Squalificata per doping: «Tutta colpa di un burrito»

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Il caso di Shelby Houlihan, atleta di successo statunitense che sarà costretta stare lontana dalle competizioni per i prossimi quattro anni

Squalificata per doping: «Tutta colpa di un burrito»
Shelby Houlihan. © AP/Charlie Neibergall

Squalificata per doping: «Tutta colpa di un burrito»

Shelby Houlihan. © AP/Charlie Neibergall

È la notte del 14 dicembre 2020. La 28.enne Shelby Houlihan, atleta di successo e detentrice dei record statunitensi nei 1500 e 5000 metri, si reca a un food truck vicino a casa sua a Beaverton, Oregon. L’acquisto? Un burrito con carne di maiale. Non immagina, Houlihan, che proprio la famosa pietanza tex-mex potrà (forse) essere all’origine per lei di una serie di guai, tanto gravi da rovinarle la carriera. Già, perché alle 6 del mattino del giorno seguente, l’atleta viene sottoposta a un test delle urine da parte dell’Agenzia mondiale antidoping (World Anti-Doping Agency, WADA).

Un mese dopo, il 14 gennaio, la notifica: «Shelby Houlihan è risultata positiva al nandrolone», un derivato del testosterone e steroide anabolizzante noto per aumentare la massa muscolare.

Houlihan cade dal proverbiale pero: «Non ne avevo mai nemmeno sentito parlare», affermerà poi. Informatasi, l’atleta scopre che la carne di maiale è naturalmente ricca di nandrolone (specialmente le sue frattaglie) e crea dunque un registro alimentare in cui riporta tutto quanto consumato la settimana precedente il test. E qui la realizzazione: il burrito può aver influito sui risultati.

La pietanza incriminata. / © Shutterstock
La pietanza incriminata. / © Shutterstock

«I livelli riscontrati erano coerenti con quelli dei soggetti testati 10 ore dopo aver consumato questa carne e le linee guida tecniche della WADA richiedono ai laboratori che si occupano dei controlli di tenere in conto di tutto ciò. Ma nel mio caso questa possibilità non è stata valutata», dirà agli intervistatori. «Avrebbero potuto segnalare la scoperta di nandrolone come un ritrovamento atipico e approfondirla con ulteriori test. Gli esperti antidoping che ho contattato dicono che è questa la procedura».

Houlihan si batte. Supera un test del poligrafo (macchina della verità) e con un’analisi dei capelli dimostra l’assenza di un accumulo di stupefacenti nel proprio corpo, come contrariamente sarebbe avvenuto se ne avesse assunti regolarmente. Nulla da fare. Venerdì la dura sentenza: quattro anni di squalifica, e questo a una settimana dall’inizio degli U.S. Olympic Track and Field Trials, le selezioni statunitensi di atletica per Tokyo 2020. «Finché nove condanne su dieci sono legittime, le autorità antidoping non si fanno problemi a punire anche atleti innocenti», la reazione della donna.

Giusto? Sbagliato? Una carriera per un burrito.

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