Festa a Casa Svizzera, Küng re per una notte

Ritorno al futuro

Lo sport è fermo: quale occasione migliore per viaggiare fra i ricordi e gli archivi del Corriere del Ticino? Questa volta riviviamo l’emozionante oro di Patrick Küng e il bronzo di Beat Feuz conquistati nella discesa dei Mondiali del 2015 a Beaver Creek

Festa a Casa Svizzera, Küng re per una notte
Un trionfo rossocrociato. ©Keystone/Bott

Festa a Casa Svizzera, Küng re per una notte

Un trionfo rossocrociato. ©Keystone/Bott

Festa a Casa Svizzera, Küng re per una notte

Festa a Casa Svizzera, Küng re per una notte

L’abbiamo chiamata «Ritorno al futuro», invero senza troppa fantasia. È una rubrica figlia dell’emergenza e, va da sé, della mancanza di eventi sportivi live. E allora, se non possiamo vivere il presente proviamo almeno a correre indietro con la memoria. Ripescando, per il nostro terzo appuntamento, l’emozionante oro conquistato da Patrick Küng ai Mondiali di sci alpino di Beaver Creek, nel 2015. Un trionfo completato per altro dal bronzo firmato da Beat Feuz. Riviviamo assieme il tripudio elvetico di Vail grazie all’articolo firmato da Giona Carcano, inviato a negli Stati Uniti per l’occasione.

Nei giorni scorsi, passeggiando la sera per le vie di Vail, piene di lucine e costosissimi ninnoli, provavamo una certa invidia quando sbucavamo sulla piazzetta che ospita Casa Austria. Sentivamo la musica provenire dal salone principale del ristorante, riuscivamo a intravedere nelle vetrate gente felice e spensierata, che sembrava uscire dai Mondiali della birra più che da quelli di sci. Allora, un senso di malinconia mista a tristezza ci assaliva. Loro sì che avevano motivo per festeggiare: Anna Fenninger e Hannes Reichelt, come se nulla fosse, avevano appena regalato alle Aquile successi e gloria, dando vita a party selvaggi, dove weissbier e schnaps andavano giù come succo d’arancia. Beati loro, e maledetta la nostra invidia.

Duecento metri più avanti, Casa Svizzera era invece piuttosto silenziosa. Le bandierine rossocrociate sulla balconata sembravano messe lì solo per marcare presenza, come a dire «ehi, guardate che ci siamo anche noi». Niente feste, niente urla becere ma simpatiche, nel nostro locale. Solo cene conviviali e un po’ dimesse. Ma poi, come per magia, ecco il bronzo di Lara, venerdì: e il clima nel nostro quartier generale ha iniziato a scaldarsi. Il velo di sconforto dei giorni precedenti ha lasciato spazio a fondue e raclette, divorate con gusto nei festeggiamenti. Sorrisi, musica, soliti cori da stadio. Finalmente, anche su Casa Svizzera è tornato a splendere il sole del successo. E sabato, lo stesso sole è esploso in mille colori e grida di giubilo dopo la storica doppietta di Patrick Küng e Beat Feuz.

Incredibile, due medaglie in un colpo solo, fra cui un oro che mancava dal 1997. La festa, a Vail, è scoppiata in modo spontaneo: sulla piazza principale, decine di bandiere svizzere hanno accolto i nostri eroi. Il coro di voci bianche del Colorado (invero non esattamente emozionante) ha cantato il Salmo svizzero, con l’alzabandiera a fare da sfondo alla notte statunitense. Un momento speciale, magico, di unione. Siamo campioni del mondo e anche noi, tanto per una volta, abbiamo avuto la nostra ubriacatura di gloria. E sì, confessiamo di aver guardato per un momento Casa Austria con un pizzico di altezzosità. In fondo, siamo la Svizzera, uno dei Paesi con maggiore tradizione del circo bianco.

Küng e Feuz, il coraggio degli eroi

Patrick Küng e Beat Feuz sono i volti puliti e sorridenti del fine settimana dei Mondiali di Beaver Creek. Il primo ha vinto l’oro in discesa, il secondo il bronzo. Una doppietta storica per lo sci rossocrociato, tornato improvvisamente a far parlare di sé per i risultati e non per le batoste. Era dal 1997, quando Bruno Kernen vinse ai Campionati del mondo di Sestriere, che i rossocrociati non salivano sul gradino più alto del podio nella prova regina del circo bianco. Una vita. Ci ha pensato lui, Patrick Küng, sguardo sincero e profondo, a dare una spallata alla triste tradizione e a impossessarsi del trono. «Qui ho vinto la mia prima gara di Coppa del mondo – racconta King Küng –. E ora ho conquistato la medaglia d’oro proprio sulla Birds of Prey. È qualcosa di incredibile, il momento più bello della mia carriera. Però ho sempre avuto un rapporto strano con la pista: lo scorso dicembre avevo fatto benissimo in allenamento (era giunto 2., ndr), per poi uscire sia in superG sia in discesa. Ho trovato il feeling al momento giusto, direi. Prima della gara c’era qualcosa di magico nell’aria».

Poi, un retroscena, raccontato dall’altro eroe svizzero, Beat Feuz. «La mattina, quando ci siamo svegliati, ho detto a Patrick «perché non proviamo ad andare fino in fondo oggi?» – ricorda, divertito, il bernese –. Beh, devo ammettere che la carica ha dato i suoi frutti».

Feuz ha poi voluto raccontare quali sensazioni ha provato conquistando il bronzo. «È davvero un momento speciale – dice –. Ho vinto una medaglia ai Mondiali dopo un periodo difficile, fatto di tanta sofferenza dopo l’infezione al ginocchio. Ho dovuto stringere i denti, cercare di non mollare. E sono riuscito a tornare in alto, anche grazie al supporto della mia famiglia. È bellissimo essere qui, sul podio. Questo risultato significa tantissimo per me».

Nonostante le dichiarazioni di facciata della vigilia, snocciolate tanto per scacciare i demoni, la selezione rossocrociata non ha passato dei giorni tranquilli prima della discesa di sabato. «Essere uno sciatore svizzero non è facile, ve lo posso assicurare – ammette Küng, passato dalle qualificazioni –. Tutti si aspettano sempre dei risultati da te, sei sotto esame a ogni corsa. Anche questa volta la pressione era elevata, ma io e Beat siamo riusciti a riportare lo sci elvetico ai massimi livelli. Ora, per un po’, potremo vivere tranquillamente».

Originario del canton Glarona, Patrick non si è dimenticato del suo mito d’infanzia. «Avevo solamente cinque anni quando Vreni Schneider vinceva l’oro nel gigante, guarda caso proprio a Vail (era il 1989, ndr) – spiega, un filo emozionato, il nuovo campione del mondo della discesa –. Allora, non avevo capito la portata dell’impresa di Vreni. Solamente crescendo ho capito cosa aveva fatto: a quel punto, l’ho presa a modello per la mia carriera».

Beat Feuz torna poi sul periodo della squadra rossocrociata. «A Wengen, Hannes Reichelt ci aveva privato di una tripletta storica, in seguito a Kitzbühel, su una pista monca, non siamo riusciti a ripeterci – dice il bernese -. Ma qui a Beaver Creek, su un vero tracciato, abbiamo dimostrato al mondo che ci siamo ancora, che possiamo ancora ottenere dei risultati importanti. Lo sci, nonostante molti sostengano che sia una disciplina prettamente individuale, è uno sport con un forte accento di squadra. Si corre e ci si allena assieme, si vive con agli altri compagni. Quando si vince, è merito di tutta la selezione. In Colorado ci siamo presi la nostra rivincita».

Il concetto di rivincita riguarda non soltanto lo sci rossocrociato nel suo insieme, ma pure i due campioni. Feuz, come detto, ha lottato come un leone contro un’infezione al ginocchio, Küng ha invece dovuto stare a galla nonostante nessuno sponsor si interessasse a lui. «È vero, ho avuto parecchie difficoltà negli ultimi anni – racconta Patrick –. Ma tramite una fondazione del Liechtenstein ho trovato la mia strada. Raccolgo soldi per la formazione delle giovani leve svizzere e della mia regione: questa attività (denominata «Küng&Friends, ndr) mi dà una soddisfazione enorme».

Campioni nella vita come nello sport, Beat e Patrick. I quali hanno avuto la forza non solo di andare avanti nonostante le tempeste, ma hanno saputo far tornare lo sci rossocrociati sul tetto del mondo. Ora, il nostro Mondiale è lanciatissimo: le tre medaglie conquistate nello spazio di pochi giorni hanno avuto il potere di ravvivare tutto l’ambiente. Merito, anche, di due ragazzi coraggiosi.esultanza Küng (a sinistra) e Feuz posano con le medaglie.

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