«Duecentocinquanta donne l’anno che si ammalano sono ancora troppe»

SALUTE

L’OMS ha modificato la strategia per debellare il tumore al collo dell’utero – Il Dr. Andrea Papadia: «In Svizzera siamo ‘‘messi bene’’, ma si può fare meglio» – La prevenzione, i controlli e la vaccinazione salvano letteralmente la vita

«Duecentocinquanta donne l’anno che si ammalano sono ancora troppe»
© Shutterstock / EOC

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Oltre mezzo milione di donne ammalate nel mondo. Almeno 342.000 morte. Sono i dati sul tumore al collo dell’utero relativi al 2020, diffusi ieri dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS). Che ha adattato la strategia globale per debellare questo tipo di cancro. Ed è davvero possibile. Perché per sviluppare il cancro è necessario contrarre un’infezione da virus del papilloma umano (HPV), che è facilmente individuabile attraverso un semplice screening o prevenibile grazie alla vaccinazione.

Ma spieghiamolo meglio. Quella dei papilloma virus umani è una famiglia numerosa, che comprende un centinaio di virus conosciuti. Poco meno della metà possono infettare l’area genitale e almeno una dozzina possono provocare tumori. Si tratta di un’infezione piuttosto frequente, che avviene quasi sempre per contatto sessuale ed è molto comune in età giovanile fra le persone sessualmente attive. Generalmente il sistema immunitario se ne libera senza che compaiano sintomi particolari, ma in alcuni casi l’infezione diventa persistente e, nel tempo, può portare a diverse patologie. Tra cui il tumore al collo dell’utero.

In Svizzera, i virus HPV sono la causa più frequente d’infezioni sessualmente trasmissibili e si stima che il 70% delle persone sessualmente attive ne siano contagiate. Ogni anno a circa 2.400 donne, soprattutto giovani, sono diagnosticate lesioni precancerose di alto grado del collo dell’utero. Negli ultimi anni circa 250 donne l’anno hanno sviluppato un carcinoma cervicale (HPV correlato). I dati figurano sul sito dell’Ufficio del medico cantonale ticinese. Numeri molto bassi se confrontati con il resto del mondo.

«A livello globale è un problema molto grosso - spiega il Prof. Andrea Papadia, direttore medico del Dipartimento ginecologia e ostetrica dell’Ente ospedaliero cantonale (EOC) e primario del Servizio di ginecologia e ostetrica all’Ospedale Regionale di Lugano -. Nonostante i test di screening siano disponibili da ottant’anni e permettano di identificare facilmente lesioni pretumorali, che se trattate prevengono il tumore, è ancora tra le prime cause di morte delle donne nel mondo». Ecco perché l’OMS si è prefisso di arrivare a monitorare regolarmente il 70% delle donne nel mondo con test di alta qualità e far ricevere le terapie appropriate al 90%. «In questo modo si considera di poter ‘‘eradicare’’, cioè raggiungere un’incidenza inferiore a 4 ogni 100.000 abitanti, il tumore del collo dell’utero nel giro di un decennio».

Esistono infatti due metodi di prevenzione, primaria e secondaria: la vaccinazione e i test di screening. «Il problema è che nei paesi poco sviluppati, con possibilità economiche limitate, non si applica lo screening». Nelle nuove linee guida, quindi, l’OMS raccomanda come test di monitoraggio dell’HPV quello basato sul DNA, invece del pap test o dell’ispezione visiva con acido acetico (semplice, veloce e poco costosa). Il test del DNA è infatti più semplice e con un rapporto costo-efficacia maggiore, inoltre le donne si sentono più a loro agio a prelevarsi il campione a casa.

«Quando si contrae un HPV, si è assolutamente asintomatici - aggiunge il Prof. Papadia -. L’infezione è frequentissima, l’80% della popolazione l’ha avuta. Il sistema immunitario è in grado di eliminarla dal corpo. In alcuni casi, però, l’infezione può cronicizzarsi. Il DNA si integra nella cellula e può portare a una trasformazione maligna della cellula. Si stima che questo processo possa richiedere un decennio. Ecco perché è cruciale identificarlo prima che si instauri il cancro. Se noi troviamo una lesione pre-tumorale, siamo in grado di risolvere il problema con un intervento molto semplice e conservativo, che si fa in regime ambulatoriale. Se invece la situazione degenera, i trattamenti diventano più complessi». In Svizzera il tumore al collo dell’utero è considerato una malattia rara. «Oltre mezzo milione di donne si ammalano nel mondo, ma in Svizzera sono ‘‘solo’’ 250. Questo deve essere un messaggio positivo. Siamo ‘‘messi bene’’ perché si fa bene. Ma si può fare di meglio, perché queste 250 donne che sviluppano il cancro sono già troppe».

Ecco perché, anche alle nostre latitudini, è importante insistere sulla prevenzione. Non solo sullo screening, che avviene principalmente attraverso il pap test a cui è bene sottoporsi in occasione della visita ginecologica, ma anche con la vaccinazione. La cui adesione in Ticino è molto bassa. «Secondo gli ultimi dati non raggiunge il 50%», fa notare il direttore medico del Dipartimento ginecologia e ostetrica dell’EOC. Ed è un vero peccato, perché i preparati a disposizioni sono sicuri, efficaci e proteggono da questo tipo di tumore. Inoltre, la vaccinazione è gratuita all’interno del Programma cantonale di vaccinazione contro l’HPV per le persone domiciliate in Ticino di età compresa tra gli 11 e i 26 anni.

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