Kabul e la neve: quanto è bello sognare

Pensieri di corsa

Filippo Rossi ci descrive l’inverno afghano e il ritorno alla realtà, fra studio, lavoro e allenamenti

Kabul e la neve: quanto è bello sognare
Un ambulante vende palloncini su una collina di Kabul. ©EPA/Hedayatullah Amid

Kabul e la neve: quanto è bello sognare

Un ambulante vende palloncini su una collina di Kabul. ©EPA/Hedayatullah Amid

Quando smette di nevicare, Kabul luccica. È uno spettacolo. I suoi giardini nascosti sono imbiancati, attraverso gli alti muri si scorgono le montagne spolverate, con le casette in fango degli abitanti più poveri costruite fino al punto di massima pendenza, colorate di rosa, azzurro, giallo, quasi come fosse la favela di Dona Marta a Rio de Janeiro. I bambini giocano per strada, tirandosi le palle di neve, mentre i mercati e la popolazione vivono la giornata normalmente. C’è chi rimane fuori a elemosinare e chi spinge carretti nel traffico, che impazzisce. Gli pneumatici delle macchine scivolano sulla strada che si ghiaccia non appena il sole si nasconde dietro le montagne impetuose dell’Hindu Kush, montagne che inviano un vento gelido verso il la vallata. Il cielo si colora di blu ma poi, dopo alcuni giorni, ritorna ad oscurarsi e i fiocchi ricadono. L’inverno afghano è duro, lungo, freddo. La gente si scalda con il carbone o bruciando plastica e gomma, inquinando i centri urbani come pochi luoghi al mondo. L’odore di bruciato penetra ovunque. Nei vestiti, nei capelli. Ma tutto funziona, anche se a ritmi ancora più lenti.

La fotografa Farzana mi chiede di andare a filmarla per un documentario mentre lavora in un mercato. È una donna forte, indipendente. Non se ne trovano molte in Afghanistan. Ha deciso di prendere una via differente rispetto alle ragazze della sua età. Fotografa di grande esperienza, oggi si dedica a immortalare le donne del suo Paese. Devo filmarla per una promozione. Andiamo nel mercato di Pul-i-Khishti, vicino alla città vecchia di Kabul. Scendiamo dal taxi, il vento soffia talmente forte che mi si gelano presto le dita. Seguo Farzana, che fotografa il mercato all’aperto tutto innevato e sgattaiola fra le bancarelle. Nessuno si ferma, anche se fa freddo e tutto è bagnato. Si vende di tutto. Animali, dentifrici, spazzole, tappeti, vestiti, giocattoli per bambini. Uno spettacolo. Anche per loro, visto che non capita spesso di vedere uno straniero che si avventura nei mercati. Già, gli stranieri lavorano dietro muri anti esplosione e non sanno nemmeno come sia fatto un mercato afghano. O forse lo vedono dalle loro macchine blindate quando escono dal green village. Molti ragazzi sono contenti, vogliono essere fotografati. Le donne con il chadori (il burqa) non amano essere oggetto di foto: bisogna chiedere. Gli afghani e le donne. Una storia a parte. Hanno fatto scoppiare tre insurrezioni a causa della donna. Un tasto dolente. Il mercato sorge di fianco al fiume Kabul, che scorre fino alle montagne di Nangarhar e poi entra in Pakistan. Un fiume di importanza strategica, ma che in città è diventato una pozza lurida, come succede spesso.

Vado a filmare Farzana mentre insegna a una sua allieva al Bagh-e-babur, il giardino di Babur, uno dei grandi imperatori Moghul ancora seppellito in questo angolo di mondo. Giardini paradisiaci alle pendici di montagne rocciose che sorgono in mezzo alla città. È un’attrazione che rende orgogliosi gli afghani. Con mezzo metro di neve poi, sono ancora più affascinanti. L’allieva di Farzana è giovane ma intraprendente. Entriamo con due modelle afghane. Sì signori, in Afghanistan ci sono le modelle. Due ragazze che posano con un chadori rosso e uno blu. Mentre le fotografa, sullo sfondo delle mura che trasudano storia, mi immergo nei pensieri. Quanto sarebbe bello svegliarsi ogni mattina, aprire la finestra e avere ai piedi quella vista: le montagne di Paghman sullo sfondo e la stupenda Kabul in mezzo. Ma è ora di svegliarmi dal sogno. Devo tornare all’università e ad allenarmi. Sei mesi di eccitazione mi aspettano. Studio, allenamenti durissimi, lavoro. Ma ho capito una cosa: essere felici aiuta a superare anche l’impossibile. Mi sveglio felice, allora. Posso diventare imbattibile. Con il cuore.

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