Quarantena forzata per il pugile Tiago Pugno

coronavirus

Lo sportivo ticinese, seppur in piena forma, si sta allenando per le competizioni ma l’epidemia potrebbe far saltare tutti gli appuntamenti sportivi

Quarantena forzata per il pugile Tiago Pugno

Quarantena forzata per il pugile Tiago Pugno

Anche il pugile ticinese Tiago Pugno - classe 1992, campione svizzero dei supergallo - getta la spugna, pur in piena forma, per effetto del coronavirus. Lo abbiamo sentito tra un allenamento e l'atro alla vigilia di un'importante scadenza, quella delle qualificazioni di Londra in calendario tra il 14 e il 24 maro prossimi, in vista delle olimpiadi di Tokyo. E per il rapido propagarsi dell'epidemia da covid19 a livello internazionale, entrambi gli appuntamenti potrebbero essere a questo punto procrastinati.

Tanta fatica e ora il rischio che si sia fatto tutto per nulla o quasi
«Sì è da quando ho deciso di fare sul serio con la boxe che il mio obiettivo è quello di partecipare alle olimpiadi di Tokyo che si disputeranno il prossimo mese di agosto. O meglio, forse si disputeranno, ma nessuno è più sicuro di niente, appunto. Purtroppo nell’ultimo campo di allenamento tenutosi ad Assisi a metà febbraio, il virus ha cominciato a far parlare di sé. Ad Assisi eravamo in molti, atleti arrivati da ogni parte del mondo, era bellissimo, tutti pieni di entusiasmo. Ma nel giro di pochi giorni le notizie si sono accavallate, il virus aveva cominciato a manifestarsi qua e là in Italia. Perciò le federazioni di molte nazioni, come l’Irlanda, l’India, la Russia, la Romania e altre ancora hanno richiamato i loro atleti, che in fretta e furia hanno fatto i bagagli e hanno anticipato il ritorno di quasi di una settimana. Avevano paura di essere bloccati all’aeroporto e di doverci restare per un po’ di giorni. Noi della Federazione svizzera siamo rimasti fino all’ultimo, insieme all’Italia Team, per prepararci al meglio e non dando molto peso a quanto succedeva attorno a noi. Durante gli ultimi giorni di permanenza in Italia sono venuto sapere che il primo caso era stato scoperto anche in Ticino».

Quando si è cominciato a temere per questo virus nel mondo pugilistico?
«È stato solo quando ho messo piede all’aeroporto di Fiumicino e ho visto che era vuoto, che ho cominciato a pensare che forse questo coronavirus era più serio di quanto pensassi. In Ticino ho continuato a dare il massimo in vista delle qualifiche che dovrebbero tenersi a Londra dal 14 fino al 24 marzo. Le qualifiche sono la porta d’ingresso alle olimpiadi di Tokio. Ma con una minaccia come quella del coronavirus, sarà possibile partecipare senza correre rischi? Ammalarsi è una brutta prospettiva, ma rischiare di contagiare gli altri e che qualcuno possa veramente avere seri problemi a causa di una decisione presa egoisticamente è ancora peggio. In questi giorni, dopo aver seguito con tanta attenzione gli aggiornamenti sull’espansione del coronavirus e le nuove direttive emanate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità , con il mio Team (Antonio Liucci, Diego de Santis) abbiamo preso la decisione di non rischiare, perciò non andremo a Londra».

Saltare Londra è come un colpo al di sotto della cintura
«Certo, fino all’ultimo ho sperato che le selezioni di Londra fossero posticipate, per andare sereno e in sicurezza. Le selezioni erano il mio grande appuntamento, mi ero preparato giorno e notte, avevo persino fatto una dieta calibrata, eppure ho deciso di rinunciare. L’ho deciso in piena coscienza perché non voglio ammalarmi e soprattutto non voglio diventare pericoloso per gli altri. Dalle informazioni ottenute fino ad ora su questo nuovo virus, per noi giovani in salute non è molto pericoloso, ma credo che in una fase sociale in cui pensare esclusivamente a se stessi è diventata una regola, questo virus ci manda un messaggio molto chiaro: l’unico modo per uscirne è la reciprocità, il senso di appartenenza, la comunità, il sentire di essere parte di qualcosa di più grande, di cui abbiamo il dovere di prenderci cura.Essere uno s portivo significa viaggiare molto, quindi anche incontrare molte persone. Lo sport, anche la boxe, obbliga a un contatto ravvicinato. Io non voglio portare il virus in giro per il mondo e contribuire a diffonderlo. Non voglio rischiare e nemmeno diventare pericoloso per gli altri. So che uno sportivo ha molta visibilità, specialmente i giovani lo osservano e lo imitano. Per questo penso che dobbiamo essere noi per primi a dare un esempio e prendere decisioni per il bene di tutti. Per una volta bisogna lasciare da parte il nostro 'egoismo agonistico'».

Qual è la tua riflessione sul fatto che le federazioni non abbiano ancora deciso per lo stop generalizzato alle gare sportive?
«Ho sempre pensato che se fosse una questione così grave, il mondo dello sport sarebbe stato il primo a fermarsi e invece alcune federazioni di tutto il mondo lasciano che alcune manifestazioni sportive avvengono regolarmente, nonostante alcune altre abbiamo preso la saggia decisione di fermarsi. Ritengo, come molti altri, che con il buon senso ed il rispetto delle regole, senza panico né leggerezza si risolverà anche questa grave situazione. Vale per la boxe e tutti gli altri sport».

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