Crypto, ex ministri negano di sapere

Il caso

Le autorità temporeggiano in merito all’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta

Crypto, ex ministri negano di sapere
© KEYSTONE/Alexandra Wey

Crypto, ex ministri negano di sapere

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L’Ufficio del Consiglio nazionale non ha ancora deciso se sostenere o meno l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta (CPI) sulla vicenda Crypto, l’azienda di Zugo forse usata per decenni dai servizi segreti americani e tedeschi per spiare oltre 100 Stati. Lo farà soltanto il 2 marzo. Intanto gli ex consiglieri federali Pascal Couchepin e Kaspar Villiger hanno negato di essere stati al corrente della questione.

La presidente del Nazionale Isabelle Moret (PLR/VD) ha precisato che l’Ufficio preferisce ascoltare prima il presidente della Delegazione delle Commissioni della gestione del Parlamento (DelCG) e lo stesso Consiglio federale.

Il gruppo parlamentare del PS ha depositato un’iniziativa in favore di una CPI. I socialisti vorrebbero in particolare scoprire chi sapeva cosa in Svizzera. In particolare se Markus Seiler, alla testa del Servizio delle attività informative della Confederazione (SIC) fra il 2010 e il 2017, sia stato informato e cosa ciò implichi per la sua attuale funzione di Segretario Generale del Dipartimento degli Affari Esteri (DFAE).

Sono pure chiesti chiarimenti in merito al ruolo dell’esercito, del Ministero pubblico della Confederazione (MPC), della Polizia federale (fedpol) e di altri organi federali.

Responsabilità governativa

La commissione sarebbe chiamata anche stabilire la responsabilità del Consiglio federale. Quando è stato messo al corrente della manipolazione dei dispositivi di cifratura? Cosa sapeva all’epoca della presa in ostaggio di un ingegnere della società da parte dell’Iran nel 1992? Era a conoscenza del ritiro dei servizi segreti tedeschi dalla Crypto nel 1993 e del fatto che la CIA avesse continuato ad essere coinvolta?

L’iniziativa socialista cerca infine risposte sul controllo esercitato dal Parlamento e sulle informazioni fornite alla Delegazione delle commissioni della gestione.

Consiglieri federali informati?

Scoprire quanto sapesse esattamente della vicenda l’ex consigliere federale Kaspar Villiger è anche uno degli obiettivi dei socialisti. Chiamato in causa da alcuni documenti della CIA, l’ex ministro della difesa radicale (1989-1995), poi ministro delle finanze (fino alla fine del 2003), si è difeso nei media dall’accusa di essere stato a conoscenza dello spionaggio.

Interpellato a questo proposito da «Radio Rhône FM», l’ex consigliere federale Pascal Couchepin ha affermato oggi «a priori mi fido di Kaspar Villiger» e ha aggiunto di non ricordarsi che il caso sia mai stato sollevato in Consiglio federale durante gli undici anni in cui vi ha fatto parte (1998-2009). «Siccome ho una memoria piuttosto buona, mi ricorderei di qualcosa di così straordinario».

Decine di anni di spionaggio

La scottante vicenda è venuta alla luce martedì con le rivelazioni del programma «Rundschau» della televisione svizzerotedesca, stando alle quali la CIA e i servizi segreti tedeschi (BND) avrebbero intercettato per decenni migliaia di documenti da più di 100 Paesi utilizzando dispositivi di criptaggio della società Crypto.

Della questione si sono occupati oggi anche i tradizionali colloqui alla casa von Wattenwyl, tra una delegazione del Consiglio federale e i rappresentanti dei partiti di governo, indica la Cancelleria federale in una nota, nella quale non fornisce dettagli sul contenuto delle discussioni.

A seguito delle rivelazioni da parte dei media, nel novembre scorso il Governo, informato dal Dipartimento federale della difesa DDPS, ha deciso a metà gennaio di avviare un’inchiesta incaricando l’ex giudice federale Niklaus Oberholzer di chiarire i fatti, che «risalgono a molto tempo fa e sono difficili da ricostruire», si limita a dire l’esecutivo. Le conclusioni dell’inchiesta su Crypto AG sono attese per la fine di giugno.

Ripercussioni per la Svizzera

La vicenda ha anche sollevato interrogativi sulla credibilità della Svizzera e della sua neutralità. Secondo l’ex ambasciatore elvetico in Iran Tim Guldimann, il lavoro della diplomazia svizzera non sarà influenzato dal caso.

«Abbiamo sempre paura di non essere più amati all’estero», afferma il 69enne in un’intervista pubblicata oggi da 20 Minuten. «Io non ho paura. Né credo che la vicenda Crypto inciderà negativamente sul lavoro della Svizzera in materia di politica estera. Non c’è stata alcuna protesta internazionale e, a quanto mi risulta, nessuno degli Stati interessati si è finora pronunciato sul ruolo della Confederazione.»

Se il governo sapeva sarebbe notizia esplosiva

«La situazione potrebbe diventare più delicata se si scoprisse che il palese abuso di fiducia da parte dell’azienda nei confronti dei governi che erano suoi clienti è stato commesso con la connivenza delle autorità elvetiche», ammette Guldimann, che fra il 2015 e il 2018 è stato anche consigliere nazionale (PS/ZH).

«Esplosivo sarebbe il fatto che il governo sapesse che l’impresa è stata acquistata dai servizi segreti americani e tedeschi. Ma le domande che si pongono sono prima di tutto di politica interna», aggiunge il diplomatico.

«Se il Consiglio federale non era al corrente di quanto accadeva, significa che i nostri servizi segreti, che ovviamente ne erano a conoscenza, hanno operato all’insaputa del governo. Se le autorità erano effettivamente a conoscenza fin dall’inizio degli anni Novanta - e questo è da presumere - si pone giustamente la questione del perché nessuno abbia fatto nulla. Non era nemmeno necessario rendere pubblico un intervento».

Nessun problema di neutralità

Guldimann non è d’accordo con chi nella vicenda vede un’aperta violazione della neutralità. «Non mi piace quando si argomenta sempre con il tema della neutralità. Quanto successo non ha nulla che vedere con questo. In ambito legale la neutralità non ci permette di fornire armi agli Stati in guerra, mentre in termini politici dobbiamo garantire che non interverremo nemmeno in futuro, non possiamo quindi aderire alla NATO. Ma qui stiamo parlando di beni che non sono considerati attrezzature militari».

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