Da Carrara alla Mongolia con una sciarpa per amico

Pensieri di corsa

Filippo Rossi torna con la sua rubrica fra allenamenti, corse e (forse) qualche uscita di troppo con gli amici

Da Carrara alla Mongolia con una sciarpa per amico
Il giornalista e corridore Filippo Rossi. © CdT/Archivio

Da Carrara alla Mongolia con una sciarpa per amico

Il giornalista e corridore Filippo Rossi. © CdT/Archivio

Domenica si è corsa la tradizionale maratona di Carrara. Tradizionale perché sono ormai 3 o 4 anni che vi partecipo. Non che mi piaccia farla, anzi. Ma la corro per il mio allenatore Paolo, che la organizza. Ed è una bella scusa per ritrovarsi in compagnia con molti amici almeno una volta all’anno e fare un po’ di sana festa (sportiva s’intende, mica penserete che passo il mio tempo a bere).

Mercoledì ho fatto l’ultimo allenamento veloce, 14 chilometri a ritmo gara. Mi dicevo: riuscirò a tenere il ritmo per 42 chilometri? Volevo fare un buon tempo ma non ci avevo nemmeno pensato fino a una settimana fa. Non era l’obiettivo. Volevo solo mettere chilometri nelle gambe in previsione della Gobi March di giugno. Anche se dicono che potrebbero annullarla. Tranquilli, la gara in Mongolia si farà. Al massimo la correrò da solo. Meno concorrenza. Ma con l’impegno che ci sto mettendo, mi spiacerebbe parecchio. Alla peggio si cercherà un’altra gara simile. Ce ne sono tante e un posto libero lo troverei se, all’ultimo momento, dovessero decidere di cancellare la competizione. L’importante è continuare ad allenarsi in modo regolare. E in queste ultime settimane, sebbene ce l’abbia messa tutta, ho trovato molte difficoltà.

Chi lo sa perché. Troppa festa? Forse sì (e qui lo ammetto). Era un po’ di tempo che non mi divertivo più così tanto. Mi sono ricordato cosa significa uscire la sera e poi, il giorno dopo, correre. Ora, però, non ho più 22 anni. A 30 si recupera più lentamente; le birre o il vino il giorno dopo si fanno sentire nei muscoli. Oh, alla fine si campa una volta sola e anche se talvolta mi faccio trascinare non significa che gli sforzi fatti in allenamento siano vani. Alla mente, alla fine, fa bene. Anzi, molto bene. Chiudersi in un «loop», almeno per quello che riguarda me, fa male e diventa un’ossessione. Esagerare con la concentrazione è sempre stato controproducente nel mio caso.

Insomma, superata questa maratona adesso vediamo cosa fare. Farò una settimana di pausa per via di un viaggio di lavoro in Afghanistan. Una settimana che, in passato, mi serviva per recuperare. Ho usato questa strategia parecchie volte e mi sono accorto di una cosa interessante. Penso sia fisiologico. Se mi fermo per una settimana non perdo allenamento, anzi. Sono più fresco, forte come prima. Corro perfino più veloce e con più resistenza. Non fa per nulla male. C’era anche un allenatore che insegnava a fare maratone correndo alcuni chilometri per poi camminarne altri. Diceva, in sostanza, che il tempo che si voleva raggiungere era sicuramente più fattibile seppur camminando. Chiaramente per chi voleva terminare la gara senza grandi pretese. Quando si vuole scendere di tempo, questo discorso diventa inutile.

Perciò continuo il mio periodo positivo. Tutto sembra andare per il verso giusto in tutti i settori. E questo mi galvanizza in previsione del mio ritorno nel deserto. Tra l’altro, dilemma che continua a crucciarmi: la ‘atta giordana (la mia mitica sciarpa beduina che porto sempre in testa). È un mito. Ma sono indeciso se tenerla oppure no. Forse in Mongolia ne avrei meno bisogno ma ormai per me, oltre ad essere un simbolo di riconoscimento, è anche quasi un obbligo portarla. Vi chiedo aiuto con i vostri commenti, per capire cosa fare. Il mio amico messicano Daniel Almanza, che dopo aver corso insieme il Grande Slam è diventato una vera e propria icona nel suo Paese, mi ha detto che ne ha ricevuta una uguale e che vorrebbe portarla in mio onore durante una gara. Mi lusinga, a parte il fatto che dovrò spiegargli come indossarla e non so come fare. Ma se la userà, temo proprio che non avrò molta scelta. E allora ‘atta sia.

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