PROCESSO

Chiesti 5 anni per suicidio assistito senza perizia

La dottoressa è accusata di omicidio intenzionale per aver aiutato a morire una donna in stato depressivo incapace di giudizio - Lei si difende: «Se non l’avessi aiutata, si sarebbe tolta la vita comunque»

Chiesti 5 anni per suicidio assistito senza perizia
Foto Zocchetti

Chiesti 5 anni per suicidio assistito senza perizia

Foto Zocchetti

MUTTENZ (BL) (aggiornamento) - Il pubblico ministero ha chiesto stamane una condanna a cinque anni di carcere per la dottoressa Erika Preisig, che offre un servizio di assistenza al suicidio nel cantone di Basilea Campagna. L’accusa è di omicidio intenzionale per aver aiutato a morire una donna in stato depressivo incapace di giudizio. La sentenza è attesa per il 9 luglio.

La procuratrice che sostiene l’accusa ha chiesto anche una pena pecuniaria con la condizionale di 100 aliquote da 100 franchi e un divieto di attività nell’ambito dell’assistenza al suicidio.

L’accompagnamento al suicidio in questione era avvenuto nel giugno 2016. La paziente di 67 anni, che viveva in una casa per anziani del cantone renano, si era rivolta alla fondazione Eternal Spirit della dottoressa 61.enne, dopo che, tre anni prima, la più nota associazione Exit si era rifiutata di aiutarla a togliersi la vita.

Incapacità di giudizio
Un no sottolineato dalla pubblica accusa. Secondo la procuratrice, la donna - che rifiutava tutti i suggerimenti terapeutici e ripeteva il suo desiderio di morire - soffriva di uno stato depressivo recidivo e di disturbi somatici, malattie «puramente psichiche» e non mortali. Inoltre non era capace di discernimento, ha affermando sulla base di una perizia commissionata post mortem al professor Marc Graf, direttore dell’istituto forense delle Cliniche psichiatriche universitarie (UPK) di Basilea, che in aula ha ribadito la sua tesi.

La procuratrice ha rammentato che nel caso di malattie psichiatriche di candidati al suicidio assistito il Tribunale federale esige la perizia di uno specialista sulle sue capacità di giudizio. Erika Preisig - ha detto - ha coscientemente trascurato di farlo e ha fatto credere alla donna che era capace di intendere e di volere. A suo avviso è da escludere l’omicidio colposo, perché la morte era il chiaro obiettivo. Per l’omicidio intenzionale cinque anni sono la pena minima prevista dal codice penale.

Preisig: «ho agito nel giusto»
Dal canto suo, la 61.enne dottoressa Preisig si è detta convinta di aver «agito nel giusto». E ha fatto valere la sua esperienza professionale: in 35 anni quale medico di famiglia, ha sostenuto, ha imparato a valutare le incapacità di giudizio. Inoltre ha chiesto il parere di un collega che ha una formazione psichiatrica, pur non essendo psichiatra.

Ha tuttavia ammesso che «sarebbe forse stato meglio» se non avesse fatto l’accompagnamento senza chiedere la perizia di un professionista, così si sarebbe risparmiata questo processo. Ma trovarne uno è «estremamente difficile», perché tutti gli psichiatri esitano per considerazioni etiche.

Erika Preisig si è detta convinta che se avesse detto di no alla 67.enne questa si sarebbe tolta la vita in modo più cruento. E ha aggiunto di aver già vissuto casi simili, che l’hanno angustiata in modo estremo. La dottoressa ha spiegato che con la sua organizzazione ha già effettuato circa 400 accompagnamenti al suicidio nel giro di 13 anni.

La parola alla difesa
L’avvocato difensore ne ha chiesto il proscioglimento senza assunzione di costi. La perizia Graf, ha affermato, parla di una depressione grave, mentre precedenti diagnosi attestavano una depressione media. Inoltre, come lo stesso perito ha ammesso in tribunale, anche in uno stato di grave depressione si possono avere momenti di lucidità, e al momento della morte la 67.enne avrebbe dunque potuto essere capace di giudizio.

L’avvocato ha inoltre sostenuto, citando a sua volta il Tribunale federale, che una perizia a posteriori basata unicamente su documenti non è di principio ammissibile. Quanto all’atteggiamento di Exit, il legale ha dichiarato che non si è trattato di un rifiuto definitivo, ma solo della richiesta di un attestato.

L’avvocato ha infine rimproverato al perito un atteggiamento patriarcale e arrogante nel lasciare intendere che soltanto gli psichiatri sanno che cosa è bene per la gente.

Dopo l’arringa, Erika Preisig ha ripetuto con voce tremante la sua convinzione di aver agito giustamente e ha detto che sta patendo molto per un procedimento che dura ormai da tre anni: soffre lei stessa di malattie psicosomatiche e ha avuto una forte perdita di capelli.

Il processo è stato seguito da numeroso pubblico. La corte di cinque giudici delibererà ora a porte chiuse. La sentenza è attesa per martedì prossimo, 9 luglio.

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