“Una brutale tappa tutta sabbia e dune”

Continua l'avventura del giornalista e maratoneta ticinese Filippo Rossi al "The Grand to Grand" in Utah

“Una brutale tappa tutta sabbia e dune”

“Una brutale tappa tutta sabbia e dune”

SALT LAKE CITY - Continua l'avventura del giornalista e maratoneta ticinese Filippo Rossi al "The Grand to Grand", la corsa tra i canyon e i sentieri sabbiosi dello Utah. Ecco il racconto della terza massacrante tappa.

"Tutto bene durante la tappa lunga 85 km, se non fosse che per tutto il tragitto abbiamo trovato un terreno sabbioso soffice. Sì, proprio come il classico tratto di sabbia al mare, fra gli ombrelloni e l'acqua. In salita, in discesa, poi le dune, per ben 9 km. Sembravano non finire più. Quando raggiungevo la cima di una vedevo quella della prossima da scalare, e in mezzo una discesa. Purtroppo ho commesso un errore. Ho preso le ghette da deserto sbagliate, certo che quest'anno non ci sarebbe stata troppa sabbia. Ma con la forte siccità - come mi hanno spiegato -, il terreno è diventato una spiaggia unica. Spettacolare, per carità. Soprattutto calcolando tutta la vegetazione che riesce a sopravvivere su questo tipo di terreno. E anche la fauna. I primi 10 corridori (fra cui io) sono partiti due ore più tardi del gruppo principale. Ma già dopo i primi 12 km abbiamo cominciato a superare gli ultimi (al momento non sono ancora arrivati, ci metteranno 36 ore almeno), che andavano ad una lentezza spaventosa. Deve essere molto duro per loro. Il nostro gruppo avanzava piano piano, ma costantemente e cosi, dopo i primi 30 km, mi sono trovato al 3. chckpoint (CP) in forma. Ma qui sono cominciati i problemi. Ho sbagliato strada non vedendo la segnaletica fra gli arbusti e ho perso molte energie, arrivando al 40. km distrutto. Ho preso un integratore e mi sono seduto, ripartendo con le forze rigenerate. Calcolate che non mi fermo mai, corro sempre e le salite le cammino veloce. Fra il 40. e il 50. km le cose sembrano andare molto bene, prendo confidenza nuovamente e mi lancio alla conquista del CP4, dove ormai so che non mi resteranno più di 35 km. Psicologicamente fa bene. Il terreno però è impervio e ostico, la sabbia non finisce e le mie ghette non tengono, costringendomi a fermarmi ogni 20 minuti per togliere quintali di sabbia dalle scarpe. Inoltre ho dovuto mettere del nastro adesivo intorno alle dita per evitare le fiacche. Al CP5 mangio qualcosa e mi rimetto in pista velocemente. Nel frattempo continuo a superare concorrenti, ma il pezzo fra il CP5 e il CP6 è brutale. Una salita dritta, collinare, con la strada sabbiosa che non molla mai. Un incubo. Poi finalmente, un po' di discesa che dà tregua. Finalmente, al calar del sole, arriva il CP6, 63 km fatti. Nella mia testa mi sono detto che era il mio obiettivo, prima di affrontare l'ultima parte. Sono pure davanti al canadese, che sembrava essere stanco, ma mi ha passato quando mi sono fermato a mangiare qualcosa.  Fra il CP6 e il CP7 ci sono di mezzo le temute dune. Dieci almeno, se ho contato bene, perché è notte (anche se la luna piena rende tutto favolosamente malvagio: mi permette di vedere le ripide discese).

Comincio a scalarne una, ma mi devo fermare. Oltre ad averla scalata a gattoni, in cima ho dovuto togliere la sabbia. Le altre dune le ho corse con le dita dei piedi rannicchiate contro un cumulo di sabbia che si era accumulato nell'avanscarpa. Resisto fino alla fine delle dune e mi siedo per toglierla. Che liberazione.Al CP7 sono morto, ma non posso fermarmi troppo. È notte e il freddo diventa sempre più pungente. Inoltre ho già 73 km, ne mancano solo 12 all'arrivo. Ormai sono dietro ai primi 3, ma non si molla. Avanzo, ma il pezzo seguente è davvero duro, fra rovi e guadi di fiumi secchi, un percorso 'cross country' cattivissimo, che mi sfianca. Raggiungo il CP8, so che ormai sono solo 5 km. Arrivo con 14ore e 30 minuti, avendo ancora le forze di correre alla fine, nonostante la grande stanchezza.

Gli altri mi hanno dato un'ora, non moltissimo calcolando i problemi avuti e la distanza. È decisamente la tappa lunga più dura che io abbia mai fatto, questo è certo. Con il 75% di sabbia: una pazzia. Ma è stato comunque bello. Arrivato in fondo, la consapevolezza del giorno di riposo mi dà sollievo, ma allo stesso tempo la stanchezza mi uccide. Fa freddo, mi copro e mangio un pasto caldo (chili con carne disidratato, ve lo consiglio, ma dopo ore di gel e barrette mischiare a parmigiano, ci voleva). Mi lavo un po' le gambe e i piedi prima di infilarmi ancora sporco nel sacco a pelo, cercando il meritato riposo. Giovedì si riparte, ultime due tappe maratona, prima di tentare la scalata finale al Bryce Canyon. Due tappe per raddrizzare tutto. Si può fare. Domani non ci sono scuse, in pista si torna per il risultato. Niente è perduto".

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