire a un cambiamento sociale che ritiene necessario nell’America di oggi. Inevitabilmente, c’è anche un capitolo dedicato al suo nuovissimo film, ‘‘Space Jam 2’’. Non perché uscirà a luglio, ma perché appartiene all’iconografia».

A 25 anni LeBron era l’eroe di Cleveland e dell’Ohio, lo stato in cui è cresciuto. Il suo passaggio a Miami fu visto come un tradimento

Uno dei momenti chiave della sua carriera è stato il passaggio dai Cleveland Cavaliers ai Miami Heat, nel 2010. Un annuncio da lui fatto in diretta televisiva, in un programma chiamato «The Decision».
«Quella è stata una tappa fondamentale per l’NBA dei nostri giorni, una lega in cui i giocatori sono più consapevoli del loro potere e del tempo limitato di cui dispongono per sfruttarlo. Oggi i grandi campioni cercano di indirizzare le loro carriere in base alle proprie volontà e non più dando retta a chi diceva loro cosa fare. ‘‘The Decision’’, in questo senso, ha rappresentato una svolta. Nel libro ho voluto ripercorrerla nei dettagli, facendo emergere tutte le difficoltà e le criticità del momento. Quell’annuncio fatto in diretta Tv, in uno show creato appositamente dalla ESPN, fu visto come un oltraggio dai tifosi di Cleveland. Ma è fondamentale capire che non fu affatto il frutto dell’improvvisazione o del caso, bensì di un deliberato progetto di LeBron e del suo clan, Maverick Carter in testa. Un progetto voluto per lanciare un messaggio: i giocatori hanno un potere e devono sfruttarlo. Ricordo le pressioni di David Stern, l’allora commissioner dell’NBA, per bloccare il programma. Ma anche i dubbi dello stesso LeBron, chiamato ad una scelta difficile per un ragazzo che in 25 anni di vita, di fatto, aveva conosciuto soltanto casa sua, l’Ohio. A Cleveland era il padrone virtuale di una franchigia, l’eroe dello Stato in cui è cresciuto. ‘‘The Decision’’ è stato un momento importante nella storia della NBA moderna perché dice moltissimo di come funziona il mercato oggi. I giocatori si sentono sempre più delle aziende, delle mini industrie. Magari a discapito della componente sportiva e dell’affetto per una maglia».

© AP/Ben Margot
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Dallo strappo con Cleveland alla ricucitura: il libro dedica un ampio spazio anche al ritorno di James ai Cavs, con i quali conquistò un titolo nel 2016. Ancora una volta, la simbologia dell’evento supera il rettangolo di gioco.
«Per quello che rappresenta, il titolo del 2016 è stato il momento più alto della carriera di LeBron. Si è assistito al riscatto di una città, di un intero Stato, attraverso lo sport. Ma anche al riscatto di un giocatore che nel 2010, quando se ne andò, era passato da eroe a traditore nel giro di cinque minuti. James sentiva di avere un debito con la sua gente: tornare a casa e vincere quel campionato gli ha permesso di rimettersi in pari e di tornare ad essere il re. Quella parte del libro è un mio racconto personale, perché ero fisicamente presente come inviato della Gazzetta per le Finals tra i Cavs e i Golden State Warriors. Ricordo la parata con cui Cleveland celebrò il trionfo: un milione e mezzo di persone scesero nelle strade per esaltare LeBron James e la sua impresa. I Cavs furono i primi a rimontare una finale dall’1 a 3».

Al di fuori del basket, qual è oggi il peso politico di LeBron James?
«In futuro non mi stupirei di vederlo in corsa per la Casa Bianca. Non gli manca nulla: ha la figura pubblica, le conoscenze, la benedizione degli Obama, una storia personale che esalta il sogno americano. Negli scorsi anni si è profilato contro Trump. Il fatto che The Donald non lo abbia attaccato, se non in rare occasioni, è sintomatico di ciò che LeBron rappresenta. I movimenti nati per le elezioni del 2020, come il collettivo di atleti ‘‘More than a vote’’ di cui James è ideatore e simbolo, sono stati preziosi per la vittoria di Biden in novembre. Ad esempio nel far cambiare bandiera, da repubblicana a democratica, allo Stato della Georgia. Non so se si lancerà davvero in politica. Lui per ora nega di pensarci e si concentra sul campo. Magari si immagina più come proprietario di una squadra NBA o come attore. Ma ripeto: non mi stupirei se diventasse presidente degli Stati Uniti».

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