«Ti spacco il muso, checca»: e adesso si indaga

Giustizia

Il Tribunale federale (TF) ha ordinato alla magistratura ginevrina di far luce su un caso di insulti omofobi e minacce rivolte ad un cameriere dai colleghi - L’uomo esasperato diede le dimissioni

 «Ti spacco il muso, checca»: e adesso si indaga
©CdT/Chiara Zocchetti

«Ti spacco il muso, checca»: e adesso si indaga

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Il Tribunale federale (TF) ha ordinato alla magistratura ginevrina di indagare su insulti omofobi e minacce che un cameriere aveva subito da parte dei colleghi di lavoro. La procura aveva rifiutato di avviare un procedimento, ritenendo il caso penalmente non rilevante.

Assunto a fine giugno in un ristorante, il cameriere si è presto sentito discriminato dagli altri dipendenti. A suo dire, lo prendevano in giro per i suoi modi ritenuti effeminati e avevano pronunciato insulti quali «pédé» e «folle» (in italiano qualcosa come frocio e checca). Inoltre il capocuoco aveva minacciato di «spaccargli il muso».

Esasperato, il cameriere ha dato le dimissioni due settimane prima della scadenza del suo contratto e ha denunciato i colleghi alla procura cantonale. Quest’ultima ha però considerato il caso non rilevante dal punto di vista penale e lo ha archiviato. La decisione è poi stata confermata dalla camera penale d’appello.

Di tutt’altra opinione sono invece i giudici della suprema corte con sede a Losanna, che hanno rinviato il caso alla camera penale ginevrina. La sentenza pubblicata oggi ricorda che la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo impone alle autorità di stabilire se razzismo, odio o pregiudizi etnici abbiano avuto un ruolo nel caso di indagini su situazioni di violenza.

E questa giurisprudenza è stata estesa alla discriminazione basata sull’orientamento sessuale, considerata grave quanto quella basata sulla razza, l’origine o il colore della pelle. In tali circostanze - sottolinea il TF - la giustizia ginevrina non poteva quindi respingere il reclamo del ricorrente semplicemente perché la sua versione era diversa da quella dei colleghi di lavoro, che parlavano di semplici battute e - nel caso della minaccia del capocuoco - di un contesto di stress.

Interpretando tali dichiarazioni senza che fosse stata ancora condotta un’istruttoria, la camera dei ricorsi penali ha compiuto una valutazione delle prove che non era di sua competenza in questa fase della procedura, spiega la sentenza.

Secondo il TF, l’interpretazione giuridica dei fatti della camera d’appello penale differisce notevolmente da quanto raccontato dal ricorrente, che parlava di emarginazione, accompagnata da ripetuti insulti di natura discriminatoria. Tant’è che ha lasciato il suo lavoro in anticipo.

Senza fondarsi su elementi obiettivi, la giustizia ginevrina non avrebbe dovuto relativizzare le dichiarazioni del cameriere e non tenerle in considerazione. Per scartare la sua versione avrebbe eventualmente potuto addurre che le dichiarazioni erano confuse e che lo rendevano meno credibile rispetto a quanto sostenuto dai colleghi di lavoro: ma così non è stato fatto.

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