Su e giù con Marco e Roberto Delorenzi

Corsa in montagna

Sono fratelli, amano i dislivelli e l’altezza: conosciamoli meglio – Dagli esordi alle medaglie conquistate ai Mondiali Juniores, passando per il rapporto con la famiglia e gli studi - LE FOTO E IL VIDEO

Su e giù con Marco e Roberto Delorenzi
I fratelli Delorenzi nella newsroom del Corriere a Muzzano. © CdT/Chiara Zocchetti

Su e giù con Marco e Roberto Delorenzi

I fratelli Delorenzi nella newsroom del Corriere a Muzzano. © CdT/Chiara Zocchetti

Su e giù con Marco e Roberto Delorenzi

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Su e giù con Marco e Roberto Delorenzi

Su e giù con Marco e Roberto Delorenzi

Fratelli, atleti, ragazzi. Marco e Roberto Delorenzi amano la fatica. O forse la sopportano e basta, perché fa parte del gioco. Di sicuro amano la montagna e, di riflesso, affrontare salite, discese, dislivelli. Correre, sì. «È una passione» spiega Roberto, classe 1997, il più navigato dei due. «Sono quasi dieci anni che faccio su e giù – prosegue –, mi fa sentire libero». Marco è di due anni più giovane. È anche più timido. «Io ho iniziato perché sin da piccolo ho sempre fatto quello che faceva lui» racconta indicando il fratello.

Il ruolo dei genitori

Bene, ma è nata prima la passione per la montagna o quella per la corsa? «Direi la prima e la colpa, per così dire, è dei nostri genitori» risponde Roberto. «Il sabato e la domenica, ricordo, ci portavano per sentieri. A me inizialmente non piaceva fare fatica. Mi lamentavo. Dicevo: ma quando arriviamo? Però, con il tempo, il mio rapporto con lo sforzo fisico è cambiato. E tutto grazie ad una garetta di ciaspole che feci con papà all’età di 13 anni. Vidi tutta quella gente andare in salita e decisi che quella sarebbe stata la mia strada».

Il peso della testa

La corsa in montagna è diversa dall’alpinismo. C’è una dose di rischio minore. Tuttavia, il rapporto intimo e, se vogliamo, filosofico con la montagna è più o meno simile. «C’è il rispetto, indubbiamente» sottolinea il più grande dei due Delorenzi. «In alcuni punti devi usare la testa, proprio come gli alpinisti».

Ecco, la testa. Quanto conta in uno sport così complicato? «È fondamentale» le parole di Marco. «Prima di una gara, in particolare. E questo perché magari sei agitato e pensieroso. Io, per sviluppare la concentrazione, faccio tanta quota. Mi consente di trovare il focus».

«La testa a mio avviso è un po’ più difficile da allenare» dice Roberto. «Cuore e gambe, alla fine, vanno di pari passo. Ma se sei stressato o hai paura, allora, le cose si complicano. Io, di mio, non provo chissà che cosa. Non vivo esattamente di emozioni. In gara, però, capita di provare sensazioni differenti. Arriva il momento di crisi, l’attimo in cui stai meglio. Sullo sfondo, poi, c’è il confronto con ciò che ti circonda. Con la natura».

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La videointervista ai fratelli Delorenzi.

Se la salita spaventa

Ma cos’è la corsa in montagna? La domanda è lecita, visto che il ventaglio d’offerta è ampio e i profani faticano ad orientarsi. «La corsa in montagna pura – prosegue Roberto – presenta percorsi scorrevoli. I vertical, invece, sono gare di pura salita. E parliamo di ascese ripide. Ad esempio, un dislivello di 1.000 metri su 3 chilometri di sviluppo. Poi ci sono le skyrace: dai 15 ai 40 chilometri su e giù. E attenzione, perché almeno un punto della gara deve trovarsi al di sopra dei 2.000 metri. Per concludere ci sono trail, ultra e ultra skyrace. Alla fine è solo una questione di distanza, con prove che arrivano a toccare perfino i 330 chilometri».

A spaventare è soprattutto il dislivello. Ancora Roberto: «Sì, spaventa. Ma prendiamo un vertical. Alla fine guardi prima i chilometri. Perché è da quelli che capisci, in base al dislivello, quanto sarà ripida la salita».

Una vita normale

Marco e Roberto si allenano tanto, va da sé. Due volte al giorno, per un totale di 15-20 ore settimanali. In pianura, lontano dalle corse, si considerano due ragazzi normali. «Io esco con gli amici, mi piace» dice Marco. «Sparo tante cavolate con loro, come tutti. Ma amo anche stare a casa, guardare film e serie tv. Faccio cose che farebbe chiunque, ecco».

«Io se non corro coltivo i miei hobby» gli fa eco Roberto. «Mi piacciono l’aeromodellismo e l’arrampicata. Però, appunto, anche io come mio fratello non sono certo un tipo particolare. C’è spazio per fare festa, per il carnevale, per tutto».

C’è, anche, la scuola. Marco si è appena iscritto a scienze motorie. Lo stesso indirizzo di Roberto. Entrambi vivranno assieme a Basilea. Come due universitari qualsiasi. «Chissà come sarà vivere nello stesso appartamento» dicono.

Il furto di caviglie

Il discorso si sposta di nuovo sullo sport. E sugli obiettivi. «Io vorrei una medaglia anche ai Mondiali assoluti» conclude Roberto. «Io vorrei, una volta, battere mio fratello» dichiara Marco. Sì, correre l’uno contro l’altro deve essere particolare. «A lui non ruberei nulla, ma mi piacerebbe avere il suo livello per gareggiare finalmente alla pari» spiega il più giovane dei due. «Per adesso non riesce a prendermi» replica sorridendo il maggiore. «Io, però, una cosa gliela fregherei. Le caviglie: le mie sono martoriate».

Fra Skyrace e Vertical

Roberto Delorenzi (classe 1997) lo scorso agosto ha vinto l’oro nella Skyrace U23 ai Mondiali giovanili del Gran Sasso, mentre nella Vertical U23 ha conquistato il bronzo. Sempre nella Vertical, ma nella categoria U20, il fratello Marco si è messo al collo la medaglia d’argento.

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