il processo

Aiutò una donna depressa a morire, assolta dall’accusa di omicidio

Il tribunale penale di Muttenz (BL) ha deciso però di condannare la dottoressa a 15 mesi per violazione della Legge sugli agenti terapeutici

Aiutò una donna depressa a morire, assolta dall’accusa di omicidio
Foto Zocchetti

Aiutò una donna depressa a morire, assolta dall’accusa di omicidio

Foto Zocchetti

MUTTENZ (BL) - Il tribunale penale di Muttenz (BL) ha assolto la dottoressa Erika Preisig dall’accusa di omicidio intenzionale. La donna, che offre un servizio di assistenza al suicidio nel cantone di Basilea Campagna, è stata invece condannata a quindici mesi di prigione con la condizionale per violazione della Legge sugli agenti terapeutici e a pagare una multa di 20’000 franchi.

Il pubblico ministero aveva chiesto per l’imputata una condanna a cinque anni, con l’accusa di omicidio intenzionale, per aver aiutato a morire una donna in stato depressivo incapace di giudizio. La procuratrice aveva anche chiesto una pena pecuniaria con la condizionale di 100 aliquote da 100 franchi e un divieto di attività nell’ambito dell’assistenza al suicidio. La difesa aveva chiesto l’assoluzione.

L’accompagnamento al suicidio in questione era avvenuto nel giugno 2016. La paziente di 67 anni, che viveva in una casa per anziani del cantone renano, si era rivolta alla fondazione Eternal Spirit della dottoressa 61enne, dopo che, tre anni prima, la più nota associazione Exit si era rifiutata di aiutarla a togliersi la vita.

Secondo la procuratrice la donna, che rifiutava tutti i suggerimenti terapeutici e ripeteva il suo desiderio di morire, soffriva di uno stato depressivo recidivo e di disturbi somatici, malattie «puramente psichiche» e non mortali. Inoltre non era capace di discernimento, aveva affermato sulla base di una perizia commissionata post mortem al professor Marc Graf, direttore dell’istituto forense delle Cliniche psichiatriche universitarie (UPK) di Basilea, che in aula aveva ribadito la sua tesi.

La procuratrice aveva rammentato che il Tribunale federale esige, nel caso di malattie psichiatriche di candidati al suicidio assistito, la perizia di uno specialista sulle sue capacità di giudizio. Erika Preisig - aveva detto - ha coscientemente trascurato di farlo e ha fatto credere alla donna che era capace di intendere e di volere. Secondo l’accusa era da escludere l’omicidio colposo, perché la morte era il chiaro obiettivo. Per l’omicidio intenzionale cinque anni sono la pena minima prevista dal codice penale.

Dal canto suo, la 61enne si era detta convinta di aver «agito nel giusto». E aveva fatto valere la sua esperienza professionale: in 35 anni quale medico di famiglia, aveva sostenuto, ha imparato a valutare le incapacità di giudizio. Inoltre aveva chiesto il parere di un collega che ha una formazione psichiatrica, pur non essendo psichiatra.

Aveva tuttavia ammesso che «sarebbe forse stato meglio» fare l’accompagnamento dopo aver chiesto la perizia di un professionista, così si sarebbe risparmiata questo processo. Ma trovarne uno è «estremamente difficile», perché tutti gli psichiatri esitano per considerazioni etiche.

Erika Preisig si era detta convinta che se avesse detto di no alla 67enne questa si sarebbe tolta la vita in modo più cruento. E aveva aggiunto di aver già vissuto casi simili, che l’hanno angustiata in modo estremo. La dottoressa aveva spiegato che con la sua organizzazione ha già effettuato circa 400 accompagnamenti al suicidio nel giro di 13 anni.

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