Giustizia

Violati i diritti di un kosovaro condannato per stupro

Secondo la CEDU la Svizzera ordinando l’espulsione dell’uomo ha violato il diritto al rispetto della vita privata e familiare

Violati i diritti di un kosovaro condannato per stupro
(foto Reguzzi)

Violati i diritti di un kosovaro condannato per stupro

(foto Reguzzi)

STRASBURGO - La Svizzera ha violato la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ordinando l’espulsione di un kosovaro condannato per uno stupro commesso nel 2003. Lo afferma la Corte europea di Strasburgo in una sentenza pubblicata oggi.

Prendendo tale decisione 12 anni dopo il fatto, le autorità elvetiche non hanno tenuto conto dell’evoluzione di comportamento del kosovaro, né dei suoi vincoli sociali e famigliari con la Svizzera e il suo paese d’origine, né del suo precario stato di salute, sostiene la Corte europea dei diritti dell’uomo in una sentenza «di camera» presa all’unanimità, contro la quale può essere ancora presentato ricorso entro tre mesi alla Grande Camera della Corte stessa. A suo avviso dunque la Svizzera ha violato l’articolo 8 della CEDU, che garantisce il diritto al rispetto della vita privata e familiare.

L’uomo era arrivato in Svizzera nel 1993 e aveva presentato una richiesta d’asilo. Questa era stata respinta ma il kosovaro era stato messo al beneficio di una ammissione provvisoria. Nell’agosto 1998 era stato raggiunto dall’ex moglie, da cui aveva divorziato in maggio, e dai tre figli, che hanno poi ottenuto l’asilo. In seguito ha sposato una donna svizzera e ha così ottenuto una autorizzazione di dimora. La coppia ha divorziato nel 2006.

Nel 2003 l’uomo è stato condannato per coazione sessuale e violenza carnale per fatti accaduti lo stesso anno. Nel 2005, la condanna è stata ridotta in appello a 2 anni e 3 mesi di carcere, con la conferma dell’espulsione per 12 anni dal territorio svizzero. Nel 2006, l’ufficio migrazioni di Basilea Campagna ha rifiutato un prolungamento del permesso di dimora. La vicenda si è trascinata con ricorsi fino al Tribunale amministrativo federale (TAF), che nel 2015 che ha mantenuto la decisione di espulsione.

Nella sua sentenza, la Corte di Strasburgo ritiene che questa costituisca una ingerenza «nel diritto (del kosovaro) al rispetto della sua vita privata e familiare, in ragione, da un canto, della lunghissima durata di soggiorno dell’interessato in Svizzera e, d’altro canto, delle sue relazioni con i tre figli», presso due dei quali abiterebbe e che si occuperebbero completamente di lui, perfino lavandolo e vestendolo. All’uomo era stata concessa nel 2013 una rendita AI integrale, dopo che era stato giudicato invalido all’80%. Questa gli è stata però revocata nel 2016.

Secondo la Corte, non tenendo conto dovutamente di tutti gli elementi sopra elencati, il TAF «ha effettuato un esame superficiale della proporzionalità della misura di rinvio». A suo avviso, la necessità di quest’ultima rispetto allo scopo perseguito (evitare il rischio di recidiva) non è stata dimostrata.

In un comunicato, la piattaforma humanrights.ch si rallegra della decisione di Strasburgo. La Corte - afferma - «indica chiaramente che le autorità devono precedere a un esame della proporzionalità» quando decidono su una espulsione.

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