Maratona, Afghanistan e febbre

Rubrica Filippo Rossi

Preoccupazioni per il propagarsi del coronavirus, ma intanto continuo a correre sul Tamigi

Maratona, Afghanistan e febbre
© Shutterstock

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Fa strano essere bloccati e non potersi muovere, oppure non poter tornare a casa pena il timore di non essere messi in quarantena. Parliamo di virus dai, almeno per cambiare discorso. Qui a Londra, sto vivendo una situazione surreale: se volessi partire per venire a Lugano, non potrei farlo oggi. È una sensazione particolare. In modo sicuramente più brutale, i rifugiati provano una cosa simile immagino.

Tuttavia, se proprio voglio impaurirvi, io mi sono sentito contagiato qualche settimana fa, in Afghanistan. Quando sono arrivato, un caso era stato appena diagnosticato a Herat, vicino al confine iraniano. E un caso nella provincia di Ghazni era scappato dall’ospedale. Una situazione molto divertente, perché certe cose capitano solo in Afghanistan. Anche se gli afghani ci ridevano su, in verità erano molto più preoccupati di quello che si possa pensare.

Ciò nonstante, se ti ammali, non significa immediatamente che hai preso il virus. Anche un ritmo stressante può far ribellare il tuo corpo. E solitamente, il corpo si rivolta ammalandosi. Ma durante lo scoppio di un’epidemia, ogni sintomo ti fa sentire ipocondriaco.

Dopo 4 giorni in Afghanistan, ho cominciato a sentirmi male sul serio. Brividi, freddo, sudore. Tipici sintomi di febbre. Erano anni che non mi ammalavo più: tutto è cominciato la mattina dopo aver lavorato un intero pomeriggio sotto la pioggia, fotografando una manifestazione in favore della pace, senza sosta e vestito molto leggero. Ero vicino a Jalalabad, dove non fa mai così freddo. La sera però, senza riscaldamenti ne ricambi, sono rimasto slozzo ed ecco il risultato finale. Ma ho cercato di diagnosticarne le cause a mente fredda: il mio corpo gridava vendetta. Le settimane precedenti erano state stressanti, piene di spostamenti improvvisi, allenamenti duri, lavoro e studio. In più, la stessa domenica in cui mi sono imbarcato per l’Afghanistan, ho corso una maratona in 3 ore. Il corpo ne risente, specialmente se non gli dai un minimo di tregua.

Ecco la vera fonte del mio malessere: la stanchezza, non il coronavirus.

Insomma quando sono tornato a Kabul da Jalalabad ero tremante e le cose sono andate di male in peggio. La febbre peggiorava in continuazione ma io non potevo fermarmi perché dovevo lavorare. Penso che a tutti sia capitato di dover lavorare con la febbre. È una sensazione orribile. Sicuramente lo è ancora di più se si deve parlare, intervistare gente, passare ore in macchina in un traffico delirante. Non è la cosa di cui si ha più voglia. Ma non ci sono scuse. Di notte soffrivo e di giorno bevevo tè con limone e zenzero oppure mi imbottivo di medicamenti. E tutto, alla fine, per una sola ragione: il viaggio di ritorno.

Con il propagarsi dell’epidemia di coronavirus, guardavo con apprensione i telegiornali che non facevano altro che parlare di quello, della quarantena, delle persone imprigionate in hotel e navi. Mi sono detto che tornare con sintomi di febbre, mi sarebbe costato sicuramente la quarantena nel Regno Unito. E io la quarantena non volevo assolutamente farla, perché sarebbe stato un vero disastro per i miei programmi. Perciò ho calcolato bene prima di partire. La febbre c’era, ma era forse un po’ meno forte che all’inizio. Ho preso pastiglie la sera prima e la mattina, tanto che ho avuto un gusto terribile e la voglia di vomitare per due giorni. Ma all’aeroporto nessuno ha controllato. Il prossimo passo sarebbe stato a Dubai. E anche lì, niente. Infine, atterrato a Londra, mi aspettavo il peggio. E la verità è che qui, a parte un foglietto con scritto che chi «proveniva dall’Italia doveva procedere ad auto-isolarsi», non c’era nemmeno un controllo. In parte ero felice, perché ora sarei ancora in una stanza ad impazzire. Ma sono rimasto un po’ costernato dall’indifferenza. E ancora oggi, nessuno muove un dito. A parte alcune aziende che hanno deciso di limitare i contatti con l’esterno, la maggior parte vive il quotidiano tranquillamente. Insomma, io il coronavirus non ce l’ho. Continuo a correre sul Tamigi e poi... si vedrà.

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