Lara Gut, la rabbia del talento purissimo

Ritorno al futuro

Lo sport è fermo: quale occasione migliore per viaggiare fra i ricordi e gli archivi del Corriere del Ticino? Ripercorriamo la medaglia di bronzo della sciatrice ticinese alle Olimpiadi di Sochi – IL VIDEO

Lara Gut, la rabbia del talento purissimo
Lara Gut sale sul podio. © Keystone/Jean-Christophe Bott

Lara Gut, la rabbia del talento purissimo

Lara Gut sale sul podio. © Keystone/Jean-Christophe Bott

L’abbiamo chiamata «Ritorno al futuro», invero senza troppa fantasia. È una rubrica figlia dell’emergenza e, va da sé, della mancanza di eventi sportivi live. E allora, se non possiamo vivere il presente proviamo almeno a correre indietro con la memoria. Ripescando, stavolta, il bronzo di Lara Gut nella discesa olimpica di Sochi 2014. Riviviamo quella giornata storica grazie al commento di Marcello Pelizzari, inviato in Russia per l’occasione.

Sarajevo 1984, Sochi 2014. Trent’anni. Tanto è passato dall’ultimo oro svizzero nella discesa femminile olimpica, conquistato da Michela Figini. Grazie, Dominique Gisin. Ieri come allora, si è danzato sui centesimi. Una danza bellissima, avvincente, avvolgente, con le cime del Caucaso a fare da cornice, silenziose ed eleganti, arbitri imparziali di una corsa che passerà alla storia. Una danza a suo modo crudele. Chiedetelo a Lara Gut, lacrime di bronzo che soltanto i minuti, se non le ore, hanno trasformato in pura soddisfazione per quanto fatto sulla pista di Rosa Khutor, inevitabilmente maledetta e benedetta. In quei lampi di tempo scorre la differenza fra la vittoria e la sconfitta, la gioia e la delusione, la gloria e l’ombra. La reazione è immediata: tagli il traguardo, freni sollevando un po’ di neve, ti volti verso il tabellone incrociando mentalmente le dita, nervi e muscoli sono ancora in tensione. Lo schermo luminoso può essere il migliore fra i tuoi amici, oppure un nemico crudele che ti ricaccia in gola l’urlo di felicità. Lì, in quelle strisce digitali, c’è la tua verità. Il bene o il male.

Lara non ha vinto, ma nemmeno ha perso. Si è consolata con un bronzo, la sua prima medaglia ai Giochi. Ha reagito male, si è scusata. I purosangue sono fatti così: corrono, selvaggi. E vedono solo l’oro, luccicante e intrigante. Puoi cercare di inquadrarli o calmarli, ma sarebbe come provare a raccogliere l’acqua del mare e trattenerla fra le mani. Impossibile. Per certi versi, il terzo posto è una sconfitta. Da cui ripartire, più forte. Non c’entra nulla Dominique Gisin, splendida nel suo «rêve» (così ha definito l’oro) e felice; quell’abbraccio un po’ freddo riservatole dalla ticinese era figlio del momento, della frustrazione, del non trovarsi davanti alle altre. È forse un male sognare il gradino più alto, il massimo? Non lo è. Né bisogna stupirsi se inizialmente in Lara ha prevalso la stizza.

I grandi campioni non si accontentano. Si arrabbiano, faticano a metabolizzare, può darsi pure non dormano tutta la notte seguente la gara pensando al risultato e a cosa sia andato storto. Ma si rialzano, sempre. E si rimettono al lavoro, testardi come muli ma determinati. Raccontava un collega a proposito di Podladtchikov, oro nell’half-pipe: «Quattro anni fa arrivò quarto a Vancouver. Si arrabbiò, ma con se stesso. Perché capì di non aver fatto abbastanza, di non essersi allenato duramente. Adesso ha detronizzato Shaun White».

Lara Gut è così. A chi le chiedeva come avrebbe festeggiato il bronzo, ha risposto: «Ho ancora due gare e voglio concentrarmi su quelle». Non esiste un galateo delle reazioni nello sport, sbaglia chi pensa il contrario; nessuno ha mai scritto le regole del perfetto sciatore ad esempio. Dietro ad ogni atleta c’è una persona. Una ragazza, nel caso della ticinese. Ventiduenne, ambiziosa. Sfido chiunque ad arrivare a dieci centesimi dal più grande trionfo sportivo immaginabile e non rimanerci male.

È nella natura umana. Fra le pieghe del suo corpo di atleta, Lara nasconde una particolare fragilità. Quella di chi vuole vincere, sempre. E si espone ai commenti della gente. Il suo futuro è segnato, da tempo: entrerà nell’Olimpo dello sci, ha già bussato alla porta se è per questo. Quello che conduce alle stelle non sarà un percorso lineare, né politicamente corretto. La nostra guarderà il cronometro ancora e ancora. Si arrabbierà per altri secondi o terzi posti, per errori o eliminazioni. Fa parte della corsa all’oro, è nel DNA dei vincenti. D’altronde lo sci resta uno sport individuale, una lotta animalesca uno contro l’altro, una danza tribale». Trent’anni fa Michela Figini aprì un ciclo straordinario; Lara Gut è pronta a raccogliere il testimone. È nata per vincere, non per abbracciare le amiche-avversarie.

Il riassunto della gara. © SRF Sport
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