Cresce il divario tra lo stipendio dei manager e quello dei dipendenti

LO STUDIO

Lo indica il 15esimo studio di Travail Suisse condotto in 26 aziende - La vicepresidente del sindacato: «Si trovano buoni manager anche senza pagarli 257 volte di più dell’impiegato meno pagato» - Sul podio Roche, UBS e Credit Suisse - Alla disparità salariale si aggiunge poi quella di genere

Cresce il divario tra lo stipendio dei manager e quello dei dipendenti
(Foto Maffi)

Cresce il divario tra lo stipendio dei manager e quello dei dipendenti

(Foto Maffi)

ZURIGO - I manager guadagnano sempre di più, mentre fra i dipendenti con redditi bassi cresce la pressione sui salari, l’insicurezza e la paura di perdere il posto di lavoro. È il risultato di uno studio della confederazione sindacale Travail.Suisse.

«Mentre non vengono concessi aumenti salariali per i lavoratori ‘normali’ , a livello dirigenziale sembra che si applichino altri criteri», ha denunciato oggi Adrian Wütrich, presidente di Travail.Suisse, in occasione della pubblicazione del 15esimo studio sulle remunerazioni dei dirigenti, condotto tra 26 aziende. L’inchiesta ha coinvolto 22 società quotate in borsa, oltre a Migros, Coop, La Posta e Ruag.

Lo studio mostra che tra il 2011 e il 2018 il divario salariale medio è progredito da 1:45 a circa 1:51 (nel 2017 il rapporto fra salario più basse e più elevato era di 1:49). Questa evoluzione, viene sottolineato, si nota in tutti i settori di attività e non solo nelle aziende finanziarie o farmaceutiche.

Tra gli esempi concreti forniti da Travail.Suisse emergono Helvetia (Philip Gmür, da 1:25 a 1:37), Lonza (Richard Ridinger, da 1:40 a 1:88) e Georg Fischer (Yves Serra, da 1:32 a 1:58), oltre a membri della direzione di Valora (1:12 a 1:28) e SwissLife (1:35 a 1:42).

Se i salari dei CEO sono rimasti simili rispetto all’anno precedente, gli altri membri delle direzioni hanno guadagnato in media il 7% in più, secondo gli autori dello studio.

Sul «podio» Roche, UBS e Credit Suisse

In termini assoluti, gli scarti salariali più elevati si registrano presso Roche (1:257), seguita dai bancari UBS (1:252) e Credit Suisse (1:226). I CEO delle rispettive aziende sono infatti i più pagati, nonché i soli a superare i 10 milioni di franchi di remunerazione nel 2018: Severin Schwan (15,65 milioni), Sergio Ermotti (14,12 milioni) e Tidjane Thiam (12,65 milioni).

L’iniziativa Minder «contro le remunerazioni abusive», entrata in vigore nel 2014, non sembra essere in grado di limitare questa tendenza. Secondo gli autori dello studio, le misure di attuazione nella revisione del diritto delle società per azioni non sono abbastanza efficaci: vengono infatti criticate le indennità di entrata e di partenza, la mancanza di trasparenza e l’approvazione incoerente di bonus, a cui non vi sono limiti.

«Con una tale attuazione, l’iniziativa non ha ovviamente alcun effetto», ha sottolineato Wüthrich, criticando il mondo politico per la sua immobilità nei confronti di «un’assurda corsa ai bonus».

Anche le aziende non ci terranno troppo a pagare così tanto i loro impiegati ai vertici, si potrà dire qualcuno. Stress, continua pressione non solo interna ma anche esterna,... se certi salari vengono versati forse c’è una ragione, potrebbe ribattere qualcun altro. Come si spiegano i sindacalisti dunque questa spirale al rialzo? Per la vicepresidente di Travail.Suisse e presidente dei Sindacati cristiani vallesani Carole Furrer è chiaro: sono le lobby a creare questa situazione. Le aziende per Furrer si nascondono dietro alla necessità di «essere competitivi a livello internazionale, ma certi eccessi sono indecenti. Soprattutto se si pensa al fatto che due terzi dei cittadini nel 2013 ha chiaramente detto di sì a un’iniziativa che prescrive che in un’organizzazione il salario massimo non possa superare di dodici volte il salario minimo». La situazione attuale non combacia quindi «con la visione degli svizzeri». Per la vicepresidente «si possono trovare dei buoni manager senza pagarli 257 volte di più del meno stipendiato dell’azienda».

Quote rosa insufficienti

Alla disparità salariale si aggiunge poi quella di genere. In quasi la metà delle 26 aziende esaminate, negli organi di direzione ci sono esclusivamente manager uomini. Sui 208 posti dirigenziali totali, solo 19 erano occupati da donne alla fine del 2018. Una quota delll’8,8% che Travail.Suisse ritiene «scandalosa».

Per quanto riguarda invece la situazione all’interno dei consigli di amministrazione, la presenza di donne è invece raddoppiata nell’ultimo decennio raggiungendo il 25,6%. Rispetto al resto dell’Europa, tuttavia, la Svizzera rimane al di sotto della media (29%).

In merito all’approvazione, da parte del Consiglio degli Stati settimana scorsa, di un progetto di introduzione di «quote rosa» anche nelle direzioni delle imprese presenti in borsa, e non solo a livello di consigli di amministrazione, il presidente di Travail.Suisse è convinto che si tratti di «una tappa importante verso il raggiungimento di una vera parità di genere».

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