Il commento

Le dodici fatiche di Rafa, gli svizzeri e il volto della New Generation

Riflessioni dopo il dodicesimo trionfo di Nadal al Roland Garros

Le dodici fatiche di Rafa, gli svizzeri e il volto della New Generation
Rafael Nadal, un fenomeno sulla terra rossa. (Foto Keystone)

Le dodici fatiche di Rafa, gli svizzeri e il volto della New Generation

Rafael Nadal, un fenomeno sulla terra rossa. (Foto Keystone)

Dodici, come le fatiche di Ercole. Dodici, come i titoli conquistati al Roland Garros da Rafael Nadal. Giù il cappello, davanti a questo eroe mitologico dei tempi moderni. Come tutti i grandi campioni, anche il maiorchino sembra capace di rendere tutto facile, ma imporsi così tante volte in un torneo dispendioso e complicato come quello parigino ha un sapore epico. Nadal – se ancora c’era bisogno di conferme – è semplicemente il miglior giocatore di tutti i tempi sulla terra rossa, superficie che sa domare come nessun altro mai. Lo ha dimostrato anche quest’anno, lasciano solo le briciole ai suoi avversari e prendendo per la gola in finale il valoroso Dominic Thiem non appena l’austriaco ha dato qualche segno di cedimento.

Sulla terra Rafa è uno spettacolo: con il suo lift pazzesco attacca, difende, varia e all’atto conclusivo si è messo pure a giocare di servizio-volée con irrisoria facilità. Se il fisico lo sosterrà, l’impressione è che alla Porte d’Auteuil potrà essere protagonista ancora a lungo. Quando sta bene fisicamente al Roland Garros i suoi sfidanti giocano insomma per un posto in finale, prima di venir spazzati via da un uragano in provenienza da Manacor. Ed ora, a quota diciotto nei Grandi Slam, è tornato ad insidiare Mastro Federer, fermo – si fa per dire – a venti. Ma sarebbe sbagliato attribuire la palma del miglior giocatore di tutti i tempi a l’uno o all’altro secondo i Majors vinti. Nadal è semplicemente sontuoso sulla terra rossa, Federer ha avuto più successo su tutte le altre superfici.

Compararli costantemente è insomma riduttivo. Anche se lo stesso Nadal nei giorni scorsi ha ammesso: «Il mio vero rivale è Federer». Chissà come sarà stato felice Djokovic. Intanto per il secondo anno consecutivo mastica amaro Dominic Thiem, che – almeno sulla terra e in parte sul duro – si sta confermando come il principale interprete di quella che viene definita la new generation. L’unico, a Parigi, in grado di entrare a far parte dei magnifici quattro insieme a Nadal, Djokovic e Federer. I vari Alexander Zverev, Tsitsipas e Kachanov – tanto per fare tre nomi – non sono ancora all’altezza dei maestri. È stato anche sfortunato, il buon Thiem.

Costretto a giocarsi praticamente di sabato la qualificazione alla finale rimanendo per tre ore in campo con Djokovic, alla lunga contro un mostro come Nadal ha pagato a carissimo prezzo un fisiologico calo di energie. Forse sarebbe comunque uscito sconfitto dal campo, ma anche e soprattutto per lo spettacolo fa male pensare che venerdì, quando Nole ha unilateralmente deciso di abbandonare il campo della semifinale, per almeno un’ora abbondante i due avrebbero tranquillamente potuto continuare a giocare. Djokovic – e non è la prima volta – fa valere i privilegi figli del suo primo posto nella classifica ATP, ma non si sorprenda più se il pubblico non lo porta nel cuore come Federer o lo stesso Nadal. Thiem si è adeguato, non ha fatto polemica: un giorno, forse, il Roland Garros sarà anche suo. Rafa permettendo, ovviamente. Intanto il secondo appuntamento stagionale del Grande Slam ha rassicurato tutti sullo stato di salute dei due nostri rossocrociati.

C’era tanta curiosità e anche un po’ di apprensione per Roger Federer, tornato nella Ville Lumière a quattro anni dalla sua ultima partecipazione. L’obiettivo dichiarato del basilese era quello di arrivare alla seconda settimana. In altre parole: Mastro Roger voleva mettere benzina nel motore in vista dell’ormai imminente stagione sull’erba. Obiettivo raggiunto cum laude: Federer ha giocato su ottimi livelli e, soprattutto, ci ha messo l’attitudine giusta. Ha toccato il picco contro un ritrovato Stan Wawrinka e anche se nulla ha potuto con Nadal – in condizioni di gioco peraltro dantesche – se ne va da Parigi con il pieno di fiducia. Senza contare che a quasi 38 anni è ancora riuscito a qualificarsi per una semifinale di un Grande Slam sulla superficie che gli ha regalato meno soddisfazioni nella sua pazzesca e irripetibile carriera. Sono sono sensazioni, ma se terrà questo livello a Wimbledon ci sarà da divertirsi.

La voglia di riscatto dopo quel maledetto quarto di finale dello scorso anno perso con Kevin Anderson dopo essere stato avanti due set a zero sarà tra l’altro immensa. Il Roland Garros ci ha inoltre riconsegnato uno Stan Wawrinka vicinissimo ai suoi migliori livelli. Il vodese in questi difficili mesi non ha mai smesso di combattere e il ritorno nella top 20 mondiale premia i suoi sforzi. Contro l’astro nascente Tsitsipas e in parte anche con Roger Federer si è rivisto per lunghi tratti il Wawrinka – bene non dimenticarlo – capace in carriera di mettersi in tasca tre tornei del Grande Slam. Certo, ora Stan è atteso dall’erba, che sta un po’ come la terra per Federer. Ma d’altra parte non ha molti punti da difendere: e allora chissà che non possa fare un altro passetto verso la top 10 dell’ATP: la posizione che merita di occupare.

©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

  • 1
Ultime notizie: Tennis
  • 1