Sci alpino

«La pelle d’oca per il giuramento ai Giochi»

Intervista a Giorgio Rocca, specialista azzurro dello slalom - Era considerato l’erede di Alberto Tomba

«La pelle d’oca per il giuramento ai Giochi»
Giorgio Rocca nella Newsroom del «Corriere del Ticino e in un’immagine d’archivio del 2010, quando aveva collaborato con il Team di Lara Gut. (Foto Putzu e Archivio CdT)

«La pelle d’oca per il giuramento ai Giochi»

Giorgio Rocca nella Newsroom del «Corriere del Ticino e in un’immagine d’archivio del 2010, quando aveva collaborato con il Team di Lara Gut. (Foto Putzu e Archivio CdT)

«La pelle d’oca per il giuramento ai Giochi»

«La pelle d’oca per il giuramento ai Giochi»

LUGANO - A Wengen, nello slalom del 15 gennaio 2006, lo speaker lo definì «il Maestro». Giorgio Rocca affrontò con coraggio il pendio e conquistò il suo quinto successo di fila tra le porte strette. Fu la sua ultima vittoria in Coppa del mondo. Lì si concluse un cerchio che, guarda caso, era iniziato proprio in quella pista dell’Oberland Bernese, quando firmò il suo primo slalom nel 2003. Nel suo palmarès emergono 11 sigilli tra le porte strette, ma anche tre medaglie di bronzo ai Mondiali fra il 2003 e il 2005. Un personaggio serio e preparato, schivo e al contempo loquace. Con le migliori caratteristiche legate alla sua doppia natura, quella elvetica e italiana. Giorgio si è intrattenuto con noi nella Newsroom del «Corriere del Ticino» dove ha parlato di se stesso, dei suoi genitori, della sua formazione sportiva, di quella di imprenditore e commentatore tecnico per la televisione. Una vita legata al mondo dello sci alpino.

Lei ha un legame molto stretto con la Svizzera. Si può dire che a suo tempo avrebbe potuto gareggiare anche con la tuta rossocrociata?

«È vero. Nel 2003 mi era anche stato proposto di difendere i colori elvetici. Avevo il doppio passaporto, con mamma svizzera e papà italiano. Però ormai io avevo fatto la mia scelta. Non mi sembrava corretto lasciare l’Italia con cui mi ero formato da quando ero ragazzino e poi a livello juniores. A sedici anni e mezzo, mi hanno arruolato nei Carabinieri. L’hobby si era trasformato in qualcosa di molto diverso e più serio. L’arma, che in Italia è considerata il primo sponsor di un atleta, aiuta moltissimo gli sportivi».

Ci ricorda come è nata la sua passione per lo sci?

«Dovrei innanzitutto parlare dei miei genitori, che in questo senso mi hanno coinvolto fin da quando ero piccolissimo. Mio padre era carpentiere e lavorava per una società svizzera che ha contribuito a creare il tunnel di Livigno. Lì, per un incidente sul lavoro, ha anche perso la punta di piede e ha poi dovuto convivere con una protesi. Il destino a volte è strano. Ha voluto che mia madre, infermiera originaria di Scuol, lo avesse conosciuto. E mi è stato detto che l’innamoramento tra i due era nato proprio in ospedale . Entrambi erano appassionati di sci, ma non agonisti. Io avevo due anni quando ci siamo trasferiti da Coira a Livigno. Sono cresciuto con il club locale e lì mi sono formato anche sul piano agonistico. Ricordo sempre con piacere i tempi delle prime garette sulle piste di Livigno. Io vengo da una famiglia di origini modeste, che ha fatto di tutto per aiutarmi soprattutto nella prima fase della mia formazione sportiva».

Lo sci già allora era uno sport caro, non proprio alla portata di tutti.

«Certo, lo confermo. I miei hanno fatto sacrifici non indifferenti per permettermi di praticarlo. Però vivevamo in montagna. Dall’asilo osservavo le piste innevate e non vedevo l’ora di raggiungerle. Diciamo che i miei genitori hanno contribuito ad accrescere in me anche un grande senso di responsabilità. Successivamente, una volta inserito nei quadri giovanili, mi sono sentito più indipendente e libero. Volevo ripagare la mia famiglia per quanto aveva fatto».

Parliamo di campioni del passato. Quali erano i suoi primi eroi?

«Avendo questa doppia cultura, svizzera e italiana, i miei idoli di allora erano Pirmin Zurbriggen e Alberto Tomba. Albertone si era ritirato nel 1998, quando io già gareggiavo, ma ad un altro livello. Essere considerato l’erede di Tomba, quando nella stagione 2005-2006 avevo conquistato 5 successi di fila in slalom in Coppa del mondo, mi aveva fatto un enorme piacere . Ma non penso proprio che il paragone possa reggere. Lui era un fenomeno, io uno sciatore che ha ottenuto diversi buoni risultati tra le porte strette soprattutto dopo un periodo in cui in Italia c’è stato un buco generazionale, almeno nella mia specialità».

Molti sciatori, una volta conclusa la carriera, si allontanano dalla scena sportiva e mediatica. Il suo è un caso diverso.

«Questo, forse, dipende un po’ anche dal carattere. A me ha sempre interessato moltissimo allacciare contatti. Così ho iniziato a lavorare come imprenditore collaborando con diverse aziende (nel campo dell’abbigliamento sportivo e dei materiali) e ho fondato la Giorgio Rocca Ski Academy, con una doppia sede a St. Moritz e a Livigno. Ci impegniamo nel promuovere e organizzare eventi sportivi. Pertanto mi capita spesso di incontrare e di ritrovarmi con ex colleghi. Penso allo stesso Tomba, ma anche aa altri ex colleghi come Tina Maze o Didier Cuche. Poi c’è l’attività di commentatore televisivo. Anche questa mi permette di restare sempre vicino al mio sport».

Se dovesse ricordare uno dei momenti più emozionanti della sua carriera quale sceglierebbe?

«Ho vinto tre medaglie di bronzo ai Mondiali fra il 2003 e il 2005 in slalom e in combinata. Di questi risultati, così come dei successi ottenuti in CdM (ndr: 22 podi con 11 vittorie tutte tra i paletti stretti) sono sicuramente molto fiero. Ma mi viene ancora la pelle d’oca se ripenso alle Olimpiadi di Torino del 2006, con la Kostner che era portabandiera. A me avevano chiesto di fare il giuramento in mondovisione a nome di tutti gli atleti. Sapevo che non potevo permettermi di sbagliare una parola. Ero nervosissimo. Completata l’operazione mi sono rilassato. Forse anche troppo, visto che in quella occasione non erano arrivati i risultati sperati».

Parliamo delle differenze tra lo sci svizzero e quello italiano.

«In Italia ti spingono subito. Se arrivano i risultati bene, altrimenti è meglio che pensi a fare altro. In Svizzera c’è un sistema che io preferisco. Ti insegnano ad avere più pazienza. Puoi maturare con tempi più lunghi. Questo probabilmente è anche dovuto a un sistema in cui c’è più omogeneità tra strutture scolastiche, sportive, allenatori e giovani atleti».

Lei ha conosciuto abbastanza presto Lara Gut-Behrami. Come potrebbe descrivere il suo rapporto con la ticinese?

«Ricordo di averla vista per la prima volta a Las Leñas negli allenamenti di inizio stagione. Penso che avesse 15 anni. Ero rimasto colpito dalla sua determinazione e dentro a me stesso mi ero detto: ‘Questa ragazza ha un gran futuro davanti a sé’. Non mi ero sbagliato. Diversi anni dopo ha conquistato medaglie ai Mondiali e poi ha anche vinto una generale di Coppa del mondo. Nel 2010 il suo staff mi aveva contattato per una collaborazione. Dovevo cercare di darle qualche consiglio per migliorare il suo rendimento tra le porte strette. L’esperienza è durata poco, circa tre settimane».

Come giudica il rendimento di Lara in questi ultimi tempi?

«Ha superato un periodo difficile dopo il serio infortunio ai Mondiali di St. Moritz nel 2017. Dopo una lunga pausa è tornata a gareggiare, ma non con i risultati che avrebbe voluto. Ai Mondiali di Are non ha impressionato favorevolmente. Sappiamo che si è sposata e che ha parlato di diverse priorità nella sua vita sportiva. Adesso si tratta di vedere cosa intende fare del suo futuro. Staremo a vedere».

Dei campioni di oggi, Marcel Hirscher e Mikaela Shiffrin, cosa la impressiona di più?

«L’austriaco e l’americana sono due atleti particolarmente metodici. Entrambi sono preparatissimi sul piano tecnico e mentale. Rispetto alla concorrenza hanno davvero qualcosa in più».

©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

  • 1
Ultime notizie: Sci
  • 1