Ex agente Argo 1, confermata la revoca della cittadinanza svizzera

Il caso

Il Tribunale amministrativo federale ha confermato la decisione della Segreteria di Stato della migrazione - L’agente di sicurezza era stato arrestato nel blitz del febbraio del 2017 - La difesa contrattacca: «Decisione non notificata: è inaccettabile»

Ex agente Argo 1, confermata la revoca della cittadinanza svizzera
© CdT/Archivio

Ex agente Argo 1, confermata la revoca della cittadinanza svizzera

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Aveva reclutato foreign fighter in Ticino e in Italia per conto a sostegno del gruppo terroristico «Jabhat Al-Nusra», aiutandone due a raggiungere le milizie jihadiste impegnate sul territorio di guerra siro-iracheno. Per questo, il 37.enne ex agente della Argo 1 – l’agenzia di sicurezza incaricata dal DSS senza la necessaria risoluzione governativa di sorvegliare alcuni centri per richiedenti l’asilo – ha perso il passaporto rossocrociato. A stabilirlo, lo scorso 31 maggio, è stato il Tribunale amministrativo federale.

La condanna

Prima di entrare nel merito della vicenda è necessaria una premessa. L’uomo, in possesso della doppia cittadinanza turco-svizzera, era stato condannato nell’estate del 2017 dal Tribunale penale federale a due anni e sei mesi di detenzione (solo in parte da scontare) e la sentenza era cresciuta in giudicato. Ma se la vicenda penale, almeno per quanto riguarda il nostro Paese, si era chiusa, altrettanto non si può dire di quella amministrativa. L’11 settembre 2019, infatti, la Segreteria di Stato della migrazione (SEM) aveva deciso di revocargli la cittadinanza elvetica. Quella fu anche la prima revoca della cittadinanza svizzera a una persona con doppia cittadinanza decisa dalla SEM. Una prima assoluta, dunque, che l’ex agente della Argo 1 aveva contestato davanti al Tribunale amministrativo federale.

«Provvedimento severo ma giustificato»

Come detto, senza successo. Nella sentenza dello scorso 31 maggio da ben 48 pagine, La Corte presieduta dal giudice Daniele Cattaneo ha infatti stabilito che «la revoca della cittadinanza del ricorrente è idonea a proteggere la società e lo Stato dalla minaccia del terrorismo». Questo provvedimento, previsto espressamente dal legislatore, è sì molto severo, ma nel contempo «è necessario per raggiungere lo scopo voluto, considerato che non esistono altre misure legali di minore incisività». Tanto più che, viene sottolineato dai giudici, «alla luce della detta attività di sostegno al terrorismo, un maggiore rigore s’impone nel valutare il vincolo di fiducia, lealtà e solidarietà del ricorrrente con la Svizzera come Stato che gli ha concesso la cittadinanza».Nel caso in questione, dunque, «l’interesse pubblico prevale dunque sull’interesse privato del ricorrente a potere beneficiare della cittadinanza svizzera». Questo nonostante il lungo periodo trascorso in Svizzera. Il 37. enne, si legge nella sentenza, ha vissuto nel nostro Paese grazie a un permesso di soggiorno per motivi umanitari ottenuto nel marzo 1991, frequentando le scuole in Ticino fino a conseguire la maturità professionale commerciale. L’ultima parola, visto il ricorso presentato dal legale del 37.enne, l’avvocato Costantino Castelli, spetta ora al Tribunale federale. E finché i giudici di Mon Repos non si saranno espressi, le autorità non possono avviare procedure di allontanamento oppure pronunciare divieti d’entrata a carico dell’ex agente.

La difesa contrattacca

E proprio lo stesso Castelli segnala che la decisione in questione non gli è stata notificata. «Il fatto che il TAF l’abbia trasmessa alla stampa e l’abbia pubblicata sul proprio sito prima della notifica è inaccettabile e fa dubitare dell’indipendenza del tribunale», si legge in una nota stampa. «Molto curiosa è anche la tempistica della comunicazione, che, a distanza di oltre un anno e mezzo dall’inoltro del ricorso, interviene a pochi giorni dalla votazione federale sulla legge sulle misure di polizia contro il terrorismo ». Il comunicato stampa del TAF, scrive Castelli, «rischia di essere percepito come un tentativo di influenzare il dibattito politico su questo tema, sottolineando che oggi non esisterebbero misure meno incisive della revoca della nazionalità per prevenire il rischio di attentati terroristici in Svizzera».

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