Via il permesso, nonostante un figlio svizzero

Lo ha revocato il tribunale amministrativo del canton Zurigo a una donna troppo disinteressata a trovare lavoro

Via il permesso, nonostante un figlio svizzero

Via il permesso, nonostante un figlio svizzero

ZURIGO - Il tribunale amministrativo del canton Zurigo ha revocato il permesso di soggiorno a una donna tedesca arrivata in Svizzera nel 2012, poiché si preoccupa troppo poco di trovare il lavoro e vive d'assistenza. Il fatto che abbia un bambino di nazionalità svizzera non cambia la situazione, hanno stabilito i giudici.

Quando era arrivata nella Confederazione, per un'occupazione temporanea in una casa per anziani, la donna aveva due bambini di otto e quattro anni. Alla fine del 2013 era terminato il periodo di impiego e la donna aveva percepito la disoccupazione. Dopo qualche lavoretto dal maggio 2016 non era più stata attiva professionalmente.

Nell'ottobre 2015 l'ufficio migrazione del canton Zurigo aveva respinto la domanda di prolungamento del permesso UE/AELS per dimoranti temporanei, una decisione poi avallata anche dal dipartimento cantonale della sicurezza.

La donna, che nel 2016 in una nuova relazione ha messo al mondo un terzo figlio, con passaporto svizzero questo, ha presentato ricorso al tribunale amministrativo. In una sentenza pubblicata oggi la corte le ha dato torto.

Le attività lavorative della ricorrente - scrivono i giudici - sono di importanza secondaria, in particolare rispetto all'assistenza: al 14 febbraio 2017 ha ricevuto aiuti per 244'000 franchi. Non si è inoltre seriamente preoccupata di trovare un impiego in grado di garantirle il sostentamento.

Visto che il terzo figlio ha la nazionalità elvetica la madre ha in linea di principio diritto a un permesso di dimora. L'interferenza con questo diritto è però ammessa se è previsto dalla legge e se è necessario per il benessere economico del paese. È quanto succede nel caso concreto, secondo la corte: l'espulsione è giustificata se la persona in questione continua a percepire somme importanti dall'assistenza.

Il bambino dovrebbe inoltre avere la doppia cittadinanza: deve quindi solo andare in un'altra patria e vista l'età un cambiamento del genere è da considerare tollerabile, argomenta il tribunale. I genitori possono inoltre anche decidere di far crescere il piccolo presso il padre, in Svizzera, sottolineano i giudici. Alla donna è stato quindi fissato il termine del 15 ottobre per lasciare il paese. La sentenza non è ancora passata in giudicato.

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