Davis: Svizzera ora sei nella leggenda!

Ritorno al futuro

Lo sport è fermo: quale occasione migliore per viaggiare fra i ricordi e gli archivi del Corriere del Ticino? Ripercorriamo la storica vittoria rossocrociata contro la Francia nel novembre del 2014 – IL VIDEO

Davis: Svizzera ora sei nella leggenda!
La squadra elvetica. ©Keystone/Salvatore Di Nolfi

Davis: Svizzera ora sei nella leggenda!

La squadra elvetica. ©Keystone/Salvatore Di Nolfi

L’abbiamo chiamata «Ritorno al futuro», invero senza troppa fantasia. È una rubrica figlia dell’emergenza e, va da sé, della mancanza di eventi sportivi live. E allora, se non possiamo vivere il presente proviamo almeno a correre indietro con la memoria. Ripescando, stavolta, la Coppa Davis conquistata dalla Svizzera contro la Francia nel novembre del 2014. Riviviamo quella giornata emozionante - valsa la prima Insalatiera della nostra storia - grazie al commento e all’articolo di Giona Carcano, inviato a Lilla per l’occasione.

Una smorzata magica. La pallina rallenta, rimbalza due volte. Gasquet non tenta nemmeno di rincorrerla. Federer, dall’altro lato della rete che in quel momento separa disperazione da immensità sportiva, si scioglie, cade a pancia in giù e va ad abbracciare la terra, sollevando tutt’attorno granelli di polvere rossa. È fatta, il Maestro ha vinto ancora, si commuove e piange di gioia. Lacrime calde, sincere, di una felicità purissima, quasi primordiale. Sono le lacrime di tutto un Paese, che grazie alla racchetta del Re ha potuto sentirsi per un attimo forse irripetibile ma infinito parte della festa, dentro l’evento e non più semplice spettatore. In quel momento abbiamo guardato con gli occhi di Roger la corsa folle e liberatoria verso la squadra rossocrociata. Anche noi, per un poco, abbiamo abbracciato il capitano (il nostro capitano!) Severin Lüthi e poi, con mani tremanti e leggere, abbiamo salutato uno a uno Stan Wawrinka, Marco Chiudinelli e Michael Lammer, gli eroi di una cavalcata storica, difficile, sudata punto dopo punto, stupenda nella sua drammaticità. La Svizzera alza per la prima volta la Coppa Davis, squarciando il tetto dello stadio Pierre Mauroy di Lilla e salendo lassù nel cielo francese, gonfio di rammarico tricolore. La storia è stata scritta, i campioni perdenti del 1992 sono stati vendicati. Hlasek e Rosset, i tennisti di un passato mitico ma oramai lontanissimo nel tempo, sono stati liberati da un peso a volte difficile da gestire. Dall’epilogo triste di Fort Worth sono passati ventidue anni, che in termini tennistici equivalgono quasi a un’era. Da allora questo sport ha mutato modi e forme, è diventato preda di commerci e business. Tuttavia il suo fascino è rimasto intatto: in campo i giocatori sono soli, abbandonati a loro stessi. Solo il talento e la forza di volontà possono salvarli dalla sconfitta. Ma la Coppa Davis sfugge a questo crudele ma poetico destino. Di più: in questo antichissimo torneo, le cui radici affondano all’inizio del secolo scorso, si mettono da parte interessi personali, classifiche, premi milionari. Per pochi giorni all’anno ci si dedica anima e cuore al proprio Paese, ai colori della bandiera che si rappresenta. Durante quei magici fine settimana il tennis riabbraccia il popolo e i tifosi, smettendo di essere sport per singoli e trasformandosi in disciplina di tutti e per tutti. E ieri siamo stati noi a festeggiare, a piangere davanti ai nostri televisori guardando tutta la bellezza dei gesti di Federer, tutta la semplicità che si cela dietro un passante a una mano che taglia l’aria e il campo. E quando la Svizzera ha sollevato la leggendaria Insalatiera d’argento ci siamo sentiti completi, appagati e grati per aver potuto ammirare ancora una volta un campione che non vuole smettere di farci sognare.

Ma non è solamente grazie a Roger se oggi possiamo gridare a tutti «Siamo campioni del mondo!». No, non basta il talento del singolo per vincere la Coppa Davis. In fondo sta proprio qui la bellezza di questo torneo. Servono gesta eroiche, un cuore pulsante e una squadra vera e unita. Noi, quest’anno, abbiamo avuto la fortuna di poter contare su tutti questi determinanti fattori. Inevitabilmente, il pensiero corre a Stan Wawrinka, colui che la Davis l’ha sempre vissuta fino in fondo, come una seconda pelle. Anche mentre attraversavamo gli anni bui della selezione svizzera, quando anche l’Ecuador ci metteva paura, lui c’era. Questo trofeo è prima di tutto suo. Dobbiamo dire grazie a Stan, giocatore umile, vicino ai suoi tifosi e dotato di una semplicità disarmante. Tennisticamente parlando il vodese è esploso tardi, ha dovuto attraversare vergogne e sconfitte amarissime, vivendo per un buon decennio all’ombra del Re. Ma ha saputo riscattarsi, prendendo la sua rivincita nei confronti di chi lo ha sempre deriso e mai amato fino in fondo. Stan è il vero eroe di questa storica favola, è a lui che deve andare il nostro applauso più lungo e commosso. Quelle di Stan e Roger sono storie che solamente lo sport sa raccontare. Storie fatte di sofferenza, di gioia, di rivalità. Storie di un Paese, la Svizzera, piccolo ma vincente, capace di scovare sempre il talento nelle persone anche quando la legge dei numeri ci penalizza. Abbiamo battuto i francesi – i quali si compiacciono per aver inventato il tennis – in casa loro, davanti a un pubblico ostile, su una superficie che solamente ieri abbiamo imparato ad adorare sul serio.

È questo il piccolo, grande miracolo di una nazione atipica in tutto e per tutto, che sa differenziarsi: aver dato vita a un sogno riuscendo a inseguirlo e a costruirlo mattone dopo mattone. Avevamo dalla nostra parte il giocatore più forte di tutti i tempi così come quello «normale» ma dal cuore grande. Abbiamo saputo farli convivere, metterli d’accordo in un compromesso tipicamente rossocrociato. E tutti noi semplici appassionati siamo diventati campioni del mondo, per un attimo magico e infinito.

È un trionfo, la festa può iniziare

La notte è stata lunghissima per tutta la delegazione svizzera. La festa è andata avanti fino all’alba sotto il cielo carico di pioggia di Lilla. La Francia è stata conquistata, il proverbiale orgoglio transalpino ridimensionato. Giocatori e tifosi rossocrociati, dopo essersi a stento trattenuti durante tutta la cerimonia di premiazione, si sono lasciati andare a bagordi e allegre esagerazioni. La tensione del momento è stata scaricata nei bicchieri di birra, come vuole la tradizione. E voci incontrollate narrano di un Yves Allegro particolarmente euforico: addirittura, l’ex tennista vallesano avrebbe pagato da bere a decine di tifosi elvetici poco dopo la stupenda vittoria nella finale di Coppa Davis. Chissà se questa mattina, aprendo il portafoglio, il buon Allegro si sarà pentito. Comunque, crediamo ne sia valsa la pena. Questi sono momenti unici, da vivere una volta soltanto fino in fondo. Tutta la Svizzera ricorderà a lungo questa impresa.

La conferenza stampa post-Davis è stata leggerissima, un po’ come le tante bollicine ingurgitate dalla squadra elvetica negli spogliatoi. «Stan parla il francese molto meglio di me» dice Federer. Risposta: «Vero, ma non quando sono brillo». Ecco, questo piccolo scambio di battute fra i due eroi nazionali potrebbe riassumere alla perfezione il tono assolutamente «soft» delle interviste di rito, quasi inutili visto lo storico trionfo. «Finora abbiamo bevuto solamente dell’acqua – prosegue, mentendo sfacciatamente, Wawrinka –. Gli organizzatori avevano piazzato le bottiglie di champagne nello spogliatoio dei francesi. Quando siamo arrivati ancora non le avevano portate. Ma avremo tutta la notte per recuperare». Poi, classica domandona seria, un pizzico fuori luogo in momenti come questi. Il giornalista voleva sapere se il mal di schiena di Roger fosse passato, se Mirka fosse al corrente della vittoria e quali fossero i piani per l’anno prossimo. «Troppe domande in una volta sola, non riesco a memorizzarle tutte – risponde fra mille risate Roger –. Ad ogni modo, ora non è tempo di pensare a ciò che sarà, voglio gustarmi questi attimi con i miei compagni».

Passata l’ilarità generale, i toni della conferenza si sono fatti più pacati. «Sono felicissimo per aver conquistato la Coppa Davis – prosegue il numero uno rossocrociato –. È un grande giorno per il nostro team e per tutta la Svizzera. Siamo un piccolo Paese e ovviamente non possiamo pensare di vincere competizioni internazionali ogni settimana. Ecco perché questo risultato è storico per lo sport elvetico. Il nostro desiderio è quello di fungere da esempio per le prossime generazioni e speriamo che questa Coppa Davis contribuisca a far avvicinare i giovani a questo sport magnifico. Abbiamo messo in campo tutto ciò che avevamo in corpo e i tifosi l’hanno notato. Sono estremamente felice di quanto fatto contro la Francia».

La discussione si è poi spostata sui difficili momenti vissuti dalla squadra negli ultimi sette giorni, in particolare sui problemi alla schiena di Roger: «Abbiamo discusso molto durante la settimana – spiega Federer – Non abbiamo perso la testa di fronte alle difficoltà ma, anzi, ci siamo fatti forza. Assieme alla squadra, abbiamo studiato ogni singola variabile per farci trovare pronti per la finalissima, pur sapendo che i problemi non avrebbero compromesso la mia carriera. Semplicemente, andava dato tempo al mio corpo per ristabilirsi dai fastidi. Dopo il match contro Monfils ho capito che avrei potuto farcela e la fiducia è aumentata in modo esponenziale».

Le interviste sono state anche l’occasione per un primo bilancio dell’annata di Wawrinka. «È stata una stagione incredibile, eccezionale – ricorda Stan – Ho iniziato con la vittoria in Australia per finire con il successo in Coppa Davis. Non potrei chiedere di meglio, sono al settimo cielo in questo momento. Assieme a Roger, Severin, Marco e Michael abbiamo vissuto molti bei momenti in questi ultimi anni, la conquista della Coppa del mondo di tennis è semplicemente la degna conclusione di un periodo magico. Abbiamo fatto tanti sacrifici prima di arrivare fino a Lilla per giocarci la finale. Siamo tutti molto felici e orgogliosi».

Per terminare degnamente una conferenza stampa memorabile, il vodese si è soffermato sulla Francia. «Quando ho detto che i transalpini stavano parlando troppo di questa Davis, lo credevo davvero. Certo, ognuno prepara a suo modo le partite importanti e non tocca a me giudicare gli altri. Noi abbiamo preferito mantenere un profilo basso, senza tanti proclami. Ci siamo concentrati su noi stessi, lavorando senza farci coinvolgere dal circo mediatico costruito attorno all’evento. Ammetto che all’inizio della settimana abbiamo vissuto giorni difficili, ma il vento ha iniziato presto a soffiare in nostro favore. E in questo fine settimana è uscito prepotentemente il carattere della nostra squadra. Siamo riusciti a gestire bene ogni aspetto della finale, mantenendo i nervi saldi. Abbiamo messo rabbia e cattiveria agonistica in campo, risparmiando le energie durante le ore di pausa. Siamo fieri di quanto fatto!».

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